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Documenti, 3/2005

Quattro sfide per l'umanità

Giovanni Paolo II al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede
«La Chiesa cattolica, per la sua natura universale, è sempre direttamente coinvolta e partecipe alle grandi cause per le quali l’uomo di oggi soffre e spera. Essa non si sente straniera alcun popolo, perché ovunque c’è un cristiano suo membro, tutto il corpo della Chiesa ne è coinvolto; ben più, ovunque c’è un uomo, lì v’è per noi un vincolo di fratellanza». Nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (10.1.2005), che annualmente fa una rassegna delle questioni internazionali aperte e le propone con una propria rilettura prospettica all’attenzione dei rappresentanti della diplomazia mondiale, il papa ha quest’anno ripreso il tema della giornata mondiale della pace Le quattro sfide poste davanti all’umanità, che Giovanni Paolo II ha indicato sono: la vita, il pane, la pace, la libertà. L’ordine stesso con cui sono state enumerate non ne esprime l’importanza gerarchica, ma prospetta uno sviluppo storico-morale.

Unità della Chiesa, unità del genere umano

Giovanni Paolo II alla curia romana
Nell’annuale saluto alla curia romana in occasione dello scambio degli auguri natalizi (21.12.2004), Giovanni Paolo II ha svolto una retrospettiva che ha abbracciato i principali eventi della vita interna della Chiesa di Roma, con particolare apprezzamento per gli incontri ecumenici (www.vatican.va).

Noi ricordiamo ancora

60° anniversario della liberazione di Auschwitz
Perché, dopo 60 anni, ricordare ancora? «In mezzo a quell’indescrivibile accumulo di male, vi furono anche manifestazioni eroiche d’adesione al bene… Se stiamo ricordando il dramma delle vittime, lo facciamo… per rendere omaggio a quelle persone, per mettere in luce la verità storica e soprattutto perché tutti si rendano conto che quelle vicende tenebrose devono essere per gli uomini di oggi una chiamata alla responsabilità nel costruire la nostra storia» (Giovanni Paolo II, Messaggio per i 60 anni dalla liberazione dei prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, 27 gennaio 2005). Il richiamo al senso della responsabilità per il passato, ma soprattutto per il presente e il futuro è anche il cuore della dichiarazione dei vescovi tedeschi per la ricorrenza: «Ricordando Auschwitz ci chiediamo quanto la Germania e l’Europa abbiano imparato da questa catastrofe incommensurabile. L’antisemitismo di riaccende sempre di nuovo. Anche nel nostro paese sembra rafforzarsi, e comunque è nuovamente più visibile. Così di fronte a noi si apre un lungo cammino di purificazione e di discussione».

Auschwitz: una chiamata alla responsabilità

Giovanni Paolo II
Perché, dopo 60 anni, ricordare ancora? «In mezzo a quell’indescrivibile accumulo di male, vi furono anche manifestazioni eroiche d’adesione al bene… Se stiamo ricordando il dramma delle vittime, lo facciamo… per rendere omaggio a quelle persone, per mettere in luce la verità storica e soprattutto perché tutti si rendano conto che quelle vicende tenebrose devono essere per gli uomini di oggi una chiamata alla responsabilità nel costruire la nostra storia» (Giovanni Paolo II, Messaggio per i 60 anni dalla liberazione dei prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, 27 gennaio 2005). Il richiamo al senso della responsabilità per il passato, ma soprattutto per il presente e il futuro è anche il cuore della dichiarazione dei vescovi tedeschi per la ricorrenza: «Ricordando Auschwitz ci chiediamo quanto la Germania e l’Europa abbiano imparato da questa catastrofe incommensurabile. L’antisemitismo di riaccende sempre di nuovo. Anche nel nostro paese sembra rafforzarsi, e comunque è nuovamente più visibile. Così di fronte a noi si apre un lungo cammino di purificazione e di discussione».

