La persona, le etichette e le pietre
In ogni forma di umanesimo è implicita una certa concezione dell’uomo, esprimibile con una definizione. Ma si può definire la persona umana?
In ogni forma di umanesimo è implicita una certa concezione dell’uomo, esprimibile con una definizione. Ma si può definire la persona umana? «Definire» significa fissare dei limiti, precisare, mettere fine all’incertezza, al dubbio, a ciò che resta ancora da scoprire. Significa chiudere una data realtà dentro un concetto e una parola ben precisi.
Cercando di definire la persona, si arriva ben presto a un paradosso: quello di affermare che la persona, a differenza di un qualsiasi oggetto, non si lascia «definire» totalmente. Inoltre, ciascuno di noi sa, per esperienza, che non c’è nulla di più doloroso che sentirsi «definiti» o meglio «etichettati», una volta per tutte, dagli altri. Purtroppo, persiste ancora una visione miope della grandezza della persona umana e forse, proprio per questo, come afferma Erich Fromm nell’Arte di amare, «per la maggior parte della gente, la propria personalità e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita».
Le parole sono pietre
Come dice Carlo Levi, «le parole sono pietre» hanno l’enorme potere di contribuire, anche inconsapevolmente, a ferire, etichettare, rafforzare pregiudizi o stereotipi culturali e di genere. Pregiudizi e stereotipi sono visioni troppo semplicistiche e miopi della realtà e possono essere trasmessi dall’ambiente familiare e sociale in cui viviamo, dai mezzi di comunicazione sociale, da esperienze e vissuti personali. Essi possono riguardare il genere e l’orientamento sessuale, l’aspetto fisico, l’etnia, la religione, lo status socio-economico, le differenze ideologiche o politiche, e così via.
Pertanto è profondamente riduttivo e dispregiativo qualificare negativamente una persona unicamente per il genere, l’orientamento sessuale, l’etnia, l’appartenenza sociale, la religione, senza vedere in lei la ricchezza dell’«essere persona», creata ad immagine e somiglianza di Dio e chiamata in Cristo Gesù a vivere la figliolanza divina.
Papa Leone XIV, nel suo Messaggio per la Quaresima 2026, ha invitato tutti ad astenersi dalle parole che percuoto e feriscono gli altri. Egli ha affermato: «Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace».
Mistero e valore infinito della persona
La persona si lascia avvicinare e si rivela solo dal rispetto che le si porta e che la rende a poco a poco conoscibile. La persona è mistero, una realtà talmente ricca, ineffabile, indicibile, irripetibile, unica, che non si può comprendere (dal latino comprehendĕre «prendere insieme») totalmente; è un valore in sé, ontologico e assiologico, che vive nella tensione tra finito e infinito, tra immanenza e trascendenza; ha valore di fine mai di mezzo, pertanto non può mai essere usata come oggetto, strumentalizzata o etichettata.
Il Salmo 8 esprime chiaramente la superiorità dell’uomo nei confronti della creazione quando afferma: «Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (vv. 6-7). L’uomo, come afferma Jacques Maritain, «è un universo a se stesso, un microcosmo, in cui il grande universo intero può essere racchiuso mediante la conoscenza. E mediante l’amore egli può donarsi liberamente ad esseri che sono per lui come degli altri se stesso. Di questa specie di relazioni non esiste alcun equivalente nel mondo fisico».
Il Dicastero per la dottrina della fede, nella dichiarazione Dignitas infinita, afferma in maniera forte e decisa questo principio fondamentale: «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti.
La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù. Da questa verità trae le ragioni del suo impegno a favore di coloro che sono più deboli e meno dotati di potere, insistendo sempre «sul primato della persona umana e sulla difesa della sua dignità al di là di ogni circostanza»» (n. 1).
Alla luce di questo principio fondamentale, possiamo affermare che ogni persona umana ha un valore infinito e una dignità ontologica, radicati nel suo stesso essere, che non possono essere mai annullati e costituiscono un punto di riferimento oggettivo per il riconoscimento dei diritti umani fondamentali, la giustizia sociale, l’equità, l’inclusione, la solidarietà, la fraternità.
Salvatore Cipressa insegna Teologia morale presso l’Istituto superiore di scienze religiose metropolitano «don Tonino Bello» di Lecce.