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Il Regno delle Donne

Vita consacrata oltre il patriarcato?

Il 2 febbraio, festa della Presentazione al tempio di Gesù, è dal 1997 anche Giornata della vita consacrata. Le riflessioni di una monaca consentono una sosta inquieta e profetica su sorelle e anche fratelli che vivono una realtà che è sempre in cerca non solo di forme ma anche di parole, perché quelle più frequentemente utilizzate – qui nel post in corsivo – sono vittime di prospettive patriarcali o di inadeguate ecclesiologie: celibato (maschile) e nubilato (inadeguato), castità (ambiguo) consacrazione e sponsalità, in primo luogo.

 

Istituita nel 1997 da Giovanni Paolo II, la giornata della vita consacrata viene celebrata in occasione della festa della Presentazione al tempio di Gesù, il 2 febbraio. I sentimenti con cui una monaca di poco più di 50 anni, come la sottoscritta, si prepara a vivere questa festa, sono contrastanti: da una parte c’è la gioia di sentirsi in comunione con tante sorelle e fratelli che hanno arricchito la vita della chiesa con i loro carismi, dall’altro c’è l’insofferenza nel vedere come continuiamo a percepire la vita religiosa con schemi stantii e fuorvianti.

Vita consacrata e spose di Cristo

Il primo disagio si avverte già a livello di definizione. Continuiamo a parlare di vita consacrata, come se gli uomini e le donne che fanno voti di celibato, povertà, obbedienza avessero una consacrazione speciale rispetto agli altri e altre. Questo ci porta a considerarli come privilegiati, prescelti (come viene ben detto nel messaggio di istituzione di questa giornata) e a svalutare, o quanto meno a considerare su un gradino inferiore, le scelte di vita di qualsiasi altra persona battezzata. Occorre ridirci con chiarezza che la consacrazione, ossia l’unzione dello Spirito santo, è un dono battesimale e tutti e tutte siamo consacrati, non solo monaci e monache, suore e frati (che lo sono in virtù del battesimo e non della loro scelta di vita!). Certo, manca un linguaggio adeguato e sarebbe anche il momento di una riflessione seria e approfondita in merito, alla luce non solo delle comprensioni del Concilio Vaticano II ma anche del vissuto di quanti seguono oggi questo genere di scelta, che ha il celibato in vista del Regno alla sua radice e come elemento distintivo.

Nel caso poi della vita religiosa femminile c’è un’ulteriore aggravante: la visione e la percezione delle religiose come “spose” di Cristo, consacrate speciali per lo Sposo per eccellenza! È curioso – o forse sarebbe meglio dire paradossale – che donne che hanno scelto di non sposarsi, poi di fatto vengano recuperate dal modello patriarcale, che vuole la donna soggetta a una figura maschile, attraverso lo sposalizio con Dio! E questo condizionamento patriarcale è talmente forte che normalmente non viene percepito dalle religiose come discordante, ma è vissuto con orgoglio e ostentazione (basti pensare a quanto sia stato messo in luce questo elemento nella fiction Che Dio ci aiuti, per altro equilibrata e aperta nella rappresentazione del mondo religioso femminile). Questo non toglie che una monaca o suora possa vivere la relazione con Dio anche con sentimenti o percezioni “sponsali”, ma quello che è contestabile è che questo venga proposto come “il” modello della relazione celibataria femminile.

Cosa dice oggi la vita religiosa

La festa del 2 febbraio può d’altro canto portarci a riscoprire e celebrare gli elementi profetici di una scelta celibataria religiosa all’interno della chiesa. Più che identificare i religiosi e le religiose con Gesù offerto e consacrato al Padre, risultano più adeguate le figure di Simeone e Anna (Santa Messa in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Vita Consacrata (2 febbraio 2024) | Francesco) che attendono il compimento delle promesse di Dio e l’arrivo del messia. La nostra vita celibataria parla di una mancanza, un’attesa che rimanda a un compimento, a una promessa di bene e di relazione che sta sempre oltre. Mentre la mondanità e la logica moderna ci parlano di un soddisfare tutto e subito – logica che però ci lascia comunque insoddisfatti e spesso frustrati – la logica del celibato è uno dei segni che ci dice che siamo in attesa di Qualcuno, che la nostra vita non si esaurisce nel qui e ora e che l’inquietudine che sentiamo è desiderio di Infinito, anelito a una relazione più grande e più profonda. Perciò la vita celibataria ci mostra che abbracciare questa inquietudine è possibile e fecondo, e ci rimanda a un oltre che supera la nostra esistenza e i nostri orizzonti.

