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Moralia Blog

Etica sessuale nelle scuole: possibile?

Come ormai accade da parecchi anni, periodicamente torna alla ribalta il tema dell’educazione sessuale nelle scuole con relative proposte di legge

Come ormai accade da parecchi anni, periodicamente torna alla ribalta il tema dell’educazione sessuale nelle scuole con relative proposte di legge, la più recente delle quali (quella del DDL Valditara già approvato alla Camera) più appropriatamente la chiama educazione «sessuo-affettiva».

Il più delle volte questo accade sull’onda emotiva di fatti criminosi quali stupri, violenze di gruppo, femminicidi e quant’altro. Anche questa, ovviamente, viene politicizzata tra chi, buono e progressista, la sostiene a tutti i costi e chi, conservatore e fedele ai sani valori, ne contesta il valore. Insomma è utile o addirittura necessaria?

Il senso di un’«educazione» sessuale

Una considerazione preliminare riguarda il senso da attribuire al concetto di «educazione». Com’è noto il significato etimologico del termine riconduce all’e-ducere, cioè al «portar fuori», al trarre il meglio di quanto ognuno porta in sé per strutturarlo in un discorso valoriale organico e coerente. A differenza dell’in-formazione, che consiste nel «portar dentro» contenuti per dare una forma a chi li riceve che è poi dell’artefice degli stessi. Quindi un concetto non solo diverso ma, in qualche modo, antitetico.

Che cosa vogliono fare le varie proposte di legge? Educare? No di certo, anzi, peggio, spacciare per educazione quella che è semplice informazione. Intendiamoci, non che questa sia inutile o irrilevante, anzi è il primo gradino di ogni progettualità educativa, ma non può ritenersi educazione.

E non lo è per il fatto che non può essere del tutto antropologicamente ed eticamente connotata, perché la precomprensione antropologica e la proposta etica non è mai neutra, come invece deve essere necessariamente (e guai se non lo fosse) l’informazione. L’apparato genitale dell’uomo e della donna è quello, e non dipende dalle idee di chi lo insegna. Ma non si può ritenere di avere educato una persona solo perché gli abbiamo insegnato come si prende un anticoncezionale o come si evitano le malattie a trasmissione sessuale.

Ricordo un tempo in cui si pretendeva di fare eduzione sessuale (anche in ambito ecclesiale in presunti corsi formativi per i giovani) iniziando a far vedere immagini di farfalline che svolazzano insieme o di cavallini che inseguono le cavalline, cioè biologizzando la sessualità anziché parlarne magari mostrando due giovani che camminano tenendosi per mano o che si abbracciano.

A tutto questo oggi si aggiunge il complesso e quasi indistricabile e nuovo problema del gender. Come parlarne? Non tanto in ordine al problema dell’omosessualità, quanto piuttosto delle disforie di genere, purtroppo accomunate (pur trattandosi di problemi profondamente diversi) nell’infelice acronimo LGBTQ+.

Un possibile piano educativo

Quanto detto ci induce a riflettere sul fatto che una vera educazione sessuale non può che essere antropologicamente e eticamente connotata e lo Stato, col suo giusto pluralismo, non è in grado di garantire in pieno tale progettualità pedagogica.

Potrà indubbiamente arrivare a un livello minimale, nel quale i valori della sessualità possano essere ampiamente condivisi, ma non potrà fare più di tanto, così come non ha saputo (ma vorrei dire anche «potuto») fare più di tanto in ambito di tossicodipendenze. Le giuste e anche ben fatte campagne informative, gli approcci sociologici, i SERT, non possono offrire una ricca e forte proposta valoriale.

Allora, così come ognuno ha diritto di scegliere liberamente la scuola per i propri figli, in cui gli stessi possono essere educati secondo contenuti valoriali coerenti con quelli professati dalla famiglia, e che la stessa ritiene i migliori per loro, altrettanto dovrà essere per l’educazione sessuale.

Ben vengano quindi le campagne informative. Ce n’è bisogno di fronte, nonostante tutto, alla grande ignoranza di giovani che, spesso, riteniamo molto più consapevoli di quanto in realtà non siano. Ma dopo di questo una vera e propria eduzione sessuale non meno necessaria e opportuna dovrà essere quella insegnata (?) e vissuta (?) dalla famiglia e dalle altre agenzie educative.

In ambito cristiano la Chiesa ha certamente molto da fare e da dire, purché si impegni a elaborare una nuova proposta morale frutto di una nuova ermeneutica sessuale, certamente fedele alla parola di Dio ma anche attenta alla storia e alla sensibilità dell’uomo e della donna contemporanei.

Commenti

  • 10/01/2026 Stefano Camasta

    Egregio Professore, da laico impegnato in parrocchia, da genitore e da insegnante ho letto con molto piacere il suo intervento sul Blog del Regno, sia per il tema affrontato sia per le argomentazioni proposte.

    Colgo dunque l'invito a esprimere un commento nella speranza di poter approfondire alcuni aspetti che mi stanno a cuore. Parto dalla sua conclusione: “la Chiesa ha certamente molto da fare e da dire” per un'educazione sessuale e affettiva vera. Fino a qualche anno fa ne ero convinto anch'io, ma ho la sconcertante impressione che oggi quel “giusto pluralismo” che lei attribuisce correttamente allo Stato sia una caratteristica (giusta?) ormai presente anche all'interno della Chiesa. O meglio: i documenti dottrinali rimangono sostanzialmente ancorati alla tradizione, mentre la predicazione (dal Papa ai vescovi ai sacerdoti) procede tra brusche accelerazioni e frenate.

