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Parole delle religioni

Parole delle religioni

Sulla soglia della chiamata. Il cammino di Abramo

P. Stefani
Una delle promesse che Dio collega alla chiamata di Abramo è di rendere grande il nome del patriarca (cf. Gen 12,2). Essere tuttora convocati nel nome di Abramo non è realtà scontata. Irriducibile è la differenza tra il suo nome e quelli che, diffusi fra tutte le famiglie dell’adamà (suolo, terra), possono, ai nostri giorni, rivendicare a loro stessi l’universalismo greve della globalità.1 Questo tipo di grandezza spetta non all’antico patriarca biblico, bensì ai sinuosi caratteri bianchi su sfondo rosso della Coca cola. In questo caso è arduo invocare la benedizione estesa ai popoli, mentre si è costretti a prendere effettivamente atto che la scura, effervescente bevanda è davvero diffusa in tutti gli angoli del globo.

La consolazione del Signore. La capacità di accogliere il dolore altrui

P. Stefani
L'atto di misurarsi con quanto è accaduto e non dovrebbe mai essere stato sembra condannato a presentarsi come uno scacco. È avvenuto quel che l’animo paventava e il cuore temeva; oppure è successo quanto era imprevisto e che, ora, sconvolge la vita. Si è avverato l’evento che non si sarebbe mai voluto vedere, ha avuto luogo la disgrazia che lo sguardo non avrebbe mai desiderato incontrare e si è colpiti da un male che devasta l’esistenza. Allora è il tempo dell’afflizione, dello sconforto, dell’amarezza. I modi per reagirvi e per non cadere in quella che ai nostri giorni si definirebbe depressione possono coprire una vasta gamma: ribellione o rassegnazione, ricordo od oblio, metterci una pietra sopra o impegnarsi con memore consapevolezza a favore di altri. Ci è dato persino di trovare qualche conforto e di versare del balsamo sulle nostre ferite; non è davvero concesso di consolarci.

Il congedo da sé. Di generazione in generazione

P. Stefani
Una generazione se ne va e un’altra arriva, ma la terra resta sempre la stessa» (Qo 1,4). Nonostante l’abuso da esso subito nel corso della disputa galileiana, il verso del Qoèlet resta bellissimo nel suo contrapporre due antitetici verbi di moto a un imperturbabile, statico fondale. In prospettiva globale, le parole esprimono quanto, rispetto al soggetto individuale, sarà detto più oltre sostituendo «polvere» a «terra»: là si individuerà in quella materia leggera il luogo dell’andare e del ritornare di ogni singolo vivente (cf. Qo 3,20; Gen 3,19). Gli altri elementi – il sole (fuoco), l’aria (vento), l’acqua (fiumi) – girano e rigirano (cf. Qo 1,5-7), gli esseri viventi vanno e vengono, la terra resta immobile. Secondo un approccio cronologico il venire al mondo precede il congedo; tuttavia per lo spirito proprio del testo l’ordine deve essere l’inverso, che meglio individua quanto più di ogni altra dimensione caratterizza l’esistenza umana: il suo venir meno.

Bibbia e politca. Il caos dall'alto

P. Stefani
Non si può affermare che il libro dei Giudici sia tra i testi più letti della Bibbia. L’imbarazzo inizia dalla stessa difficoltà di comprenderne il titolo: chi sono gli shofetim (giudici)? Stando agli usi del verbo semitico shafat, da Mari (XVIII sec. a.C.) a Ugarit (XIII sec. a.C.), ai testi fenici e punici dell’epoca greco-romana (cf. i suffeti di Cartagine), essi furono autorità che, oltre ad amministrare la giustizia, avevano anche un potere di governo (cf. Mt 18,28). Vale a dire che i giudici costituirono un’istituzione intermedia tra il regime tribale e quello monarchico. Collocati tra l’esodo dall’Egitto e la nascita della monarchia, sembrerebbe di doverli interpretare così anche in Israele. Questa griglia di lettura è però insufficiente.

La narrazione. Due modi di raccontare la storia ebraica

P. Stefani
Nel libro del Deuteronomio vi è un passo famoso anche perché, in seguito, posto al centro della cena pasquale ebraica (seder). Esso, fin da epoca antica, fu diversamente inteso. La sua peculiarità più stringente è di concentrare in poche righe tutta la storia del popolo d’Israele. Per questo, secondo un’autorevole teologia biblica in auge qualche tempo addietro (cf. G. von Rad), il brano era considerato esempio per antonomasia di «piccolo credo storico». Prima di trascriverlo, conviene compiere un cenno sulla sua ambientazione letteraria.

