Chiuso il giubileo, terminati gli appuntamenti prefissati da papa Francesco, in gran parte riferiti agli anniversari dell’ultima fase del concilio Vaticano II, e ritornato dal viaggio in Turchia, in occasione della celebrazione dei 1700 anni dal primo concilio ecumenico (Nicea 325), potremmo dire che con il 2026 prende quota il pontificato di papa Leone XIV.
Il 2024 è stato un anno fondamentale dal punto di vista della memoria; tuttavia la commemorazione dei 30 anni dall’instaurazione di piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e Israele è passata in sordina, se non addirittura inosservata.
Poche settimane dopo l’elezione del nuovo sindaco di New York, il democratico Zohran Kwame Mamdani (classe 1991, musulmano e nato in Uganda da genitori indiani), è stato deciso il cambio della guardia anche nell’arcidiocesi, una delle più grandi e importanti del mondo. Il 18 dicembre, dopo alcuni giorni di anticipazioni nei mass media, la Santa Sede e il nunzio apostolico negli Stati Uniti, card. Christophe Pierre, hanno annunciato la nomina di Ronald Hicks, 58 anni, dal 2020 vescovo di Joliet (diocesi suffraganea di Chicago).
Un africanista a cui una decina d’anni fa fosse stato chiesto d’indicare un paese africano stabile e in crescita avrebbe probabilmente risposto prontamente: «La Tanzania». Oggi non sarebbe più così certo.
Se si conta anche la Commissione sul diaconato, alla fine sono 15 i gruppi di studio che attorno al movimento sinodale innescato da papa Francesco si sono messi al lavoro su altrettanti temi, talvolta intrecciando i propri percorsi. Il 17 novembre scorso (bit.ly/4q87P6F), infatti, sono stati resi noti i loro rapporti intermedi (presentati a Leone XIV a settembre): il termine ultimo per consegnare l’intero lavoro avrebbe dovuto essere la fine di dicembre 2025, cosa che non è avvenuta.
Non ci sono più le monache d’una volta. Almeno a Belorado, in Spagna.
I lettori del Regno hanno avuto modo di conoscere il percorso di vita di don Giovanni Nervo grazie al preciso e prezioso profilo tracciato dal vescovo di Ferrara Giancarlo Perego nella rubrica «Sulle spalle dei giganti» (cf. Regno-att. 8,2021,237).
C’è un paradosso nei numeri del narcotraffico italiano, che racconta, più d’ogni analisi, la metamorfosi in corso. Nel 2024 i sequestri complessivi di sostanze stupefacenti sono calati del 35% rispetto all’anno precedente, eppure le operazioni antidroga sono aumentate e, soprattutto, le dosi di droghe sintetiche intercettate sono triplicate. Un mercato che si contrae nei volumi ma si espande nella pericolosità: meno quantità, più potenza, maggiore capacità di creare dipendenza. È il segno di una trasformazione profonda, che riguarda non solo le sostanze in circolazione ma anche chi le consuma e perché.
Il Parlamento Europeo il 18 dicembre 2025, giornata internazionale dei migranti, ha approvato le nuove misure proposte dal Consiglio dell’Unione Europea che ridefiniscono la nozione di «paese terzo sicuro», restringendo nella sostanza la possibilità di ottenere asilo nell’UE. Raramente una coincidenza temporale è risultata così stridente: nel giorno istituito per sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti e l’accoglienza dei migranti, e in modo particolare i più fragili tra di loro – i profughi –, le istituzioni politiche della regione del mondo storicamente più attenta ai diritti umani hanno deciso di ridurre drasticamente il proprio impegno umanitario.
Desidero dare un timbro testimoniale alla mia riflessione, almeno per introdurla. Difatti – come presbitero – sono rettore, in Sicilia, nella diocesi da cui provengo, di una chiesa intitolata alla Madonna della Catena. La quale, secondo una leggenda tardomedievale, a Palermo, nel 1392, liberò miracolosamente dai ceppi alcuni condannati a morte che – pur probabilmente colpevoli di qualche misfatto – le si erano rivolti speranzosi con la preghiera la notte prima della loro esecuzione capitale: proprio la speranza ad oltranza (quella che san Paolo in Rm 4,18 chiama spes contra spem) dischiuse loro la possibilità graziosa di salvarsi.
Dal 4 all’8 dicembre 2025 il Monastero di Camaldoli, immerso in un incantevole manto rosso e giallo intarsiato da cristalli di neve, ha ospitato il XLV Colloquio ebraico-cristiano, che ha ricordato il 60° della dichiarazione conciliare Nostra aetate e le «prospettive per il futuro», come recitava il titolo.
L’interrelazione tra benessere economico e sociale e calo demografico è il prisma attraverso il quale guardare all’attuale situazione internazionale, «all’instabilità in cui viviamo, al “mondo a pezzi” rivelatosi al nostro sguardo negli ultimi due-tre decenni». Lo si analizza in questo testo – relazione d’apertura del VI Incontro di Camaldoli (6-9.11.2025) – concentrandosi in particolare sul declino di ciò che si definisce «Occidente», segnatamente «quello nato nel 1945 dall’alleanza fra gli Stati Uniti e 6 soli paesi europei, di cui 3 molto piccoli», distinguendo al suo interno le diverse situazioni di USA ed Europa. Ma lo sguardo si sofferma a lungo anche su altri protagonisti della scena mondiale, come la Cina, l’India e l’Africa sub-sahariana; sul nuovo equilibrio, ancora di là da venire, tra tutti questi soggetti e sul ruolo che l’Europa potrebbe ancora svolgervi, a determinate condizioni. La riflessione conclusiva insiste su quanto gli attuali tragici eventi e conflitti «sono da tempo aggravati e resi più velenosi… dal clima generale determinato dal prevalere almeno momentaneo della morte sulla vita cominciato a svilupparsi alcuni decenni fa» in Occidente e non solo.