    Il prezzo è un certo disorientamento del popolo dei fedeli e il fai da te. Purtroppo sto perdendo la fiducia che perfino in ambito ecclesiale si possa formulare in tempi ragionevolmente rapidi quella “nuova ermeneutica sessuale” che lei opportunamente auspica: nelle nostre comunità parrocchiali non solo le prassi ma anche la pastorale mi sembrano più specchio che lampada dei tempi. Non sono affatto insensibile alla ricerca di una nuova e più autenticamente umana ed evangelica comprensione della verità su questo tema, ma questa apparente (?) dissolvenza di punti fermi mi sembra al momento un grosso problema.

    Anche all'interno della Chiesa mi pare sia in atto un cammino sofferto: se si tratti più delle doglie di un felice parto piuttosto che dell'agonia di una visione antropologica giudicata ormai vecchia non saprei dire. Oggi poi alla dimensione del problema si aggiunge anche l'aspetto dell'urgenza, perché davvero la cronaca, se ce ne fosse bisogno, ci mette costantemente e drammaticamente davanti la problematicità delle nostre relazioni affettive, di cui gli orribili femminicidi non sono che la punta dell'iceberg. C'è urgente necessità di educazione! Per contro le nuove generazioni, sempre più precocemente, su queste dimensioni così delicate e decisive sono esposte ai cattivi esempi dei social e del web, pervasivi “maestri” contemporanei dell'iniziazione sessuale e affettiva.

    Le famiglie, in teoria, potrebbero esercitare il loro connaturale ruolo di guida, ma di fatto vuoi per inconsistenza di tante figure genitoriali, vuoi per impreparazione, vuoi per oggettiva difficoltà del compito, faticano davvero moltissimo ad essere protagoniste decisive del percorso di crescita dei propri figli. Tanto che, in questo contesto di povertà educativa e di ridondanza diseducativa, la scuola può apparire sul serio come un'ancora di salvezza. E magari lo fosse davvero! Il fatto è, come lei ha giustamente evidenziato, che la scuola non è fuori o al di sopra ma dentro una società sempre più frammentata e disallineata anche sui valori più basilari come la sessualità e l'affettività. Ne consegue che la prospettiva più realistica è che, quando la normativa verrà approvata definitivamente, nelle scuole a educare i nostri bambini e ragazzi saranno per lo più i portavoce di istanze definite “progressiste”, come il femminismo intersezionale, che, mentre sollevano problematiche spesso meritevoli di approfondimento, propongono in genere soluzioni assai dubbie, per non dire fuorvianti, ma “inclusive”, alla moda e supportate sia politicamente sia finanziariamente.

    Un'ultima considerazione vorrei dedicarla allo Stato. Se siamo d'accordo nel dire che un'educazione (non solo un'informazione) sessuale e affettiva delle giovani generazioni è un pilastro fondamentale per la serenità e la compattezza del tessuto sociale, non capisco perché si dovrebbe rinunciare a far sì che su questi temi si possa raggiungere una benché minima base di intesa pur tra le poliedriche diversità di opinioni. La Costituzione, in fondo, è lì a dimostrarci che una sintesi per il bene comune, pur difficilissima, è possibile anche concretamente.

    Faccio invece molta fatica a immaginare il futuro di una società che non è più in grado di dire una parola condivisa su un argomento così basilare come l'amore (e con esso la famiglia e i figli). Per questo considero la norma recentemente approvata dal Governo in carica, secondo cui le famiglie hanno comunque l'ultima parola sulla frequenza o meno da parte dei propri figli dei percorsi formativi sull'affettività proposti dalle scuole, più che una tutela una dichiarazione di resa rispetto a un compito, quello di proporre una sintesi minima per il bene comune, davanti al quale avvertiamo la nostra insufficienza. Le ho scritto le mie sincere preoccupazioni nella speranza di essere smentito punto per punto. Grazie per l'attenzione. Stefano Camasta

  • 09/01/2026 Lucio Nicoletto

    Ho apprezzato molto l'articolo che, finalmente, si pone in una direzione propositiva per quanto riguarda la cosi tanto agognata proposta di morale sessuale per il cammino e le necessità dell'evangelizzazione, nonché per rilanciare un sano dibattito sul tema dentro e fuori dall'ambiente ecclesiale. Solo un'osservazione sull'espressione di chiusura: "... certamente fedele alla Parola di Dio, ma anche attenta alla storia e alla sensibilità dell'uomo e della donna contemporanei". Personalmente sentirei un respiro maggiore se considerassimo gli occhi della Parola di Dio come attuali - e peculiari alla nostra identità di cristiani - e non come un'ereditá che sembra non riuscire ad aiutarci in questo processo di riflessione sulla realtà. Per questo, a mio avviso, avrebbe più senso "... sperare in una elaborazione di una nuova proposta morale, frutto di una nuova ermeneutica sessuale fedele alla Parola di Dio e, per cio stesso, fedele anche all'identità e alla sensibilità dell'uomo e della donna contemporanei". Grazie! + don Lucio Nicoletto, vescovo della Prelatura apostolica di São Felix do Araguaia, Brasile.

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