La grandezza fragile di una magnifica umanità
Magnifica humanitas, prima enciclica di papa Leone XIV, è un testo che può essere letto da molti punti di vista
Magnifica humanitas, prima enciclica di papa Leone XIV, è un testo che può essere letto da molti punti di vista, e non a caso la presentazione pubblica del 25 maggio ha visto la presenza di soggetti assai diversi tra loro, come plurali sono le domande che esso pone.
Come abitare questo «cambiamento d’epoca» (espressione franceschiana, ampiamente ripresa da papa Leone)? Come misurarsi con le cose nuove (esplicito il rimando all’enciclica di Leone XIII) di questo tempo?
E non c’è solo il riferimento forte all’Intelligenza artificiale e alla rivoluzione digitale, ma anche uno sguardo attento, che spazia dall’ingiustizia globale al degrado ambientale, per soffermarsi ampiamente sulla guerra e la speranza di pace. Impossibile quindi rendere ragione in poche battute di un testo che invita piuttosto alla lentezza e alla meditazione; solo alcuni spunti quindi da una prima lettura.
Custodire
Custodire la persona umana: questo lo scopo dichiarato nel titolo. E molte sono in effetti le minacce a essa che il testo evoca, eppure il tono dominante dell’enciclica non è quello della preoccupazione. Due, infatti, sono le figure bibliche usate più volte dal pontefice come quadro di riferimento, ed entrambe sono legate alla costruzione di città: l’attività umana è colta con uno sguardo d’assieme come impegnata a edificare una realtà nuova, quasi un unico grande cantiere.
Nessuna nostalgia per approcci statici o per modelli sociali ed antropologici fissati; piuttosto il senso di un dinamismo – quello della tecnica –, cui si guarda con apprezzamento ed ammirazione, pur cogliendone al contempo i rischi. Perché all’immagine della restaurazione di Gerusalemme da parte dello scriba Neemia (condotta nel segno della speranza e della collaborazione) si contrappone quella dell’edificazione di Babele (totalitaria e omologante). Due città, dunque, due diverse costruzioni, secondo una prospettiva che non casualmente rimanda ad Agostino di Ippona. E se anche oggi «due amori lottano nel nostro cuore per il predominio (…) la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi» (n. 130).
Tale dualità segnalare anche la necessità di un discernimento puntuale di quanto stiamo vivendo: le trasformazioni in atto favoriscono il fiorire dell’umanità? o portano piuttosto in sé altre forme di oppressione e diseguaglianza? E come superare la condizione di spettatori impauriti dinanzi a esse, per farci invece protagonisti attivi, che contribuiscono al loro orientamento? A fare da riferimento per tali prospettive c’è anche una terza città che viene evocata: la Gerusalemme di Apocalisse, città benedetta, dalle porte aperte e accoglienti (n. 242).
Un pensare dinamico
A far crescere la capacità di discernimento del resto mira – sottolinea il pontefice – quella dottrina sociale della Chiesa che ha preso inizio con la Rerum novarum di Leone XIII, ed entro la quale s’inserisce la stessa Magnifica humanitas; non cioè a offrire modelli organici e strutturati di convivenza sociale, ma a contrastare le troppe situazioni in cui l’umanità viene violata, per sollecitare cambiamenti e sostenere la speranza di realizzarli.
«Un pensiero dinamico fedele al Vangelo» dunque – come recita il titolo del c. I (nn.17-45) – ampiamente presentato nel c. II («fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa», nn. 46-89). Vi si riprendono alcune grandi parole fondanti della dottrina sociale della Chiesa: bene comune, destinazione universale dei beni della terra, sussidiarietà, solidarietà e giustizia sociale, sviluppo umano integrale.
E per ognuna di esse si sottolinea la rilevanza in ordine all’era digitale che viviamo, evidenziando ad esempio l’esigenza di accesso all’IA per ogni persona umana, la necessità di partecipazione e giuste politiche, per orientarla al di là di una gestione privatistica. La critica alla concentrazione di potere tecnico ed economico s’intreccia con la tutela dei diritti dell’essere umano, nella sua singolarità e nella sua rete di relazioni.
L’umano nei cambiamenti
Certamente centrale nel testo il c. III: «Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA» (nn. 90-130). Il rischio del prevalere di un «paradigma tecnocratico» (espressione ripresa da Laudato si’) non impedisce di cogliere la grandiosità dell’impresa legata all’IA.
Al contempo, ben chiara è la percezione di rischi ad essa associati, giacché «il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue» (n. 94). Perché «la qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione» (n. 114).
Va quindi evitata ogni lettura dell’umana vulnerabilità in termini negativi (come difetti che la tecnica permetterebbe di superare): spesso al contrario in essi «l’umano matura e si apre alla relazione», e anzi «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 118).
L’intera enciclica può in effetti essere letta anche come un appassionato canto alla singolare realtà dell’umano, fragile e al contempo capace di novità, limitata e al contempo capace di fiorire andando oltre se stessa, trascendendosi – nella relazione agli altri e alla natura, ma anche in quella fondante a Dio –.
Per tale umanità l’IA – colta nella sua potenza ma anche nella sua diversità rispetto all’umano – può essere «un aiuto prezioso», ma esige «un approccio sobrio e vigile» (n. 100), evitando di lasciarsi troppo suggestionare dalla facilità dei risultati, dall’impressione di oggettività di quanto presentato, dalla forma della comunicazione, marcatamente umanizzata.
