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Il Regno delle Donne

25 novembre – La violenza dietro la porta di casa

La pandemia ha svelato una volta di più quanta violenza contro le donne attraversa i rapporti di coppia. Per superare questa disumanizzazione è necessario svincolare decisamente e radicalmente l’idea e il vissuto dell’amore da ogni forma di “ordine”, di autorità e di potere. C’è un grande lavoro educativo che ci aspetta, e la Chiesa non può sottrarsi.

Celebriamo anche quest’anno la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Dall’inizio del 2021 nel nostro paese sono state 54 le donne uccise da uomini, il più delle volte loro partner o ex-partner; 70 nel 2020; 69 nel 2019; 74 nel 2018 (femminicidioitalia.info). A questi numeri si aggiungono quelli dell’Istat, che dedica un’ampia sezione del suo sito istituzionale all’approfondimento del fenomeno, includendo, accanto alla violenza fisica, anche quella psicologica. I dati sono ricavati dalle denunce, dagli accessi ai centri antiviolenza e dalle chiamate al numero telefonico dedicato, l’1522, che nel trimestre del lockdown di marzo-maggio 2020 ha registrato un incremento del 70% delle segnalazioni di violenza domestica rispetto al periodo pre-pandemico. Accompagna i numeri un’analisi delle questioni culturali sottese, quali l’influenza che alcuni stereotipi di genere fortemente discriminatori ancora hanno nel nostro paese (www.istat.it/it/archivio/235994 e www.istat.it/it/archivio/250836).

Molta indignazione, poca reazione

La situazione è oggettivamente grave, tragica. Tanto se n’è parlato, tanto se ne parla; non è più un sospetto, ma una certezza, il fatto che lo si faccia perché non si riesce a porre un freno a questo dramma. Sembra non ci sia nulla che possa fermarlo, nulla che lo stigmatizzi abbastanza da renderlo almeno impopolare – cioè lo renda agli occhi degli altri e delle altre così riprovevole da discriminare chi lo commette (per intenderci è il meccanismo che funziona per l’uso di droghe, ma non, ad esempio, per l’abuso di alcool).

La reazione più comune è esserne indignati, soprattutto indignate. Tuttavia il corpo sociale e anche quello ecclesiale, colpiti da tanta violenza, offesi da tanto squallore, sembrano non saper reagire, oscillanti fra la teoria dell’atto folle – il cui presupposto è l’idea che alla fine la colpevole sia lei, la vittima – e la condanna di un sistema culturale che alimenta la violenza, validando una serie di posture patriarcali che giustificano, e a volte addirittura caldeggiano, il potere e il controllo maschile su quello femminile, che andrebbe “ri-educato”. La narrazione ordinaria e popolare della violenza sulle donne in effetti è monca, zoppa, cieca; quando invece cammina, coglie e vede benissimo, non è sufficientemente creduta, in quanto le sue argomentazioni sono spesso considerate aggressive, rivendicative, di parte.

«In famiglia qualcuno deve pur comandare»

Rimane perciò un senso di incerto e indefinito riguardo alla questione della violenza maschile sulle donne: perché non si è tutti e tutte unanimi nel condannarla in modo visibile e netto? Perché ancora ci si permette di fare dei “distinguo” che in fondo legittimano un continuum che arriva fino al femminicidio? Perché non si riconosce tout court quanto sia disumana e iniqua una certa tipologia di convivenza fra i generi che percorre senza dubbi né ripensamenti, ma anzi con la presunzione di essere nel giusto, la via della violenza di genere?

La violenza sulle donne non è un effetto improvviso, non “capita” in un momento di follia, ma è innescata in un terreno relazionale già compromesso e reso esplosivo da uno stile di convivenza teso, nervoso, irritante, che annota e ricorda gli errori, le offese, le imperfezioni. Che ripara rompendo ancora di più, nella convinzione che l’assetto asimmetrico e a tratti carcerario della relazione fra i generi sia quello che meglio ristabilisce ordine, gradi di potere, ruoli di genere, obbedienze, virtù, spazi, libertà.

Nella tradizione culturale cattolica questa menzogna funzionale al patriarcato – perché di questo si tratta – trova in parte ancora credito. Cioè trova ancora credito il principio per cui la convivenza fra i generi funziona quando è ben stabilita e radicata l’autorità in capo a uno dei due – premettendo però che se fosse la donna, sarebbe una distorsione.

