Maternità surrogata. Il nuovo colonialismo di un servizio negoziabile
Il nuovo colonialismo di un servizio negoziabile
Il titolo di questo post presenta la sintesi di due felici definizioni che sono state date rispettivamente dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, e da papa Leone XIV. Il primo nel corso di un incontro all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede il 13 gennaio, il secondo in un discorso tenuto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il 9 gennaio. Ho voluto accomunarle perché mi sembrano che offrano le coordinate delle criticità etiche che tale prassi suscita.
Una nuova forma di colonialismo
Il colonialismo, come ben sappiamo, non è un fenomeno che appartenga al passato. La cronaca soprattutto geopolitica contemporanea ci mette di fronte a nuove espressioni di tale antica e deplorevole prassi.
Ma oggi c’è di più, cioè una sorta di trasposizione del colonialismo su fronti inediti quale, appunto, quello della cosiddetta «maternità surrogata», termine di derivazione inglese ancora presente e prevalente (surrogacy, surrogate motherhood) rispetto a quello più appropriato e quasi tecnico di «gravidanza per altri» (GPA).
Ma perché assimilarla al colonialismo? Certamente perché si tratta di un fenomeno che tende a soggiogare un altro essere umano – che per motivi socio-economici si trova in condizione di inferiorità – ai fini del soddisfacimento di un proprio desiderio, per quanto nobile sia il desiderio di maternità. Non solo, ma per far questo cerca la legittimazione del diritto.
Non dimentichiamo che di fronte alla cosiddetta «Carta di Parigi» sottoscritta il 2 febbraio 2016, che chiedeva l’abolizione universale della GPA, la Conferenza di diritto internazionale privato dell’Aja del 2024, tenuto conto delle diverse sensibilità etiche e del pluralismo politico dei vari Stati, si è orientata piuttosto verso una regolamentazione.
E così come nel colonialismo si confrontavano un popolo «forte» (o per meglio dire che si riteneva tale) e uno debole (o per meglio dire sottomesso), adesso potremmo essere di fronte a un gruppo sociale forte, del ricco mondo occidentale o di altri paesi (soprattutto arabi), legato a lobby di potere internazionali, in grado di piegare fasce di popolazione, che per bisogno sono costrette a vendere il proprio corpo.
Vorrei aggiungere anche una sottile e forse non troppo percepita pseudo-legittimazione morale, quasi una co-onestazione del male. Anche la prostituzione (compresa le tante varianti pornografiche) consiste nel vendere il proprio corpo, ma la finalizzazione al potere di un uomo, spesso violento, porta alla sua facile condanna morale. Nel caso della GPA in fondo, il fine è benefico ed è perseguito dalla coppia, non da un maschio solitario. Al temine del processo, che non comporta neanche un incontro corporeo o un coinvolgimento emotivo tra i partner, il risultato è quello di una nuova vita che viene consegnata una nuova famiglia. E questo in qualche modo tranquillizza la coscienza della coppia, che così costituisce la sua famiglia.
Un servizio apparentemente negoziabile
Il fatto stesso che, anziché una radicale proibizione, si pensi alla possibilità di una negoziazione normativa pone il problema della tipologia di tale fenomeno, la cui «negoziabilità» – se con le considerazioni precedenti comportava la mercificazione del corpo femminile – in tale prospettiva evidenza il mancato rispetto per la dignità del nascituro, fatto oggetto di un contratto, per di più economico, tra committente ed esecutore.
A essere mortificata è, antropologicamente prima ancora che eticamente, la maternità in quanto tale, che diventa semplice processo biologico con cui far crescere una nuova vita: la madre come una sorta di grande incubatrice vivente.
Nel noto episodio biblico del «giudizio di Salomone» ci viene presentata la saggezza del re, che identifica la madre nella donna disposta a rinunziare al bambino pur di lasciarlo in vita. Diciamo che il re, e noi con lui, attribuisce lo statuto di maternità a chi si è comportata da madre indipendentemente dal fatto di esserlo davvero (in tempi in cui ancora non era stato inventato il test del DNA!).
In realtà non è poi così vero che si tratti effettivamente di un gesto puramente meccanico, di una prassi medica che sfrutta la fisiologia della donna. Non è raro infatti (e non potrebbe essere diversamente) che quello che nasceva come una pura e fredda transazione commerciale si trasformi in affetto tra la madre (non semplice gestante) e il suo bambino (non semplice feto).
Alla biologia gravidica appartengono fatti una serie di scambi biochimici alla base dell’attachment sia pre- che post-gravidico, che nessuna mercificazione può sopprimere. Cancellarlo con una mazzetta di dollari non potrà certo eliminarlo e si presenta come una nuova ulteriore di violenza sul corpo della donna.
In fondo, mutatis mutandis, c’è un sottile filo rosso che lega il femminicidio a tale prassi: uccisione materiale nel primo caso, psico-antropologica nel secondo.