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Documenti, 1/2003

Pacem in terris: un impegno permanente

Giovanni Paolo II per la XXXVI giornata mondiale della pace
Il mondo diviso in due blocchi contrapposti, la guerra fredda al culmine, la minaccia della guerra nucleare: quando nel 1963 Giovanni XXIII firmava la Pacem in terris, «la strada verso un mondo di pace, di giustizia e di libertà sembrava bloccata». E tuttavia la lungimiranza del pontefice seppe identificare i pilastri necessari per la realizzazione della pace e seppe intravedere e interpretare «le spinte profonde che già erano all’opera nella storia», credendo nella pace contro ogni previsione. Il messaggio di Giovanni Paolo II per la XXXVI giornata mondiale della pace (1.1.2003), Pacem in terris: un impegno permanente, pubblicato il 17.12.2002, intende raccogliere l’eredità dell’enciclica roncalliana, interpretata e attualizzata, cogliendone significative analogie rispetto al presente e una visione profetica d’immutato valore: l’esigenza di «un’autorità pubblica a livello universale» (le Nazioni Unite, di cui la Santa Sede sostiene in queste settimane il ruolo insostituibile per risolvere la crisi tra USA e Iraq); la necessità di «una nuova organizzazione dell’intera famiglia umana», e del recupero di un «uso corretto dell’autorità politica». L’unico richiamo concreto allo scenario geopolitico attuale è relativo al Medio Oriente e alla situazione della Terra santa.

«La pace è possibile e doverosa»

Giovanni Paolo II, omelia del 1.1.2003
Pronunciando l’omelia della messa nella solennità di Maria santissima madre di Dio il 1° gennaio 2003, data in cui si celebra annualmente la giornata mondiale della pace, Giovanni Paolo II è ritornato sul tema rimarcando i contenuti del messaggio pubblicato in vista della ricorrenza (cf. qui a lato; www.vatican.va, 2.1.2003).

I consacrati nella scuola

Congregazione per l'educazione cattolica
Nel 37o anniversario della promulgazione della dichiarazione conciliare Gravissimum educationis, in data 28 ottobre ma reso noto il 19 novembre scorso, la Congregazione per l’educazione cattolica ha presentato il testo Le persone consacrate e la loro missione nella scuola. Riflessioni e orientamenti. Esso è strutturato in due parti: nella prima si ripercorrono i fondamenti specifici della vocazione alla vita religiosa e consacrata in generale, riferendosi a essa come alla «risposta radicale» alla sequela di Cristo, unico e vero educatore e formatore; nella seconda vengono recuperati alcuni snodi pedagogici da valorizzare: la dimensione umanistica dello studio, la sincera ricerca del vero, la priorità della persona e dei suoi diritti inalienabili (vita, giustizia, pace, solidarietà), l’opzione preferenziale per i poveri qui tradotta come accesso per tutti i giovani alla scuola, la prospettiva interculturale ecc. Le persone consacrate, quindi, grazie all’assunzione dei consigli evangelici, a uno stile di vita comunitario e alla quotidiana consuetudine di vita fraterna alla luce del Vangelo e dei sacramenti «si trovano nelle condizioni più favorevoli per collaborare affinché il progetto educativo dell’istituzione scolastica promuova la creazione di una vera comunità. In particolare propongono un modello di convivenza alternativo rispetto a quello di una società massificata o individualista».

Le facoltà di diritto canonico

Congregazione per l'educazione cattolica
La Congregazione per l’educazione cattolica ha pubblicato in data 2 settembre 2002, e reso noto il 14 novembre, il decreto mediante il quale viene rinnovato l’ordine degli studi nelle facoltà di diritto canonico (www.vatican.va, 14.11.2002).

Risvegliare la coscienza morale

Card. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano
«Sì, questo è il mio “primo” discorso alla città!». «A Milano desidero donare il Vangelo... il Vangelo della coscienza, annunciarlo alla retta ragione di tutti i cittadini e consegnarlo alla loro libera responsabilità». Queste parole definiscono l'intento con cui il card. Dionigi Tettamanzi, nuovo arcivescovo di Milano, intende rivolgersi pastoralmente alla città. Lo ha fatto nella ricorrenza della vigilia di Sant'Ambrogio, il 6 dicembre 2002, con un discorso alla città dal titolo Milano, risveglia la tua coscienza morale! Affrontare il tema della coscienza morale, oggi a Milano, significa riprendere nel segno della continuità l'opera dei suoi predecessori, gli arcivescovi Colombo e Martini. Il testo propone un decalogo di priorità per risvegliare la coscienza morale dei singoli e della città in un tempo che Tettamanzi definisce di vigilanza: vi sono situazioni sociali e culturali che rifiutano o dimenticano le esigenze della coscienza, «che finisce per essere deformata o ferita», ma dal «Vangelo della coscienza», cioè dalla partecipazione alla «coscienza di Cristo in noi», si apre la speranza.