Auschwitz: un lungo cammino di purificazione

I vescovi tedeschi
Perché, dopo 60 anni, ricordare ancora? «In mezzo a quell’indescrivibile accumulo di male, vi furono anche manifestazioni eroiche d’adesione al bene… Se stiamo ricordando il dramma delle vittime, lo facciamo… per rendere omaggio a quelle persone, per mettere in luce la verità storica e soprattutto perché tutti si rendano conto che quelle vicende tenebrose devono essere per gli uomini di oggi una chiamata alla responsabilità nel costruire la nostra storia» (Giovanni Paolo II, Messaggio per i 60 anni dalla liberazione dei prigionieri del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, 27 gennaio 2005). Il richiamo al senso della responsabilità per il passato, ma soprattutto per il presente e il futuro è anche il cuore della dichiarazione dei vescovi tedeschi per la ricorrenza: «Ricordando Auschwitz ci chiediamo quanto la Germania e l’Europa abbiano imparato da questa catastrofe incommensurabile. L’antisemitismo di riaccende sempre di nuovo. Anche nel nostro paese sembra rafforzarsi, e comunque è nuovamente più visibile. Così di fronte a noi si apre un lungo cammino di purificazione e di discussione».

Capacità di male, capacità di bene

Mons. C. Migliore
Intervenendo il 25 gennaio 2005 alla 28a sessione speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite per la commemorazione del 60° anniversario della liberazione dei Lager nazisti, l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU mons. Celestino Migliore ha unito alla commemorazione la voce della Chiesa cattolica, richiamando alla responsabilità che il ricordo dello sterminio dispone per il presente e il futuro (www.vatican.va; nostra traduzione dall’inglese)

La teologia dopo la Nostra aetate

Peter Hünermann
Le costatazioni dogmatiche fondamentali della Nostra aetate aprono una visione trasformata delle relazioni tra la Chiesa e il popolo ebraico: «una visione che può essere misurata solo se il teologo la rapporta alle questioni teologiche fondamentali». È ciò che mostra P. Hünermann in questa conferenza su «La relazione ebraico-cristiana: una scoperta conciliare e le conseguenze metodologiche nella teologia dogmatica», tenuta a Roma presso il Centro Cardinal Bea (Pontificia università gregoriana) il 7 dicembre scorso. La conferenza si è inserita bene nell’avvio delle manifestazioni legate al 40° anniversario della promulgazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, cui hanno fatto riferimento anche, nel mese di gennaio 2005, diverse altre iniziative, tra le quali l’udienza di Giovanni Paolo II ai leader ebrei della «Pave the Way Foundation» e la visita, per la prima volta nella storia, dell’arcivescovo di Verona alla sinagoga (cf. riquadri alle pp. 75 e 76). Originale: stampa (5.1.2005) da sito Internet www.sidic.org; versione non rivista di una conferenza data nell’ambito della serie «La Chiesa cattolica e l'ebraismo dal Vaticano II a oggi» offerta dal Centro Cardinal Bea presso la Pontificia università gregoriana dal 19 ottobre 2004 al 25 gennaio 2005 in collaborazione con il Service international de documentation judéo-chrétienne (SIDIC) di Roma e con il sostegno dell’American Jewish Committee. I testi rivisti saranno pubblicati nella prima metà del 2005 dall’editrice Pontificia università gregoriana.

Giovanni Paolo II incontra i rabbini

Gary L. Krupp, Giovanni Paolo II
Il 18 gennaio scorso, in vista del 40° anniversario della promulgazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate (28.10.1965), Giovanni Paolo II ha ricevuto in udienza in Vaticano una delegazione della newyorchese «Pave the Way Foundation»: 160 leader ebrei (rabbini, cantori e i loro familiari), provenienti da tutto il mondo ed esponenti delle diverse correnti dell’ebraismo. Di questo incontro, il primo del genere nella storia delle relazioni tra Santa Sede ed ebrasimo, pubblichiamo l’indirizzo d’omaggio rivolto al papa dal presidente della Fondazione, Gary L. Krupp (in una nostra traduzione dall’inglese), e il breve saluto di Giovanni Paolo II (L’Osservatore romano 19.1.2005, 5).

