Non si può mai giustificare una guerra preventiva, una guerra che avvenga fuori dal diritto internazionale, così come nel caso dell’attacco russo all’Ucraina e ora, dallo scorso 28 febbraio, nel caso dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran; né si possono dimenticare le 30.000 vittime civili causate dalle violente repressioni del regime iraniano per reprimere le proteste interne.
L’ambito della famiglia e quello dell’attività politica forniscono due esempi eloquenti della necessità che, in ogni giudizio da dare e decisione da prendere nella vita della Chiesa, il discernimento dei vescovi venga integrato da quello dei fedeli che, nella res de qua agitur, sono dotati, sia per il sacramento ricevuto, nel caso del matrimonio, sia per la grazia di stato, cioè dei carismi attinenti alle questioni da affrontare di cui godono.
Il 10 marzo è arrivato anche il Rapporto finale del Gruppo di studio n. 5 – gestito direttamente dal Dicastero per la dottrina della fede –. Nato nel 2024 sul tema «Alcune questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali» e soggetto di dibattito durante la II Sessione del Sinodo dei vescovi (ottobre dello stesso anno; cf. in questo numero a p. 139ss), ha parzialmente mutato, per richiesta della Segreteria generale del Sinodo avvenuta nel febbraio 2025, l’oggetto del suo interesse che è diventato «La partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa». Su questo è incentrato il testo.
In questo articolo mi concentrerò sugli sforzi sinodali volti a esaminare le strutture e le politiche ecclesiali che limitano e, in ultima analisi, mettono in pericolo le donne, nonché su un possibile e permanente discernimento sinodale sulle donne nella Chiesa.
Presso la University of St. Thomas con sede a St. Paul e Minneapolis si è svolta, nei giorni 25-27 febbraio, la quinta edizione del convegno «The Way Forward», che dal 2022 riunisce ogni anno una trentina di vescovi degli Stati Uniti e un pari numero di teologi. Il tema di questo anno era «Comunicazione ed evangelizzazione: da Evangelii nuntiandi a Evangelii gaudium».
Nei primi due mesi del 2026 Leone XIV ha già effettuato, in Italia, più nomine episcopali di quante ne avesse disposte nei primi 8 mesi di pontificato.
La parola genocidio viene usata per la prima volta nel 1944, nel libro Axis Rule in Occupied Europe, il cui 9o capitolo si chiama appunto «Genocidio», del giurista polacco ed ebreo Raphael Lemkin, che si trovava negli USA per lavorare con l’amministrazione americana di guerra. Da giovane, all’Università di Leopoli, aveva discusso col suo professore dell’assassinio a Berlino nel 1921 di Talât Pasha (capo del Governo ottomano, durante la guerra il principale responsabile dei massacri degli armeni); e dell’assoluzione del suo uccisore, il giovane armeno Soghomon Tehlirian, che lo spinge a cercare nel diritto internazionale una risposta a come fare i conti con l’uccisione in massa di un gruppo umano.
Non c’è cristiano, cattolico, ortodosso o protestante che sia, che partecipi alla liturgia o al culto domenicale e non debba incontrarsi con l’apostolo Paolo e le sue lettere. Incontrarsi? Spesso è uno scontrarsi. I suoi testi, infatti, sono intricati e difficili.
Abbiamo «letto cinquemila foglietti e forse più con le preghiere che i pellegrini al santuario di Loreto lasciano in Santa Casa», raccontano in apertura (8) gli autori, e di tale lettura questo libretto rappresenta il frutto.
Les chrétiens de Chine attirent l’attention: l’autore, antropologo e teologo con base a Singapore, apre così l’Introduzione sui cristiani di Cina.
Scrivere oggi sull’amore equivale a maneggiare una parola esausta, usata come slogan, come alibi, come merce. Nel suo ultimo libro sull’amore Massimo Gramellini compie un’operazione che pare dimessa e invece è strategica: non punta a rifondare il concetto, ma a rimetterlo in circolo. Non lo definisce, ma lo adotta; non lo celebra, lo impiega.
È singolare il titolo di questa pubblicazione dello storico Ermanno Orlando, professore associato presso l’Università per stranieri di Siena. In realtà si tratta di una citazione, tratta dal Canzoniere di Francesco Petrarca (cf. 10), in cui il poeta si rivolge accoratamente all’Italia divisa del XIV secolo.
C’è una frase di Franco Basaglia che risuona ancora oggi con una precisione quasi profetica. Era il 1968, e lo psichiatra stava rispondendo alle domande di Sergio Zavoli nel documentario I giardini di Abele: «Conosco almeno due tipi di psichiatrie: la psichiatria per i poveri e quella per i ricchi». A distanza di quasi sessant’anni, quelle parole sembrano descrivere con inquietante fedeltà il paese che siamo diventati.
Con il commissariamento della società Deliveroo, dopo quello della branca italiana del colosso spagnolo Glovo, la Procura della Repubblica di Milano ha squarciato un velo d’indifferenza su un sistema di sfruttamento che si stenta a credere possa esistere in una metropoli dell’Europa occidentale. Secondo l’inchiesta, i rider che portano il cibo nelle case sarebbero stati retribuiti per anni con paghe «in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva», in aperto contrasto con il dettato costituzionale che richiede che ai lavoratori siano corrisposti trattamenti in grado di garantire «un’esistenza libera e dignitosa».
L’appuntamento di maggior rilievo politico per la Colombia in questo 2026 è certamente l’elezione del presidente e del vicepresidente della Repubblica per il periodo 2026-2030, a cui gli elettori saranno chiamati il 31 maggio e verosimilmente anche il 21 giugno per il secondo turno, se nessun candidato supererà il 50% dei voti. A contendersi la Casa de Nariño saranno il favorito Iván Cepeda, erede del presidente uscente di sinistra Gustavo Petro, la conservatrice Paloma Valencia e l’esponente di estrema destra Abelardo de la Espriella.
Nel «drammatico scenario di crisi che ancora funesta la Repubblica democratica del Congo, il ricordo dell’ambasciatore Attanasio e della sua missione resta quanto mai esemplare. La sua dedizione incarna i nobili ideali dell’Italia repubblicana che guarda al continente africano con spirito di cooperazione e sentimenti di umanità». Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio fatto pervenire ai genitori dell’ambasciatore Luca Attanasio e alla comunità di Limbiate il 22 febbraio scorso, in occasione del 5o anniversario della sua uccisione. «Sono certo – conclude il messaggio – che il sacrificio dell’ambasciatore Attanasio e di chi lo accompagnava rimarrà patrimonio vivo della memoria collettiva di ciascuno».
La crescente confusione tra un discorso prodotto da un essere umano e un discorso non umano, quello prodotto dall’intelligenza artificiale (IA), è oggi «il contesto in cui si pone la questione dell’essere umano come essere parlante»; in particolare, vi deve fare riferimento chi vuole riflettere sul compito, sulla sfida e sui pericoli della predicazione che i pastori rivolgono ogni domenica alle (sempre meno numerose) assemblee dei fedeli. Occorre pertanto esaminare, proprio in relazione al ruolo che la predicazione può ancora svolgere oggi, tanto l’esaurimento della comunicazione linguistica quanto la questione di un potenziale creativo del linguaggio e della parola che forse non è ancora completamente scomparso. L’applicazione dell’IA al nostro discorso porta al culmine la perdita di fiducia nella lingua e nella parola da cui è segnata la nostra epoca: non comprendiamo più che parlare significa correre un rischio e non crediamo più in noi stessi come coloro che parlano. Ma il predicatore porta una responsabilità: verso una parola di Dio che non è data senza la parola umana.