Nazionalismo e terrorismo

Vescovi spagnoli
«La valutazione morale del terrorismo dell'ETA non può che essere gravemente negativa. Detta valutazione riguarda, nella debita proporzione, tutte quelle persone o gruppi che collaborano nelle azioni terroristiche, le coprono o le difendono. Tutte le persone e i gruppi sociali e politici senza eccezione hanno l'obbligo morale di prendere una posizione netta di fronte all'ETA» (vescovi di San Sebastián, Bilbao e Vitoria). Di fronte all’inasprirsi dell’attività terroristica dell’ETA alcuni vescovi del Paese Basco, Blázquez e Echenagusia di Bilbao, Uriarte di San Sebastián e Asurmendi di Vitoria avevano espresso la loro condanna nel documento Preparare la pace, del 29 maggio 2002, che aveva suscitato una dura reazione nel governo, a cui non venivano risparmiate critiche per alcune scelte politiche, e in una parte della Conferenza episcopale spagnola per quella che sembrava una condanna non sufficientemente netta del terrorismo (cf. Regno-att. 12,2002,367ss; 14,2002,441ss). La stessa Conferenza episcopale spagnola ha quindi pubblicato il 22 novembre 2002 un’istruzione pastorale che analizza il terrorismo dell'ETA, definendolo «una realtà intrinsecamente perversa, ingiustificabile, un fatto che per la forma ormai consolidata con la quale si autodefinisce risulta essere una struttura di peccato». Il documento Valutazione morale del terrorismo in Spagna, delle sue cause e conseguenze pronuncia un netto giudizio morale anche «sul nazionalismo totalitario soggiacente al terrorismo dell'ETA, poiché è impossibile comprendere l'uno senza l'altro», e su questa troppo netta assimilazione tra nazionalismo e terrorismo al momento della votazione in assemblea i vescovi si sono divisi (cf. Regno-att. 22,2002,747ss).

Preparare la pace

Vescovi di Bilbao. San Sebastian e Vitoria
«La valutazione morale del terrorismo dell'ETA non può che essere gravemente negativa. Detta valutazione riguarda, nella debita proporzione, tutte quelle persone o gruppi che collaborano nelle azioni terroristiche, le coprono o le difendono. Tutte le persone e i gruppi sociali e politici senza eccezione hanno l'obbligo morale di prendere una posizione netta di fronte all'ETA» (vescovi di San Sebastián, Bilbao e Vitoria). Di fronte all’inasprirsi dell’attività terroristica dell’ETA alcuni vescovi del Paese Basco, Blázquez e Echenagusia di Bilbao, Uriarte di San Sebastián e Asurmendi di Vitoria avevano espresso la loro condanna nel documento Preparare la pace, del 29 maggio 2002, che aveva suscitato una dura reazione nel governo, a cui non venivano risparmiate critiche per alcune scelte politiche, e in una parte della Conferenza episcopale spagnola per quella che sembrava una condanna non sufficientemente netta del terrorismo (cf. Regno-att. 12,2002,367ss; 14,2002,441ss). La stessa Conferenza episcopale spagnola ha quindi pubblicato il 22 novembre 2002 un’istruzione pastorale che analizza il terrorismo dell'ETA, definendolo «una realtà intrinsecamente perversa, ingiustificabile, un fatto che per la forma ormai consolidata con la quale si autodefinisce risulta essere una struttura di peccato». Il documento Valutazione morale del terrorismo in Spagna, delle sue cause e conseguenze pronuncia un netto giudizio morale anche «sul nazionalismo totalitario soggiacente al terrorismo dell'ETA, poiché è impossibile comprendere l'uno senza l'altro», e su questa troppo netta assimilazione tra nazionalismo e terrorismo al momento della votazione in assemblea i vescovi si sono divisi (cf. Regno-att. 22,2002,747ss).