Mons. Carraro alla sinagoga di Verona

Flavio Roberto Carraro
Il 16 gennaio scorso il vescovo di Verona, p. Flavio Roberto Carraro, ha compiuto una visita alla sinagoga di Verona, dove ha incontrato la comunità ebraica. Mons. Carraro, che era accompagnato dai rappresentanti delle altre confessioni cristiane della città, è stato il primo vescovo cattolico nella storia di Verona a far visita alla sinagoga. Riportiamo qui il suo discorso (originale: stampa da supporto magnetico in nostro possesso).

Senza la domenica non possiamo vivere

CEI – Consiglio permanente
La preparazione del XXIV Congresso eucaristico nazionale (Bari, 21-29.5.2005), a otto anni da quello di Bologna del 1997 (cf. Regno-att. 18,1997,519-525; Regno-doc. 19,1997,577-598), «ci aiuterà a vivere meglio» lo speciale anno eucaristico cominciato in ottobre, con il XLVIII Congresso eucaristico internazionale svoltosi in Messico e la lettera del papa Mane nobiscum Domine (Regno-doc. 19,2004,585ss): così il Consiglio episcopale permanente della CEI, nella lettera dell’1.11.2004 Senza la domenica non possiamo vivere, esorta le Chiese particolari in Italia, alle cui cure è affidato l’anno eucaristico, ad accogliere l’invito del pontefice, mettendo in luce «i tratti caratteristici che fanno della domenica l’elemento qualificante dell’identità e della vita dei cristiani». Nello «splendore della luce della risurrezione», il giorno del Signore è quello in «cui facciamo memoria del battesimo», ma anche il «giorno della Chiesa, che ricorda a ogni cristiano che non è possibile vivere individualisticamente la fede». Poiché «la celebrazione eucaristica domenicale non può esaurirsi dentro le nostre chiese, ma esige di trasformarsi in servizio di carità», in questo momento centrale per la comunità cristiana è necessario compiere quei «gesti profondamente umani e semplici che esprimono e realizzano la solidarietà, la condivisione, la speranza di un futuro migliore, la liberazione integrale dell’uomo».

Eucaristia e bellezza di Dio

Mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto
«Perché andare a messa la domenica?» è la domanda che prima o poi si pongono anche i cristiani che hanno «motivazioni chiare e convinte»; tanto più è frequente in chi è più spinto dall’«abitudine e (dal) rispetto delle tradizioni»; «la domanda è però anche di molti che a messa non vanno o vanno solo di rado e che hanno spesso una profonda nostalgia di Dio: penso che anche loro andrebbero volentieri a messa se solo scoprissero la bellezza del dono che in essa ci viene offerto. Questo dono è Gesù in persona, che nella messa si offre a noi come il pastore buono e bello (…), che ci guida ai pascoli della vita, dove ci aspetta la bellezza senza tramonto». Nell’anno dedicato all’eucaristia, il neo-arcivescovo di Chieti-Vasto, mons. Bruno Forte, tra i primi atti del suo ministero pastorale ha pubblicato una lettera in occasione dell’avvento 2004 (24.11.2004), L’eucaristia e la bellezza di Dio. Perché andare a messa la domenica? Essa è una catechesi sul significato più profondo dell’eucaristia e della celebrazione domenicale, fonte e culmine della vita spirituale del cristiano e del suo essere parte della comunità ecclesiale.

