Si rimane senza parole di fronte a Donald Trump, alla sua personalità e ai suoi comportamenti. Il problema è che Trump è il presidente degli Stati Uniti.
Se qualcuno riteneva che le parole di papa Leone XIV fossero state timide nei confronti di tutti coloro che hanno fatto della guerra uno strumento di potere, ora deve ricredersi.
Nel circo politico dell’era Trump, la parte prevista per i cattolici che ricoprono un ruolo istituzionale è quella di offrire sostegno alla narrazione secondo la quale questa amministrazione sta restituendo Dio all’America e l’America a Dio.
Riprendiamo qui il commento che Giorgio Bernardelli, direttore di Asianews e Mondo e missione, ha pubblicato il 30 marzo scorso – dal titolo «Risolto il “caso” che cosa dice davvero la domenica delle Palme più difficile a Gerusalemme?» (Asianews bit.ly/428Njs8) – all’indomani del divieto dato dalle autorità israeliane al patriarca, card. P. Pizzaballa e al custode di Terra santa, p. F. Ielpo, di entrare nella basilica del Santo Sepolcro per una celebrazione liturgica privata. Dopo le numerosissime proteste giunte da tutto il mondo, il giorno dopo è stato raggiunto un accordo: ai rappresentanti delle Chiese è stata concessa libertà d’accesso ai luoghi di culto nei quali sono stati celebrati i riti pasquali. È in gioco non solo la questione delle leggi dello status quo, ma anche il fatto che Gerusalemme anche in tempo di guerra non può essere schiacciata in una dimensione solo politica.
In Israele, come su un altro piano e rispetto a un’altra struttura giuridica sta avvenendo negli Stati Uniti, la Corte suprema ha assunto, di fatto, il ruolo di baluardo per la difesa della civiltà giuridica.
Il cappuccino Paolo Martinelli è vicario apostolico dell’Arabia meridionale dal maggio 2022. Il vicariato comprende 1.200.000 fedeli, provenienti da oltre 100 nazioni, e 17 parrocchie divise tra Emirati Arabi Uniti (9), Oman (4) e Yemen (4).
Magyar dovrà ristabilire le pratiche istituzionali erose durante la gestione illiberale di Orbán, imponendo alla propria parte limiti formali e informali all’esercizio del potere, pur legittimo.
Presentato a suo tempo con enfasi dai vertici dell’UE come un nuovo inizio nella gestione delle migrazioni, promuovendo una regolazione più equa ed efficiente dei flussi d’ingresso, già nelle premesse tradisce una distorsione.
In Francia, Regno Unito, Belgio e negli Stati Uniti… un numero crescente di adulti nell’arco degli ultimi anni ha chiesto di ricevere il battesimo.
Il volume di Sandro Tarter, docente di Metafisica ed Etica filosofica presso l’ISSR di Bolzano, può essere presentato in vari modi, fermo restando che ognuno di essi è chiamato a misurarsi con un libro ricco di pensiero e frutto di un intenso lavoro di lungo periodo.
Un percorso di riflessioni con un intento pratico: inculcare la necessità d’evitare semplificazioni nella lettura della realtà, e quindi nella soluzione dei problemi.
Secondo lo studioso, la sua costituisce l’unica classe di età che si sia trovata a «saltare un evo intero» o, forse, più di uno.
Il punto di partenza è la crisi delle agenzie educative: famiglia e Chiesa hanno perduto quasi completamente, a livello sociale, la propria credibilità, e la scuola rimane così l’unico «avamposto civile del paese».
Il volume raccoglie una serie di contributi che, da prospettive cronologiche e da punti di vista differenti, intendono affrontare la formazione del testo dei due concili e la tradizione che si sviluppa attorno al Credo sino ai giorni nostri.
Il cuore dell’opera sta tutto in quell’espressione che ha reso il teologo peruviano una figura decisiva del Novecento teologico: «Il Dio dei poveri».
Chi ha la fortuna di recuperare questo splendido libretto in qualche mercatino di libri usati, troverà che è un tesoro da rileggere e rileggere in questo tempo di Pasqua nella bufera del mondo.
Al mito religioso di una presenza attiva di Dio, il racconto cristiano oppone non l’assenza di un Dio che avrebbe abbandonato la storia umana, ma un intermedio [entre-deux] che impedisce qualsiasi comprensione della figura divina e la coinvolge piuttosto in un processo infinito di significanza. François Nault rilegge qui l’episodio della tomba vuota alla ricerca di alcuni punti di riferimento per l’analisi di questa logica strutturale dell’intermedio e del significante.3 Si tratta infatti della scomparsa di un corpo, quindi della presenza di un vuoto, ma anche di un qualcosa reso possibile dal vuoto; perché la tomba non è solo vuota, è aperta. E su cosa si apre, se non sulla sua propria venuta al linguaggio nel «racconto della tomba vuota» e nelle molteplici letture che esso consente?
In ambito cristiano si è giunti piuttosto tardi (fine IV secolo – prima metà del V) ad adoperare il termine greco kanon per indicare l’insieme ufficiale delle sacre Scritture.
Di Ignazio, vescovo di Antiochia operante dopo l’anno 100, si conosce poco; quasi tutto da 7 lettere tramandate sotto il suo nome. Intransigente e dotato di forte personalità, è alla testa di una comunità cristiana lacerata da dissidi interni.
Mangiare e bere sono atti fondamentali dell’esistenza umana. Interrogarsi sul rapporto tra esseri umani e cibo significa «interrogarsi sulle relazioni che ci costituiscono, sul limite che ci definisce e sul desiderio di vita che ci abita». Nei racconti genesiaci di creazione Dio trasforma un gesto di per sé scontato come il mangiare per vivere in un luogo di relazione: con lui, con l’altro uomo, con il creato. L’assunzione del cibo – essenziale simbolico del prolungarsi della vita – diviene luogo di scelta, eticamente e umanamente sensibile. Il tema è quanto mai attuale: «La crisi ecologica che il cosmo subisce, le scelte sul sistema alimentare globale, le biotecnologie applicate alla produzione di cibo, le questioni etiche legate alla manipolazione genetica degli alimenti mostrano come il rapporto tra vita e nutrimento continui a essere terreno di decisioni fondamentali». Se ne occupano i contributi di seguito raccolti, presentati a una giornata di studio che l’associazione Nuovo SEFIR ha dedicato al tema «Esseri umani e cibo».
L'analisi delle tradizioni gastronomiche, apparentemente così diverse tra loro, porta a una domanda fondamentale: esistono elementi comuni che uniscono tutte le culture alimentari?
Mangiare e bere sono atti fondamentali dell’esistenza. Interrogarsi su di essi significa interrogarsi sulle relazioni che ci costituiscono, sul limite che ci definisce e sul desiderio di vita che ci abita.