Ecumenismo, laboratorio di pace
La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è talvolta percepita come un affare per soli addetti ai lavori.
La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, celebrata ogni anno nel mese di gennaio, è talvolta percepita come un affare per soli addetti ai lavori, per pochi appassionati ancora pronti a dedicare tempo a dibattiti che avrebbero dovuto essere chiusi decenni (o forse secoli) fa.
Tale percezione rivela in realtà soprattutto la scarsa capacità dell’ecumenismo di comunicare se stesso, di evidenziare quanto cruciale sia la posta in gioco nella preghiera condivisa o nella riflessione condotta assieme.
Tale sensazione è particolarmente acuta in questo tempo, in cui la guerra torna a rivendicare diritto di cittadinanza nello spazio pubblico, in cui la violenza e la sopraffazione sull’altro appaiono come vie privilegiate dinanzi a conflitti o anche solo a interessi divergenti.
Un’idea alternativa
Al cuore del cammino ecumenico c’è invece una categoria radicalmente alternativa, quella di koinonia, facilmente tradotta in italiano come comunione.
È l’idea di un essere-insieme in cui la differenza (di posizioni, di pratiche, di modi di esistere) può certo essere talvolta un problema, ma è soprattutto una ricchezza, da far vivere in forme riconciliate. Possiamo lamentare la lentezza con cui tale istanza si fa storia, possiamo criticare la prudenza talvolta eccessiva delle istituzioni ecclesiali nell’acconsentire a essa, eppure in questa ricerca mai spezzata di parole per vivere assieme si cela un’idea di pace forte.
Non l’affermazione del sé nel suo isolamento, né tantomeno lo sforzo per imporsi su altri; è nella relazione, nell’incontro, nello scambio fecondo che si realizza umanità. È nella condivisione di parole e pratiche che allarghiamo i nostri orizzonti, scoprendo che solo nella condivisione e nella percezione di ciò che è comune cresciamo come uomini e donne, come comunità, come nazioni. È nel dialogo – quello tra le Chiese, ma anche tra le culture e le fedi dell’umanità – che coltiviamo quei germi di umanità che premono per fare del genere umano una famiglia umana; è nell’accoglienza dell’altro e della sua singolare diversità che disinneschiamo quei germi di violenza che ogni esperienza religiosa porta in sé.
Una profonda valenza morale
Non è certo casuale che la storia del movimento ecumenico attraverso il Novecento sia profondamente intrecciata con la ricerca della pace, né d’altra parte che la crisi in cui esso versa al presente si intrecci con tensioni che socio-politiche lacerano profondamente l’Europa e non solo.
Continuare tenacemente ogni anno – anche in questa fase così critica – a ricercare l’incontro in luoghi e contesti diversi, nella preghiera e nella riflessione, significa dar corpo ad una speranza di riconciliazione che guarda oltre il buio del presente, che nella forza dello Spirito invoca pare e opera per costruirla.
C’è insomma, un profondo significato morale nella pratica ecumenica, nel suo tenace invito a mantenere viva quella parola koinonia che rimanda ad altre categorie care alle diverse tradizioni etico-sociali che vivono nelle nostre chiese. Parole come bene comune, responsabilità condivisa, alleanza… parole di cui oggi, più che mai, abbiamo bisogno per ridare senso ad una vita comune su questo fragile pianeta.
Simone Morandini è presidente del Segretariato attività ecumeniche (SAE).