La Chiesa e i referendum

Card. Camillo Ruini
La prolusione del card. Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana, al Consiglio permanente della CEI del 17-20 gennaio 2005 ha rivolto particolare attenzione – oltre a una panoramica sui fatti internazionali e nazionali degli ultimi mesi – alla questione dei referendum: il 13 gennaio infatti la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili quattro referendum di abrogazione parziale della legge 40/2004 sulla fecondazione medicalmente assistita (sul limite alla ricerca sperimentale sugli embrioni; sui limiti all'accesso alla procreazione medicalmente assistita; sulle finalità e i diritti dei soggetti coinvolti; sul divieto di fecondazione eterologa). Il card. Ruini ha positivamente escluso ogni tentativo di mediazione politico parlamentare per evitare i referendum: «Non possiamo… essere favorevoli a ipotesi di modifiche della legge fatte con l’intento di evitare i referendum: esse non sarebbero infatti in alcun modo “migliorative”». L’invito è ad «avvalersi di tutte le possibilità previste in questo ambito dal legislatore» per «esprimere più efficacemente il rifiuto del peggioramento della legge». Cf. Regno-att. 2,2005,18 e riquadro a p. 87.

I vescovi italiani: fidarsi della vita

Consiglio episcopale permanente
Il tema della difesa della vita soprattutto nella sua fase iniziale è al centro del messaggio del Consiglio episcopale permanente della CEI per la 27a Giornata per la vita, dal titolo Fidarsi della vita, che si è celebrata in Italia il 6 febbraio 2005, mentre è acceso il dibattito sul referendum per la modifica della legge 40/2004 sulla fecondazione medicalmente assistita. In quella stessa ricorrenza anche Giovanni Paolo II, ricoverato al Policlinico A. Gemelli dal 1° febbraio, ha ripreso le parole dei vescovi italiani accostandole al tema del proprio discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (cf. in questo numero a p. 65). Pubblichiamo il messaggio della CEI (stampa da supporto magnetico in nostro possesso).

Il volto amico e solidale della città

Card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano
L’uomo di oggi sperimenta una nuova solitudine, anzi, un isolamento, un’assenza di relazioni, che lo precipita, soprattutto nelle città, in un tempo anonimo, prezzo della nostra sicurezza: «una paura spasmodica di essere soli» e insieme «il desiderio che non ci sia nessuno attorno». È esistenziale l’approccio con cui il card. Tettamanzi, arcivescovo di Milano, si è accostato al tema della solidarietà nel Discorso alla città della tradizionale celebrazione vigiliare della solennità di sant’Ambrogio, il 6 dicembre 2004. Di fronte a una tale situazione, il riferimento alla solidarietà come valore civile è innanzitutto a un «orientamento del cuore... una virtù che ispira e norma i comportamenti del cittadino», e che nel governante deve esprimersi soprattutto creando un «habitat» adatto alla solidarietà, che favorisca l’incontro fraterno e l’aiuto vicendevole, perché «non è solo “pagando” il costo di ciò che serve per risolvere un problema che la persona sarà al centro e che la sua dignità sarà rispettata». Da ultimo, il card. Tettamanzi si sofferma su alcuni problemi emergenti, tra i quali viene individuata come centrale la questione della casa e dell’abitare la città, suggerendo in proposito una ripresa di progettualità pubblica, «finalizzata a impedire in modo consistente un impoverimento collettivo della città».

Rito del matrimonio

Conferenza episcopale italiana
Un «nuovo rito del matrimonio»: entrato in vigore per la Chiesa cattolica italiana il 28 novembre scorso, è tecnicamente parlando l’adattamento in lingua italiana (la traduzione, approvata dalla Conferenza episcopale italiana il 4.4.2004) della seconda edizione dell’Ordo celebrandi matrimonium (1990). Come noto, le versioni in lingua volgare dei libri liturgici richiedono la conferma della Santa Sede, e questo Rito l’ha ottenuta da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 29.4.2004. Il libro liturgico per la celebrazione dei matrimoni è articolato in tre capitoli, rispettivamente per il rito inserito nella celebrazione eucaristica (c. I), nella sola celebrazione della Parola (c. II), in caso di matrimonio tra una parte cattolica e una catecumena o non cristiana (c. III): di essi pubblichiamo il primo, insieme al decreto di pubblicazione e alla presentazione. Le principali novità riguardano testi e gesti: l’inserimento della memoria del battesimo e delle litanie dei santi, la possibilità di anticipare la benedizione nuziale dopo il consenso degli sposi e lo scambio degli anelli, la modifica di alcune espressioni del consenso («io accolgo te») e una nuova preghiera di benedizione. Cf. Regno-att. 20,2004,681.