Recuperando poi l’idea della Chiesa come sposa di Cristo (e non la singola religiosa e senza entrare ora a discutere l’asimmetria di genere che ne pervade comunque la metafora), è possibile fare una riflessione ulteriore sulla vita religiosa, più in linea forse con la sensibilità delle nuove generazioni, ma non solo loro. La vita celibataria è strana, potremmo dire che in un certo senso è queer! Riprendo questa riflessione, con cui mi trovo in sintonia, dal libro Nella giustizia e nella tenerezza. Storie sacre di religiose lesbiche e queer 1(p.91):

«Quando una persona sceglie e vive una vita casta per un lungo periodo di tempo, la sua identità, la sua espressione corporea e il suo orientamento non rientrano più nelle norme dell’eterosessualità. Come sarebbero ben felici di ripeterci tutti i nostri amici e parenti sposati o sessualmente attivi: la castità è strana! Forse rivendicarla in modo esplicito come “queer” potrebbe, paradossalmente, rendere il nostro stile di vita più comprensibile a una nuova generazione per la quale avere a disposizione un ampio ventaglio di scelte di genere e sessuali è un’ovvietà».

Questa del resto è l’eunuchia per il Regno (Mt 19,12), il nostro essere queer che diventa un segno evidente nella chiesa che ogni relazione è autentica se vissuta nella custodia della libertà e del mistero dell’Altra/Altro/Altr*.

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Graxe Surdovel (ed), Nella giustizia e nella tenerezza. Storie sacre di religiose lesbiche e queer, edizione italiana a cura di L. Sacrmoncin e C. Simonelli, Effatà, Cantalupa (TO) 2022.

 

Commenti

  • 19/02/2025 Giuliana Babini

    Ringrazio Andrea Pontico per la categoria della Xeniteia, a me molto cara e adeguata al mio vissuto, laicamente un celibato per il Regno senza altre appartenenza che al Signore Gesù a partire dal Battesimo. Difficoltà a riconoscermelo sia nella chiesa in genere, ma ancor più dalla vita consacrata in genere e anche monastica: sei subito ai margini e non c'entra niente il Patriarcato se non quello che vive dentro la mentalità delle donne stesse. La sponsalità è poi qualcosa di ben più profondo, metafora di una interiorità che è attenzione e attesa, un amore senza possesso, senza orgoglio.... Il libro citato nell'articolo può essere una apertura ad accogliere vissuti esistenti, ma, per me, non certo fonte di una vera rilettura della vita per Il Signore.

  • 02/02/2025 Andrea Pontico

    Sinceramente, pur condividendo l'estraneità della scelta consacrata, mi sembra sempre che l'uso del termine queer rischi di diventare il suo esatto contrario, vale a dire una etichetta quasi di tipo commerciale/merceologico, capace di parificare le singolarità. Abbiamo le parole da secoli: mai pensato alla xeniteìa? A me sembra molto più "queer" del queer stesso! Non siamo qui, io credo, per fare marketing sulle vite degli altri, non siamo qui per cadere in quello che io vedo fondamentalmente come un possibile inganno, non nei suoi significati e nelle possibili conseguenze, ma nel suo uso "obbligatorio" e, quindi, inevitabilmente massificato e parificante, di esperienze che sono sempre, appunto, da accogliere come radicalmente singolari, grazie a Dio! Inoltre, sono anche abbastanza convinto che la profezia della vita consacrata, che quella, giustamente, di ogni battezzato, sia oggi profetica ed escatologica in un senso anche diverso, che non esclude quello classico: dovremmo essere presenti al qui e ora, portare l'escatologico e il profetico come svelamento della sacralità di ogni istante e di ogni fibra di materia e di tempo. Per quanto riguarda la critica alla metafora sponsale non mi esprimo nemmeno poiché vale sia per i maschi che per le femmine, ed è appunto metafora e per di più biblica. Se la metafora viene poi trasformata in politica e in burocrazia ecclesiale è un altro paio di maniche e va combattuta. Ma non in quanto metafora, io credo, non in quanto metafora vivente.

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