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Parole delle religioni

Parole delle religioni

Dacci oggi la nostra Assisi quotidiana. Assieme per pregare

P. Stefani
Al centro della «nobile Bukhara» vi è una piazza costruita intorno a una vasca, la Lyab-i-Hauz (termine che significa «intorno alla vasca»). A pochi passi da lì si snoda una serie di vicoli: è ciò che resta dell’antico quartiere ebraico. La storia degli ebrei di Bukhara è costellata da fatti singolari. Il più insolito e particolare riguarda il luogo di culto. Nei primi secoli della loro presenza, gli ebrei non avevano una sinagoga. Per pregare, condividevano con i musulmani la moschea più antica della città, la Magoki Attar. Si tratta di un luogo contraddistinto da un’alta stratificazione religiosa; sotto le sue fondamenta sono stati scoperti resti di un tempio zoroastriano e, ancor più in profondità, reperti di un tempio buddhista. Secondo alcune fonti, gli ebrei utilizzavano l’edificio per le funzioni serali dopo i musulmani; secondo altre, ebrei e musulmani pregavano contemporaneamente gli uni in un angolo, gli altri in quello opposto.

Il grano e la zizzania. L'annuncio del Regno si intreccia con le parole del mondo

P. Stefani
Non son venuto qui a gettar zizzania». Un simile detto proverbiale è ancora comprensibile quasi a tutti e lo è a motivo di una, più o meno viva, reminiscenza evangelica. Se Matteo non avesse scritto quella parabola e la liturgia non l’avesse riproposta nel corso dei secoli, solo agricoltori e agronomi conoscerebbero il lolium termulentum («loglio ubriacante»), così denominato per gli effetti che può provocare (emicranie, vertigini, vomito, oscuramento della vista). Inoltre soltanto i contadini saprebbero che, a causa della somiglianza delle rispettive cariossidi, è difficoltoso eliminare la zizzania dai campi di frumento. Appellarsi a questo residuo per dire la costante forza del Vangelo sarebbe senza dubbio improprio; tuttavia può essere anche vero che questa sopravvivenza linguistica indichi qualcosa di meno estraneo al senso della parabola di quanto, sulle prime, non si creda. La parabola infatti ha a che fare proprio con il linguaggio; è ben vero però che si tratta della parola del Regno e non di una qualsiasi.

I sangui di Abele. La fratellanza come luogo di responsabilità

P. Stefani
Nelle consuete rappresentazioni cattoliche del Decalogo, le due tavole sono disposte in maniera tale da far sì che sulla prima siano segnati i tre comandamenti relativi al rapporto tra l’uomo e Dio e sull’altra i sette concernenti le relazioni interumane. A tal proposito il card. Angelo Scola, di recente, ha avuto modo di ribadire che il modello della rivelazione «ebraica e cristiana» indica «l’ancoraggio della legge morale alla verità». La correlazione attesta, da un lato, che l’adorazione va riservata solo a Dio, mentre, dall’altro, indica che i comandamenti «morali» sono tali «non perché comandati, ma perché veri».1 L’integrazione delle due tavole si fonda perciò sul primato della verità rispetto a quello dell’imperatività. Separare la dimensione pratica da quella veritativa costituirebbe, quindi, un errore moderno nato dalla scelta di rendersi autonomi rispetto al proprium della tradizione biblico-cristiana.

Il primato del dono. Interpretare il Cantico dei Cantici

P. Stefani
È contesa antica chiedersi quali siano i modi di leggere il Cantico dei cantici. Il principale luogo di differenziazione sembra essere quello del rapporto che intercorre tra la lettera legata alla relazione amorosa tra «lei» e «lui» (da dirsi in quest’ordine) e i possibili significati traslati di cui è stato caricato il poemetto biblico dell’amore. Non vi è dubbio alcuno sul fatto che si tratti di uno snodo fondamentale; eppure, anche rispetto a questo discorso, non è secondario chiedersi se, per intendere la lettera del testo, si debba puntare tutto su una relazione a due o se la dimensione del «terzo» – a iniziare da coloro che sono chiamate «figlie di Gerusalemme» – abbia un valore rilevante. Dalla scelta dell’una o dell’altra possibilità conseguono molte diversità.