Il nuovo rito del matrimonio

Conferenza episcopale italiana
Un «nuovo rito del matrimonio»: entrato in vigore per la Chiesa cattolica italiana il 28 novembre scorso, è tecnicamente parlando l’adattamento in lingua italiana (la traduzione, approvata dalla Conferenza episcopale italiana il 4.4.2004) della seconda edizione dell’Ordo celebrandi matrimonium (1990). Come noto, le versioni in lingua volgare dei libri liturgici richiedono la conferma della Santa Sede, e questo Rito l’ha ottenuta da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 29.4.2004. Il libro liturgico per la celebrazione dei matrimoni è articolato in tre capitoli, rispettivamente per il rito inserito nella celebrazione eucaristica (c. I), nella sola celebrazione della Parola (c. II), in caso di matrimonio tra una parte cattolica e una catecumena o non cristiana (c. III): di essi pubblichiamo il primo, insieme al decreto di pubblicazione e alla presentazione. Le principali novità riguardano testi e gesti: l’inserimento della memoria del battesimo e delle litanie dei santi, la possibilità di anticipare la benedizione nuziale dopo il consenso degli sposi e lo scambio degli anelli, la modifica di alcune espressioni del consenso («io accolgo te») e una nuova preghiera di benedizione. Cf. Regno-att. 20,2004,681.

Per una pastorale dei divorziati

Joseph Doré, arcivescovo di Strasburgo
«Questi orientamenti sono certamente lungi dal risolvere tutti i problemi che si pongono alle persone divorziate e divorziate risposate, come pure… alle comunità cristiane desiderose di accogliere e accompagnare nella verità quanti hanno vissuto il fallimento del proprio matrimonio. Come in altri campi, si tratta di uscire dalla logica del “o tutto o niente”, proponendo alle persone coinvolte di assumere realmente il proprio posto nella comunità cristiana». In poche pagine l’arcivescovo di Strasburgo, mons. J. Doré, tratteggia così gli orientamenti pastorali diocesani sul tema dei divorziati, pubblicati lo scorso 1o maggio. E nel ribadire «la dottrina cattolica dell’indissolubilità del legame matrimoniale» ha in mente due fuochi d’attenzione: da un lato le modalità d’accoglienza dei divorziati, in particolare di quelli risposati, e dei loro figli nelle comunità ecclesiali; dall’altro i «pregiudizi» e «l’atteggiamento di condanna» che spesso permangono nelle comunità cristiane verso i divorziati risposati.

Riflettere sul suicidio

Vescovi irlandesi
In occasione della giornata della vita 2004, celebrata dalla Chiesa irlandese il 1o ottobre, i vescovi hanno pubblicato una breve riflessione intitolata La vita è da vivere. Una riflessione sul suicidio. L’oscurarsi nell’orizzonte sociale delle motivazioni religiose della vita, intesa come dono di Dio, va di pari passo con la proposta meno esigente, veicolata attraverso i messaggi pubblicitari, di una vita facile, lussuosa e senza problemi. Il potenziale suicida rischia di cedere a questo messaggio. E parallelamente i parenti o gli amici di persone suicide rischiano di rimanere invischiati in un’oscurità profonda, alla ricerca di un perché senza risposta. Sulle orme di Elia che chiede la morte al Signore e invece riceve cibo e forza, i vescovi esortano a confidare nell’aiuto di Dio: solo lui, che prese «la sofferenza della croce su di sé, la subì, diede a essa un senso e su di essa trionfò», può guidarci in mezzo alle difficoltà a riconoscere la bellezza della vita.

