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Moralia Blog

«Chiamare / nominare», specchio delle relazioni

Tre modi di nominare Chiara d'Assisi, tre «modelli» di relazioni umane.

Già qualche anno fa, su Moralia, mi soffermai sul tema che vorrei riprendere oggi. Il post di allora si intitolava «Essere chiamati, chiamare per nome»: torno, quindi, a scrivere del «nome». 

Il nome nella Scrittura

Nella prospettiva della sacra Scrittura, il nome – ogni nome – non è una semplice «etichetta» che serve a distinguere una cosa dall’altra, una persona dall’altra. È invece quanto solleva il velo sulla realtà profonda di una cosa o di una persona, al punto che colui che dà o conosce il nome dimostra per ciò stesso di essere penetrato nella sua intima essenza o addirittura di averne superiorità e dominio (cf. Dio che ordina ad Adamo di dare il nome alle cose, Gen 2,19-20).

La Bibbia è scandita da sfaccettature esistenziali legate al nome: dal «dare un nome» (es. Gen 2,19) al «cambiare il nome» (per indicare una nuova vocazione, es. Gen 17,5, non solo Cefa-Pietro); dal «rivelare il nome» (es. Es 3,13) al «chiamare per nome» (es. 1Sam 3,4-10); dalla «preghiera nel nome» (es. Mt 6,9) alla «responsabilità del nome» (es. Ap 2,17).

Esiste anche il desiderio di nome: è un profondo bisogno di identità – «mi hai chiamato per nome» (Is 43,1) – e identità relazionale. Il «nome», «chiamare / nominare» non è quindi estraneo alla vita di fede e alla vita morale.

Santa Chiara: un caso esemplare

In questo «anno giubilare francescano» mi sono fermata a pensare a come nominiamo santa Chiara. Partiamo dal fatto che, quando la citiamo, non abbiamo dubbi circa la sua identità: non c’è bisogno di specificare, per esempio, come per san Tommaso (l’Apostolo o l’Aquinate?) o sant’Antonio (l’Abate o il santo da Padova?). E allora perché nella maggior parte dei casi, quando nominiamo santa Chiara, dobbiamo aggiungere «qualcosa»? Vediamo «cosa».

  • Chiara di Francesco. Chiara quasi come «appartenente» a Francesco, Chiara che non ha quasi identità sua, se non in quanto dipendente da Francesco. Chiara nominata – e quindi interpretata – in chiave di sottomissione, subalternità. In questa prospettiva: tutto il suo percorso – indubbiamente vissuto assieme a Francesco, ispirato dalla sua testimonianza e dalla sua spiritualità, alimentato dall’amicizia con lui – non ha un gran valore: perdiamo così la forza dello «specifico» del cammino di Chiara. Certo: il cammino di Chiara non può essere compreso senza Francesco, ma nemmeno assimilato, assorbito. Un esempio: entrambi hanno compiuto una scelta «forte» nei confronti della famiglia d’origine, ma non sono state sicuramente dinamiche identiche dal punto di vista emotivo, psicologico, sociale, di genere e spirituale. «Chiara di Francesco»: l’originalità di Chiara è offuscata, se non dimenticata.
  • Chiara e Francesco (o, più frequentemente: Francesco e Chiara): Chiara è vista come complementare a Francesco. Chiara inizia a stagliarsi come figura autonoma, ma ancora scialba. Quando viene nominata così, sembra quasi che imitò (scimmiottò?) Francesco, ma al femminile. Il rischio, contrariamente a prima che rischiava di assimilare, ora è quello di assegnare compiti e specificità soltanto a uno dei due, quasi in maniera stagna, bloccando tentativi di conciliazione o di comprensione più profonda dei cammini di fede, singoli e comuni, relazionali, di Chiara e di Francesco.
  • Chiara (Scifi) d’Assisi: viene finalmente vista e interpretata in ottica di reciprocità, in cui emerge il profondo cammino spirituale di Chiara, non slegato da Francesco ma nemmeno simbiotico. Basti pensare che fonda un ordine religioso (ed è la prima donna a redigere una regola), che possiede caratteristiche di impegno spirituale ed esistenziale che interpreta il quotidiano diversamente da Francesco, pur nella medesima radice, Gesù Cristo e il medesimo radicale criterio, «sorella povertà»: le Clarisse sono un ordine di vita contemplativa, i Francescani un ordine mendicante.

Interpretazione esagerata? Forse. Ma non è difficile intravvedere, in questi tre modi di nominare Chiara, tre «modelli» di relazione uomo-donna o di relazioni umane in genere. Non è su questo che voglio soffermarmi, almeno non oggi.

Semplicemente voglio ricordare come le parole non siano «neutre»: il modo in cui nominiamo Chiara – e chiunque altro – mette in atto delle precomprensioni, spesso non consapevoli, che offrono possibilità e ne escludono altre.

«Chiamare / nominare» qualcuno è profondo atto morale che mette in moto «pensieri e parole», prima ancora che «opere e omissioni»: tutti atti morali a cui siamo chiamati in responsabilità perché indicatori del nostro abitare la vita e le relazioni a tutto tondo.

Gaia De Vecchi è docente di Teologia morale (Università cattolica del Sacro Cuore, Pontificia università gregoriana, Istituto superiore di scienze religiose a Milano, PIME) e insegnante di religione. Ha scritto Il peccato è originale?, Cittadella, Assisi 2018, e ha contribuito con il saggio «Con esistenza di donne, nel segno di un comune divenire» al volume M. Lintner, Teologia morale sessuale e familiare. Una prospettiva di etica relazionale, Queriniana, Brescia 2024.

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