In altre parole il fenomeno della violenza di genere si nutre della strisciante convinzione che una coppia funzioni non perché ama, condivide, si confronta, sceglie, cresce, ricomincia…, ma perché c’è qualcuno che dall’alto di una certa autorità – che gli deve essere ordinariamente confermata – garantisce che tutto funzioni come deve, che tutto sia in ordine, che ciascuno e ciascuna abbia il suo ruolo e lo mantenga. Insomma, una visione in cui la famiglia è una macchina, la coppia il motore e lui guida.

La pandemia ha svelato la disumanità dei rapporti

Questa semplificazione, che però mantiene ancora un certo fascino esplicativo, trova radici fra le mura domestiche, nel privato, lì dove ancora chi è fuori non può mettere bocca, lì dove ancora c’è chi dice con convinzione: “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Fuori casa invece il principio salta, perde di valore, torna ad essere una bugia, anche perché evidentemente anacronistico e francamente iniquo, a parte quei (non rari) casi di predazione sessuale sul luogo di lavoro, che però si potrebbero inscrivere in dinamiche di potere rese ancora più distorte dalla leadership piramidale ad alto tasso di presenza maschile, come quella italiana, per esempio.

Durante i lockdown della pandemia sono saltati tutti i “fuori casa” per chiunque. Non solo: la pandemia stessa ha reso l’abitazione privata il posto più sicuro al mondo dal punto di vista sanitario, assegnandole con forza la connotazione di “rifugio” dai pericoli del contagio, tutti collocati all’esterno delle mura domestiche: scuole, luoghi di lavoro, mezzi pubblici, piazze con assembramenti, viaggi. La contrazione della vita familiare in casa, anche per motivi di sicurezza, ha saggiato la qualità dello stile di vita delle famiglie e ancor più la tenuta della relazione di coppia. Ci ha spogliato da convinzioni, certezze, abitudini, sfoghi che prima potevano favorire l’equilibrio della bilancia domestica.

E nelle condizioni di vita dettate dal Covid-19 le relazioni di genere fondate sull’idea che senza principio regolatore (maschile) non ci potesse essere coppia hanno per lo più vissuto un’esperienza profondamente disumanizzante.

Non si può improvvisare la protezione l’una nell’altro e viceversa, né la condivisione e la sua profondità; esse sono frutto di anni di esercizio e di consuetudine all’alterità, alla diversità, a ciò che non è sé, ma che viene amato come sé. Non è possibile originare la dinamica del rispetto e del bene dal nulla e per paura. Anzi, la paura della morte, della malattia, della manipolazione da parte dei poteri forti (come alcuni credenti ritengono) hanno fatto da detonatore a una situazione già disumanizzante, laddove non esistevano consuetudini relazionali nel rispetto e nell’accoglienza, rendendo la convivenza di quelle coppie davvero disumana e infine legittimandola in quanto unica possibile, in questi tempi feroci per tutti e tutte.

Cosa manca alla pastorale familiare

La Chiesa cosa fa per combattere la violenza sulle donne? Per chi vive una relazione di coppia in tempi pandemici? Cosa fa per evitare di distorcere il senso della convivenza fra i generi ribadendo il principio dell’amore su qualunque altro? Sembra non molto, a dir la verità.

La pastorale familiare locale pare ancorata in parte all’indissolubilità e in parte all’evitare comportamenti sessuali egoistici, ma non sempre mette il dito nel punto in cui si annida l’origine di una possibile dinamica violenta. Per esempio, nell’insicurezza e nell’assenza di consapevolezza di sé; nella presunzione che l’appartenere al genere maschile introduca forme di privilegio (che spesso si acquisiscono nella propria famiglia di origine); nella paura dell’altro, dell’altra; nell’esplicitare l’autorità attraverso il solo comando d’ordine e non anche nell’ascolto e nel dialogo.

Non va a scardinare il potere dalla logica delle relazioni affettive: spesso lo presuppone, lo giustifica come fosse un male necessario – qualcuno che porta avanti la famiglia ci deve pur essere! – senza pensare che quando ci si ama e quando si impara ad amarsi ancora di più, non è perché c’è qualcuno più forte, ma perché entrambi alla pari accettano di lasciarsi vivere e amare per come sono realmente e non per quello che dovrebbero essere o ci si aspetta che siano.

 

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