Il terrorismo in Spagna: valutazione morale

Vescovi spagnoli
«La valutazione morale del terrorismo dell'ETA non può che essere gravemente negativa. Detta valutazione riguarda, nella debita proporzione, tutte quelle persone o gruppi che collaborano nelle azioni terroristiche, le coprono o le difendono. Tutte le persone e i gruppi sociali e politici senza eccezione hanno l'obbligo morale di prendere una posizione netta di fronte all'ETA» (vescovi di San Sebastián, Bilbao e Vitoria). Di fronte all’inasprirsi dell’attività terroristica dell’ETA alcuni vescovi del Paese Basco, Blázquez e Echenagusia di Bilbao, Uriarte di San Sebastián e Asurmendi di Vitoria avevano espresso la loro condanna nel documento Preparare la pace, del 29 maggio 2002, che aveva suscitato una dura reazione nel governo, a cui non venivano risparmiate critiche per alcune scelte politiche, e in una parte della Conferenza episcopale spagnola per quella che sembrava una condanna non sufficientemente netta del terrorismo (cf. Regno-att. 12,2002,367ss; 14,2002,441ss). La stessa Conferenza episcopale spagnola ha quindi pubblicato il 22 novembre 2002 un’istruzione pastorale che analizza il terrorismo dell'ETA, definendolo «una realtà intrinsecamente perversa, ingiustificabile, un fatto che per la forma ormai consolidata con la quale si autodefinisce risulta essere una struttura di peccato». Il documento Valutazione morale del terrorismo in Spagna, delle sue cause e conseguenze pronuncia un netto giudizio morale anche «sul nazionalismo totalitario soggiacente al terrorismo dell'ETA, poiché è impossibile comprendere l'uno senza l'altro», e su questa troppo netta assimilazione tra nazionalismo e terrorismo al momento della votazione in assemblea i vescovi si sono divisi (cf. Regno-att. 22,2002,747ss).

Una nuova terra: la sfida ambientale

Vescovi dell'Australia
«Come cristiani, abbiamo il dovere etico di rispettare i doni della creazione, di ringraziare per essi, di utilizzarli secondo la volontà di Dio, nel miglior modo in cui siamo capaci di interpretarla». In linea con l'impegno, assunto da più di un decennio, di rivolgersi ai temi ambientali, i vescovi australiani vi hanno dedicato la «dichiarazione sulla giustizia sociale» 2002 e la relativa «domenica» di sensibilizzazione e mobilitazione (29 settembre). Il documento, che segue un andamento per lo più descrittivo, appare consapevole della specificità dell'Australia in ordine alle problematiche ambientali: un patrimonio naturale di straordinario interesse, la cultura delle popolazioni aborigene, ma anche il fatto che il paese occupi posizioni arretrate, tra quelli sviluppati,nell'affrontare i maggiori problemi che il globo terrestre si trova ad affrontare in questi inizi del XXI secolo – lo stato degli oceani, la perdita di biodiversità, il degrado di terra e acqua, le emissioni di gas causanti l'effetto serra. La speranza, espressa dai vescovi, che il documento incoraggi la comunità cattolica nell'adempimento delle proprie responsabilità etiche in ordine alle problematiche ambientali è suffragata dalla presentazione, nella parte finale, di alcune iniziative particolarmente vivaci sorte proprio all'interno di istituzioni e comunità cattoliche.

Una religione tra le altre?

K. Lehmann su cristianesimo e dialogo interreligioso
"La grazia redentrice di Dio normalmente incontra l'uomo non solo isolato nella solitudine della sua cosciena morale, bensì nella totalità della sua situazione socio-culturale… Sono dunque due gli elementi che qui vengono riconosciuti: la ricerca comune da parte dell'umanità di una causa prima religiosa e l'azione nascosta della grazia di Gesù Cristo, ancora sconosciuta, nelle religioni non cristiane". Lungo questi due assi portanti si muove la ricostruzione storica e l'indagine sistematica del rapporto fra la singolarità della fede cristiana e il fenomeno storico della pluralità delle religioni svolta dal card. Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, nella relazione di apertura dell'Assemblea plenaria autunnale svoltasi a Fulda il 23-26 settembre 2002 (cf. Regno-att. 18,2002,600ss): "Il cristianesimo: una religione fra le altre? Sul dialogo interreligioso in prospettiva cattolica". E' la concretezza storica della "persona di Gesù" che deve divenire il "punto di convergenza di una teologia delle religioni". Su questa base Lehmann individua una criteriologia per il dialogo interreligioso nell'attuale contesto culturale e sociale: il presupposto di un orizzonte universale dell'umano cui si riferisce ogni specifica religione; la forma di servizio che ciascuna di esse deve assuere rispetto alle questioni fondamentali dell'esistenza; la riconoscibilità nel loro attuarsi che Dio è la meta ultima della nostra vita; il rispetto per la dignità dell'uomo e della donna nella loro situazione concreta, sostenendo la loro libera disposizione di sé; una visione onnicomprensiva della libertà di religione e la sua realizzazione pratica in gni contesto culturale e politico.