Di particolare interesse in questa sezione il riferimento alla necessità di un orientamento etico dell’IA, ma anche i lucidi interrogativi su quale etica possa e debba esservi implementate; su chi soprattutto debba decidere in tal senso (nn. 106-108).
L’IA e i suoi output possono plasmare in profondità la convivenza sociale: come far sì che tale dinamica non sia mossa esclusivamente da poteri economici, ma esprima invece scelte condivise, frutto di partecipazione? Un’esigenza di discernimento che si prolunga nel c. IV «Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro libertà» (nn. 131- 181).
Esso s’interroga ampiamente sui profondi – e talvolta drammatici – cambiamenti cui va incontro la terna appena indicata nell’era digitale. Che significa custodire la verità ed educare alla sua ricerca nel tempo delle fake news e della realtà virtuale? Come mantenere il senso e la realtà del lavoro quando l’IA sembra destinata a trasformare in profondità molte occupazioni e a cancellarne parecchie?
E soprattutto: come pensare la libertà, tra tutela dell’autonomia delle persone e contrasto alle grandi concentrazioni private di potere, che plasmano immaginari e stili di vita? Bisognerà ritornare su ognuna di queste tematiche, con una riflessione morale articolata.
Guerra, pace, IA
Un’attenzione specifica va dedicata al c. V: «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» (n. 182-228), in cui papa Leone affronta l’impatto dell’IA su una realtà che sta occupando un ruolo centrale nel suo magistero: la guerra.
Non si tratta del resto di «un tema tra gli altri»: la pace è «condizione del bene comune universale» (n. 182), e senza di essa nessuna costruzione di positiva convivenza può essere promossa.
Da un lato c’è, anche in quest’ambito, il dato di una tecnica che già ha visto IA e digitale entrare nella pratica bellica; dall’altro il suo uso massiccio nella costruzione di immagini deformate dell’altro, per farne un nemico. Tutto a servizio di una logica che sembra aver messo tra parentesi ogni idea di bene comune della famiglia umana e di multilateralismo, per privilegiare invece la potenza e la forza senza limiti, che si autoaffermano sempre e comunque, a spese d’altri, mirando a far percepire come normale anche lo stato di guerra.
Qui Leone XIV è fermo nel riprendere la dura condanna morale della guerra formulata da Francesco nel «superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto» (n. 192).
In positivo Leone prospetta la «civiltà dell’amore», ripresa da Paolo VI, in cui dar corpo sul piano sociale alla «magnifica umanità» disegnata nel titolo. Non utopia, ma espressione di una fiducia nel Dio che sempre e di nuovo suscita operatori e operatrici di pace nell’umanità. A essi/e la sfida di «disarmare le parole», di «costruire la pace nella giustizia», assumendo «lo sguardo delle vittime», rilanciando «il dialogo» (anche tra le religioni), privilegiando diplomazia e multilateralismo.
Una lunga conclusione
A completare questo testo, già così ampio, Leone inserisce una corposa Conclusione (nn. 229-245), quasi un sesto capitolo dell’enciclica. In esso egli offre alcuni spunti che meglio radicano quanto prospettato nella fede cristiana, partendo dall’incarnazione, in riferimento all’eucaristia, per giungere allo splendido canto di speranza di Maria: il Magnificat.
In esso Maria canta il progetto di un Dio che spesso è nascosto sotto l’opacità della storia, ma che già ha disperso i superbi e rovesciato i potenti dai troni, innalzando gli umili (n. 243). Qui s’innesta dunque in profondità il rinnovato invito a operare attivamente – nel segno della giustizia e della pace, nella cura delle relazioni, nell’attenzione alle generazioni future – nel grande «cantiere del nostro tempo». Si chiude così, con uno sguardo in alto e in avanti, un testo che intreccia linguaggi e competenze diverse, affinché «diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo» (n. 245).
Una varietà di riferimenti
Un testo che intende promuovere azioni e collaborazioni, suscitando «un ampio movimento di riflessione e di azione che ponga al centro la dignità inalienabile di ogni essere umano e il bene comune, come fini della società e come criteri di ogni scelta personale, sociale e politica» (n. 174).
Non casuale appare in tal senso la varietà dei riferimenti presenti nell’enciclica. Presenti, ma limitati in numero, quelli ad Agostino. Prevalgono largamente quelli al magistero dei pontefici precedenti e in particolare di Francesco (basti pensare alla consonanza tra «la custodia della persona umana» evocata nel sottotitolo e «la cura della casa comune» di Laudato si’, o all’uso della categoria di «ecologia integrale» al n. 43), mentre ce n’è uno solo al magistero degli episcopati nazionali.
Questo rende ancora più singolare la varietà di volti evocati, da Giorgio La Pira (n. 221) ad Hannah Arendt (n. 143), dal Tolkien del Signore degli anelli (n. 231) allo psichiatra ebreo Viktor Frankl (n. 121). E poi ancora Beethoven, Picasso, un film come Schindler’s List (n. 122), ma anche l’evocazione di donne e uomini che hanno saputo cambiare la storia, da Martin Luther King a Wangari Maathai (n.124). Riferimenti diversi che segnalano le tante forme in cui si esprime la magnifica umanità, nella sua irriducibilità all’artificiale, nella sua capacità di novità e di cambiamento.