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Moralia Blog

Provvisorietà come possibilità di bene

Moralia | Una collaborazione dell'Associazione teologica italiana per lo studio della morale (ATISM) con Il Regno.

 

 

Il dizionario dei sinonimi e dei contrari porta molti termini correlati all’aggettivo provvisorio: precario, interinale, effimero, caduco, temporaneo, transeunte, revocabile, incerto… A leggerli di fila ne nasce un sentimento di incertezza destabilizzante che rimanda al senso di qualcosa che finisce e che stride con il bisogno squisitamente umano di eternità. Solo i significati di revocabile e temporaneo evocano, oggi, una visione easy della vita: il sogno di lasciare sempre una porta aperta alla libertà.

Nel tempo…

Al di là di ciò che le parole suscitano nel cuore e nella mente, entrambe dipendenti dalla visione esistenziale della persona e dall’ambito in cui sono collocate[1], la provvisorietà è il dato della nostra vita e provvisorio è l’aggettivo che definisce la nostra condizione umana sulla terra rimandando ad una questione centrale: il tempo. Anch’esso è dato, ricevuto. In esso ci si trova senza averlo creato poiché è la modalità essenziale secondo la quale tutto accade. Esso è mensura cioè misura del suo trascorrere – sul quale non si ha alcun potere – ma anche misurazione di sé stessi e dunque possibilità di orientarsi nell’esistenza in ordine alla propria identità e al rapporto con gli altri.

Il tempo si vive non si possiede. E questa è la grande opportunità, il grande favore che si riceve, che viene incontro all’uomo[2]. Detto diversamente, se chronos è il tempo che scorre (in cui la provvisorietà diventa disperazione) esso può diventare kairos cioè opportunità di dotare di significato la propria esistenza, occasione per raccogliere in unità ciò che ciascuno è. E l’identità di ciascuno vive un debito di riconoscenza all’altro con cui condivide il tempo e all’Altro da cui riceve il tempo. Così inteso il tempo è dono di relazione, atto di ascolto e responsabilità per cui nel vivere la provvisorietà ognuno si accorge che l’oggi non è semplicemente il giorno che passa ma è, nel giorno che passa, ciò che rimane. 

..la possibilità aperta

Da come si interpreta la provvisorietà, come ostacolo o opportunità, come segno di caducità disperata o possibilità escatologica dipende il modo in cui si vive la propria esistenza, l’impegno o il laissez-faire. Se la provvisorietà è un mezzo per possedere oggetti o persone certamente si vivrà sempre nella manchevolezza di qualche cosa e nella disperazione che il gioco presto o tardi finirà. Difficile, in questo caso, esperire un impegno etico di timbro non autocentrato.

Se, al contrario, la si coglie come possibilità di dono di sé nella relazione si può accedere ad una dimensione profonda della vita: quella della gratuità, categoria propria del tempo. Su questo si può costruire una significativa etica della provvisorietà che – anche se per sua natura si presenta come negoziabile ed in cammino – non per questo appare meno significativa[3]. Tale etica, che ha nell’attenzione empatica verso gli altri e nella gratuità del dono di sé due elementi centrali in grado anche di favorire l’accettazione della precarietà e del limite, consiste nel fare di ogni attimo un’opportunità di bene. E il bene, come l’amore, rimane per sempre[4].

Pellegrini, non vagabondi

In questa prospettiva la provvisorietà non è un male o una carenza ma, appunto, la cifra di un’ulteriore possibilità di bene perché implica il dinamismo che fa dell’uomo un pellegrino non un vagabondo. E il pellegrino sa che ogni tappa è un passaggio necessario verso la meta.

 

[1] Diverso è pensare alla precarietà in ambito sociale (in cui rimanda alla insicurezza e incertezza del lavoro, della casa e del sostentamento presente e futuro) e in ambito antropologico e filosofico come caratteristica ontologica dell’essere umano. In questo contributo si sceglie la seconda possibilità.

[2] Pagani S., Un giorno è come mille anni. Ermeneutica della vita quotidiana, articolo non pubblicato.

[3] Simonelli C., Provvisorietà, Edizioni Messaggero, Padova 2016, 65.

[4] Cf. 1Cor 13,13.

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