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Il Regno delle Donne

Parole disarmate e disarmanti

In prossimità del Natale, i vescovi italiani sono tornati a parlare di pace, con la nota Educare a una pace disarmata e disarmante

Ormai in prossimità del Natale, i vescovi italiani sono tornati a parlare di pace, con una nota che esce dopo 27 anni dal documento sul medesimo tema, in un mondo completamente cambiato e in controtendenza rispetto al discorso pubblico del presente momento storico, caratterizzato dal ritorno della guerra di conquista come strumento di risoluzione dei conflitti e d’affermazione dei nuovi assetti geopolitici. Non secondaria neppure l’attenzione ai modi della comunicazione, in precario equilibrio fra afasia che si fa complice e loquacità che finisce per soverchiare i temi del dibattito, anche in ambito ecclesiale.

 La Nota CEI sull’educazione alla pace «disarmata e disarmante», che in altri tempi sarebbe entrata nel dibattito pubblico italiano, ai giorni nostri è stata accompagnata da un assordante silenzio e dall’indifferenza pressoché totale dei media generalisti. L’unico elemento che è stato colto come notizia degna d’attenzione è la scelta di procedere a una ridefinizione della collocazione dei cappellani militari nei ruoli delle forze armate (Educare a una pace disarmata e disarmante, n. 3.c.ii.), proposta peraltro non immediata, che richiederà un processo di confronto e revisione delle norme bilaterali in vigore.

La ricchezza e complessità del documento non è stata colta dalla società, che non si è lasciata provocare dalla scelta di rimettere la pace al centro del dibattito.

Alle armi! Alle armi!

C’è stato un tempo in cui ogni sospiro della CEI spostava voti, consensi e perfino programmi governativi; quel tempo è finito, com’è finita la cristianità, segnando l’ingresso della Chiesa cattolica italiana nel «pomeriggio del cristianesimo», tempo di crisi ma soprattutto opportunità di crescita e conversione evangelica.

Mi domando, però, se non sia stato proprio il tema messo a fuoco nella nota del 5 dicembre ad aver provocato il silenzio intorno al documento CEI: la narrazione di chi governa il mondo va nella direzione della guerra e qualsiasi messaggio che ricostruisce un immaginario di pace, una visione alternativa, deve essere silenziato.

In Germania gli studenti sono in piazza per protestare contro il ritorno della leva, e le caserme sono state tutte riaperte e ristrutturate, pronte ad accogliere questa generazione Z cresciuta a pane e TikTok; si aprono nuovi fronti di guerra in tutto il mondo, la diplomazia è zittita e la corsa al riarmo determina la nuova fase dell’economia, un’economia di guerra. Perfino l’UE, il più grande esperimento di pace nella storia (cf. Educare a una pace disarmata e disarmante, n. 1.b.vi.), sembra aver ormai adottato il paradigma esclusivo della difesa armata.

Riprendere la narrazione della pace

Parlare di pace è un tabù, nell’era della massima accessibilità a strumenti di comunicazione. Tanto più prezioso risulta quindi il documento dei vescovi, che è consegnato alle Chiese locali, alla recezione capillare in parrocchie, gruppi, associazioni, luoghi di formazione. Che si torni a incontrarsi, a discutere, criticare, sperimentare pratiche di resistenza e riconciliazione, perché «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove s’impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono», secondo l’invito di papa Leone ai vescovi italiani.

La nota della CEI offre una narrazione in controtendenza, a partire dalle Scritture (cf. n. 2.a.), il magistero e la teologia (cf. n. 2.b.), la riflessione su violenza e libertà, il superamento della dottrina della «guerra giusta», le azioni di pace di associazioni e movimenti, una vera e propria galleria di donne e uomini che hanno promosso la pace giusta, la cura e la riconciliazione delle memorie (Maria Vingiani, Tonino Bello, Annalena Tonelli, Giorgio La Pira, Maria di Campello, i monaci di Tibhirine… e tante, tanti altri).

Le nuove generazioni devono poter ascoltare queste storie, hanno diritto a una narrazione diversa, che offra loro una visione alternativa rispetto al linguaggio violento e aggressivo che le sta portando verso la guerra. È proprio andata in crisi una cultura della pace (cf. n. 1.b), troppo spesso ridotta a vocabolo, anziché costituire il vocabolario del nostro dire (secondo un’immagine del vescovo Tonino Bello, riportata nella al n. 3.b.i.).

Disarmare le parole

Purtroppo, il linguaggio d’odio, specialmente sui social, sta dilagando anche nel dibattito teologico su questioni come le relazioni di genere nella Chiesa, la forma della liturgia, la sinodalità, il governo ecclesiale; in passato, il confronto teologico era forse troppo ingessato e relegato nelle accademie, ma oggi assistiamo al suo dilagare incontrollato nella rete.

I social offrono uno spazio dove persone competenti e incompetenti discutono alla pari di questioni che richiederebbero riflessione, studio e precisione linguistica. Ne risulta una polarizzazione ideologica, carica di un odio che porta alla eliminazione dell’avversario attraverso la gogna mediatica. I vescovi invitano a dire «no a ogni linguaggio e pratica d’odio: al razzismo, all’antisemitismo, all’islamofobia, alla cristianofobia, alla violenza di genere (su donne e persone omoaffettive). La cultura del rispetto deve diventare grammatica quotidiana della vita associata e anche nel rapporto col creato vanno superati approcci violenti e sfruttatori, per orientarsi invece alla cura» (Educare a una pace disarmata e disarmante, n. 3.c.i.).

La parola è pratica di pace

Linguaggio e pratica vanno insieme: le parole feriscono, falsano la percezione della realtà, dividono gli schieramenti secondo la logica amico/nemico e rendono inevitabile la guerra. «Occorre sempre parlare di pace», ricordava Paolo VI; la nota della CEI invita a una vera e propria educazione della parola, attraverso un’attenta analisi del mondo digitale e dell’intelligenza artificiale; occorre ricostruire legami sociali, luoghi d’incontro e confronto critico per contrastare il dominio delle fake news e per custodire la memoria dell’annuncio della pace, di cui siamo eredi.

Il Principe della pace, Parola che si fa carne, viene ad abitare in mezzo a noi; che il Natale ci insegni a prenderci cura delle nostre parole e narrazioni, per divenire comunità e persone «artigiane» di pace.

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