L'autorità nella Chiesa e nella società

Card. C. Murphy O'Connor
«La Chiesa... possiede solo l’autorità che ha ricevuto da Cristo e che esercita nel suo nome. Ciò significa che non esiste alcuna autorità più alta cui fare riferimento... Ciò significa anche che la Chiesa deve portare quest’autorità al mondo con la maggiore umiltà possibile». È questo il passaggio centrale della conferenza che il cardinale arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles, Cormac Murphy O’Connor, ha tenuto l’11 ottobre 2002 presso il St. Mary’s College a Twickenham (Surrey), intitolata L’autorità nella Chiesa e nella società. E se «l’autorità della Chiesa è l’autorità di Cristo – ha proseguito il cardinale –, Pietro è il modello del suo esercizio. Egli è... segno di quel paradosso che è la nostra esperienza della debolezza umana e della forza proveniente da Dio... in lui vediamo il potere di Dio che opera nella nostra umana debolezza». Perciò «possiamo fidarci di Pietro», ma assieme a lui la Chiesa deve «chiedere sinceramente perdono per gli errori del passato... Un esempio ovvio è il modo in cui sono state trattate in passato le accuse di violenze sui bambini» (cf. riquadro a p. 58). Qui Murphy O’Connor da un lato sottolinea la necessità di avere «fiducia che questi avvenimenti traumatici siano motivo di crescita per la Chiesa e che essa lo faccia nella verità»; una fiducia basata «sulla fedeltà di Cristo verso di noi» anche nel peccato. Dall’altro egli indica una tendenza delle società contemporanee, in cui rispetto al perdono sembra prevalere una «cultura basata sull’“additare, incolpare, screditare”», una sorta di «cultura killer» che mira all’erosione del tessuto sociale basato sulla solidarietà e la comunanza.

Il cardinale risponde al Times

C. Murphy O'Connor
Il quotidiano inglese The Times il 20 novembre ha pubblicato una propria inchiesta in base alla quale la Chiesa cattolica inglese, similmente a quella statunitense, avrebbe «pagato il silenzio» delle vittime di violenze sessuali compiute da sacerdoti. In particolare il card. Murphy O’Connor, oggi arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza episcopale, quando era vescovo di Arundel e Brighton avrebbe «coperto» l’operato di un sacerdote incriminato per violenze sessuali su minori e poi riconosciuto colpevole. Presentiamo qui la risposta del cardinale, apparsa su The Times dello stesso giorno (www.timesonline.co.uk).

Risposta all'Ut unum sint

Chiesa luterana di Svezia
«Lo stesso papa ritiene che i problemi ecumenici si incentrino sulla questione del suo ministero come segno del ministero di unità e riconciliazione. Perciò, ora egli invita i responsabili ecclesiali e i teologi a instaurare con lui "su questo argomento un dialogo fraterno, paziente". Si tratta di una nuova iniziativa storica da parte di papa Giovanni Paolo II. Noi salutiamo con gioia quest'invito ecumenico a un dialogo serio e sincero su quella che è una questione cruciale per tutti noi». La Chiesa di Svezia, che appartiene alla tradizione luterana, si è affiancata nel corso del 2002 al Sinodo valdese e metodista (1995), alla Chiesa d'Inghilterra (1997), all'Unione battista della Gran Bretagna (1997), alla commissione Fede e costituzione del CEC (1998) e alla Chiesa presbiteriana negli Stati Uniti (2000) nella pubblicazione di una propria, argomentata risposta "ufficiale" all'enciclica di Giovanni Paolo II sull'ecumenismo Ut unum sint (1995), e segnatamente all'ipotesi che essa formula di aprire un dialogo sulle modalità di esercizio del primato. Il documento analizza senza pregiudizi i contenuti dell'enciclica, sottolineandone le aperture nonché gli aspetti, soprattutto ecclesiologici, che rimangono problematici dal punto di vista luterano. In tal senso, le prospettive di sviluppo del dialogo sul ministero petrino vengono individuate nello sviluppo ulteriore del concetto di collegialità, «sia in seno alla Chiesa cattolica romana sia a livello ecumenico».