Laici al servizio della Chiesa

Vescovi svizzeri
«In queste note pastorali vorremmo presentare, nel quadro dell’ecclesiologia del Vaticano II, una concezione teologica realistica della professione degli assistenti pastorali ed esaminare in particolare la questione del significato teologico e canonico del loro mandato episcopale». L’intento enunciato dai vescovi della Conferenza episcopale svizzera applica da un lato alla condizione locale l’istruzione interdicasteriale del 1997 relativa alla collaborazione dei laici al ministero (Regno-doc. 1,1998,28), e dall’altro indica alcuni abusi da evitare e possibilità da esercitare. Nel quadro teologico conciliare il documento, elaborato a partire dal 2000 da parte un gruppo di lavoro della Commissione teologica della Conferenza, sottolinea una valutazione positiva e una sollecitazione cordiale del servizio professionale dei laici nella Chiesa, prevedendo le condizioni (studi teologici, mandato episcopale, servizi nella diaconia, nel governo, nella cooperazione territoriale) e specificando alcune direttive. Fra queste hanno sollevato interesse quella che prevede una pratica non solo occasionale per la predicazione e la conferma per quanto riguarda la possibilità in casi specifici della celebrazione del battesimo e del matrimonio da parte degli assistenti pastorali.

Uguaglianza: una parola in disuso

Ermanno Gorrieri
Per ricordare Ermanno Gorrieri (1920-2004; cf. Regno-att. 2,2005,66) pubblichiamo il testo della lectio brevis tenuta dallo stesso in occasione del conferimento della laurea honoris causa in sociologia da parte dell’Università di Trento (8 marzo 1999). La riforma dello stato sociale dev’essere congiuntamente universalista e selettiva, arrivare a tutti ma con criteri che favoriscano i più deboli. Solo attraverso questo processo di redistribuzione delle risorse si può conseguire il duplice obiettivo «di garantire a tutti pari opportunità di partenza e di aiutare ognuno ad autopromuoversi, ma insieme di permettere a tutti… di raggiungere un traguardo minimo, uno zoccolo di benessere, che assicuri una vita libera e dignitosa». La tesi sostiene l’ultima fatica della sua ricerca sociale, il volume Parti uguali fra disuguali. Povertà disuguaglianza e politiche redistributive nell’Italia di oggi (Il Mulino, Bologna 2002). Partigiano, politico, sindacalista, ministro e ricercatore Gorrieri ha perseguito un’azione sociale e politica volta al riscatto degli ultimi e una democrazia dove l’uguaglianza non sia solo formale, ma anche sostanziale. La formazione cattolica e la coscienza credente hanno sostenuto le diverse stagioni della sua vita. Il suo ultimo lavoro, Ritorno a Montefiorino, accurata revisione di una sua opera precedente sulla memoria della resistenza nel modenese, è in corso di stampa presso Il Mulino.

Norme sugli affari religiosi

Repubblica popolare cinese
Entreranno in vigore il 1° marzo 2005 le nuove Norme sugli affari religiosi elaborate dal governo della Repubblica democratica cinese, sostituendo la precedente normativa del 1994 (Regno-att. 14,1994,425). I 48 articoli che le compongono non innovano molto. L’affermazione della libertà religiosa è subito ridimensionata dai controlli sulle registrazioni e le autorizzazioni. Essa non è un diritto originario ma derivato dall’autorizzazione dello stato. Qualche spiraglio è legato a un silenzio e a due affermazioni. Il silenzio è relativo alle cinque religioni finora riconosciute (buddhismo, taoismo, islam, cattolicesimo, protestantesimo), che può alludere ad altri riconoscimenti verso le comunità ortodosse e ebraiche (ma non certo verso il Falun Gong). Le affermazioni sono quella relativa al carattere nazionale della legislazione, che dovrebbe contenere l’aleatorietà e le vessazioni più diffuse nelle singole normative provinciali, e quella che prevede e censura eventuali «abusi di potere» da parte dei funzionari locali degli uffici affari religiosi: difficoltà che le comunità religiose denunciano da sempre.