Il calcio globale. Tempo continuo e tempo frammentato dopo la secolarizzazione

P. Stefani
Una grande pagina del Deuteronomio impone di ripetere ai figli i precetti rivelati, di parlarne in casa e lungo la via, quando ci si corica e quando ci si alza (cf. Dt 6,7). Un discorso diuturno accompagna la scelta di amare concretamente Dio attraverso l’atto di mettere in pratica i suoi voleri. Anche la lingua non può restare indifferente alla realtà a cui si attacca il proprio cuore. Fin qui la parola antica. Se oggi si dovessero trascrivere queste parole nell’ambito di una religione secolarizzata che conserva, oltre a riti e liturgie, anche un eloquio che non conosce pause, bisognerebbe pensare in prima istanza al calcio.

Il terremoto pasquale. La natura devastante e la Parola cristiana

P. Stefani
Lisbonne est abîmée, et l’on danse à Paris». Questo verso del Poema sul disastro di Lisbona (1755) di Voltaire suona, forse, come il più attuale tra tutti. Ciò avviene anche perché sul principale fronte polemico del componimento la battaglia è stata vinta: i sostenitori della tesi secondo cui nel mondo tutto è bene si sono, da tempo, dileguati come neve al sole. Eventi e catastrofi dell’ultimo secolo hanno cancellato i residui ottocenteschi di facili ottimismi. I fatti hanno avuto più forza di persuasione dei ragionamenti.

La silente voce dei fiori. La gratuità come bellezza

P. Stefani
È la stagione dei fiori. La loro bellezza sta nello sbocciare, verbo divenuto così pregnante da indicare il dischiudersi stesso di ogni vita. Per quanto si sappia che i petali si allargheranno, risplenderanno, si aggrinziranno fino al loro inesorabile appassire, a primavera il boccio che occhieggia è colto dallo sguardo come un tutto, come un segno di speranza posto sotto l’ala della gratuità. Parole evangeliche ci dicono di osservare i gigli del campo che non tessono e non filano. Al loro confronto persino lo splendore di Salomone è poca cosa. Eppure si sa che è bellezza breve che oggi si schiude e domani è gettata nel forno (cf. Mt 6,28-30). Gesù nel suo paragone esorta a guardare l’erba del campo, non un fiore di albero da frutto. L’interezza dello sbocciare è racchiusa in un frammento che esprime un tutto pur non essendo un assoluto.

Il servo del Signore: tra sofferenza e riconciliazione

P. Stefani
Capita a volte che alcune espressioni restino per anni, o forse per decenni, in un limbo che non le rende né ignote, né conosciute. Le si sa e le si ignora a un tempo. Ciò avviene in molti ambiti, compreso quello della riflessione spirituale, sapienziale, biblica. Qualche formula la si è udita da molto tempo, la si è recepita, la si è persino studiata, senza per questo porsi la domanda più elementare relativa al suo significato base. Non pochi hanno sentito parlare di «servo del Signore». Alcuni sanno che nel rotolo del profeta Isaia ci sono dei canti che lo riguardano (Is 42,1-7; 49,1-9; 50,4-11; 52,13-15; 53,11-12). Altri conoscono persino l’espressione ebraica di ‘eved Adonai e non sono all’oscuro di dibattiti e interpretazioni collegati a questo personaggio. Eppure tutto ciò può coabitare con l’assenza di un interrogativo elementare, quello che si chiede se questa figura sofferente riceva la propria qualifica in quanto è una persona che sta offrendo il proprio servizio a Dio, o se, al contrario, l’espressione vada intesa dall’altro lato pensando a un essere umano di cui il Signore si serve.

Tra vita e morte. La sacralizzazione del biologico e la speranza della risurrezione

P. Stefani
Le considerazioni «sapienziali» affermano, nelle loro movenze classiche, che la vita è destinata a finire a causa della legge inviolabile che presiede ogni esistenza venuta alla luce nel tempo. Durante l’arco limitato del nostro esistere quanto importa è apprendere l’«arte del vivere», vale a dire condursi in una maniera consapevole dell’umana limitatezza; parte di questo compito è imparare pure l’«arte del morire». La qualifica di «mortali» con cui, in antico, si era propensi a chiamare gli esseri umani, esprime bene questo orientamento. Occorre perciò impegnarsi al fine di morire con dignità, rifuggendo, per quanto ci è dato, dall’umiliazione a cui l’eroe classico è sempre sottratto. Bisogna accettare l’esistenza del limite e ricavare entro di esso (eventualmente in modo preventivo) lo spazio per quel tanto di autodeterminazione che ci è concesso.