Aforismi in dialogo. Alla ricerca dell'uomo interiore

P. Stefani
Proust afferma che il viaggio più vero si compie attraverso la letteratura. Quest’ultima consente di vedere la realtà con gli occhi degli altri, mentre quando si viaggia di persona non si può mai mutar occhi; per forza di cose si continua a guardare con i propri; la modifica è dei luoghi, non dell’osservatore. Se si ascolta si può però cambiare orecchi: la voce degli altri giunge a te e se l’accogli tu stesso muti in virtù di quell’incontro. Ma, si sa, è proprio del turista guardare e assaggiare, mentre gli è precluso l’ascolto.

Maria Maddalena apostola. Dalla figura penitenziale alla testimone della risurrezione

P. Stefani
Nella pietà cristiana, a motivo del formarsi di un agglomerato di passi evangelici non suffragati da alcuna autentica base testuale, si è creata l’icona di Maria Maddalena vista come peccatrice penitente. Se da un lato il polo del peccato è rappresentato nella maniera più prevedibile legandolo alla sregolatezza nella vita sessuale, dall’altro il senso del pentimento è stato, nonostante tutto, trasmesso in maniera alta collegandolo alla scelta di amare Gesù senza compromessi. Amore richiama amore: al prostrarsi penitente ai piedi del Maestro, corrisponde l’amore di Gesù che perdona e risana. Secondo il messaggio proprio dei Vangeli, Maria di Magdala non è riconducibile, però, a quest’ambito; a lei è affidato un compito più decisivo: essere testimone del Risorto; ovverosia, come si usa dire, essere apostola degli apostoli.

Noi non taceremo. Come se tutto dipendesse da noi

P. Stefani
Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza. La Rosa bianca non vi darà pace». Così si legge nel quarto volantino distribuito, in piena guerra, da ragazzi che accettarono il rischio, ben reale, di mettere in gioco le loro vite per dire di no al nazismo. È un appello che viene dall’esterno, perché la voce della propria coscienza va ascoltata; a volte, però, occorre che giunga, da fuori, una parola che la ridesta. Lasciata a se stessa la coscienza non basta; essa, come tutto il resto nella vita, è, infatti, cammino e non un dato.

Sulla tradizione. Riti, celibato e qualche ipocrisia

P. Stefani
Le truppe ottomane avevano appena conquistata Costantinopoli quando Niccolò Cusano scrisse il suo De pace fidei (1453). L’opuscolo si apre con un sogno apocalittico. La scena iniziale, infatti, è una visione celeste. Da essa prende le mosse un dialogo in cui da una parte sono presenti i rappresentanti di vari gruppi religiosi o etnici, mentre dall’altra vi sono i veri protagonisti delle tre parti in cui è diviso il libro: rispettivamente il Verbo, Pietro e Paolo. Le prime due sezioni, poste sotto il predominio del Logos, esprimono la portata universale dei misteri cristiani della Trinità e dell’incarnazione. La terza è invece dominata dalla questione dei riti.

Inattese risorse. La forza dei bambini

P. Stefani
Un detto attribuito a Buddha afferma che il potere dei bimbi piccoli è il pianto.1 Come sanno molti genitori, esso può assumere un aspetto paragonabile a quello della vedova di cui parla il Vangelo, la cui insistenza mosse a intervenire anche il giudice iniquo (cf. Lc 18,1-8). Il martellante ripetersi del pianto smuove dalle coltri anche la persona più avvinghiata dal sonno. Tuttavia sarebbe inadeguato declinare l’aforisma antico solo in questo modo. La forza dei più piccoli sta anche nel loro bisogno esigente e inerme. La loro totale dipendenza ha la capacità di muovere gli altri a prendersi cura di loro. Così è, o così dovrebbe essere.

Nell'antica Baghdad. Fede e appartenenze

P. Stefani
Vi è un modo rassegnato di vivere la propria appartenenza. Ciò avviene quando si è in una situazione e ci si resta, senza entusiasmo, per il solo fatto di non riuscire, per mancanza di coraggio, di risorse o per motivi più oggettivi, a trovare una collocazione migliore. La rassegnazione ha luogo quando sono i fatti e gli avvenimenti (grandi o piccoli che siano) a guidarci. Allora si abdica alla facoltà di scegliere. Affermare il ruolo insostituibile della decisione non equivale a proclamare il primato del cambiamento. Si possono ripetere ogni giorno le stesse azioni senza che vi sia il benché minimo barlume di rassegnazione: è così quando, giorno dopo giorno, si pronuncia il proprio sì a quanto si sta facendo, vale a dire quando non si agisce in una determinata maniera per la sola ragione di averlo già fatto.