Una guerra nella guerra. Subdola, impalpabile, che cerca di farsi largo fra le nostre coscienze a colpi di fake news e un sistema di media allineati, specializzati nel distorcere e ribaltare. Un leader, Vladimir Putin, che pensa e agisce da uomo del secolo scorso, con un delirante progetto di stampo neo-imperiale e che, con l’invasione dell’Ucraina, ha riportato il Vecchio continente indietro di decenni.
L’espressione «il libro di tutti i libri» è impiegata da Calasso in modo evocativo e non già totalizzante. La Bibbia è solo un capitolo di un itinerario contraddistinto da un’enorme serie di riferimenti culturali, antichi e moderni, estesi per migliaia di pagine; ci si occupa di miti greci, di Veda, di Buddha, di Talleyrand e di teoria del sacrificio, di Kafka, di Tiepolo e Baudelaire, dell’umanità primitiva diventata cacciatrice dopo essere stata raccoglitrice. La Bibbia è perciò un libro fra una miriade di altri. In ambito culturale non può essere che così.
Dal 15 al 21 gennaio del 1921 si svolse al teatro Goldoni di Livorno il XVII Congresso del Partito socialista, con tre mozioni in campo: «Concentrazione socialista», la corrente riformista di Filippo Turati e di Claudio Treves; «Comunisti unitari», quella massimalista guidata da Giacinto Menotti Serrati che aveva assunto tale denominazione a seguito della rivoluzione bolscevica del 1917 e, infine, la frazione dei «Comunisti puri» il cui leader era Amedeo Bordiga.
Nelle conversazioni tra gli allievi cattolici della Scuola normale superiore di Pisa affiora talora un ricordo relativo al pranzo domenicale. Al ritorno dalla messa, accedendo alla mensa comune, i loro compagni di studi che non ne condividevano la fede li accoglievano spesso con una sarcastica domanda: come potevano ancora consumare un pasto dopo aver mangiato il loro Dio?
C’è una blogger torinese (forse la decana della blogosfera cattolica italiana) che ha più volte detto e scritto di stare scrupolosamente tenendo – già dalla Candelora del 2020! – un «diario della pandemia»: a quanti le chiedevano donde avesse tratto un’idea tanto bizzarra rispondeva di non essere affatto l’unica, e che anzi in Nordamerica il genere si diffondeva significativamente.
La possibilità per i credenti di una contemporanea adesione a comunismo e cattolicesimo – che già aveva animato discussioni politico-culturali nel corso della prima metà del Novecento – ha acquisito particolare rilievo nella stagione postconciliare. Nel dibattito pesavano le censure romane. Nell’enciclica Divini redemptoris del 1937, Pio XI era giunto a proclamare il comunismo «intrinsecamente perverso».
Una recente monografia di Geraldina Boni, docente di Diritto canonico presso l’Università di Bologna, esplora il difficile rapporto di papa Francesco con il diritto canonico attraverso un’analisi dell’attività normativa ecclesiale svolta nell’attuale pontificato (G. Boni, La recente attività normativa ecclesiale: finis terrae per lo ius canonicum? Per una valorizzazione del ruolo del Pontificio Consiglio per i testi legislativi e della scienza giuridica nella Chiesa, Mucchi editore, Modena 2021).
L’indirizzo riformatore di papa Francesco ha trovato uno dei suoi momenti più incisivi nel messaggio, datato 8 dicembre 2016, per la 50^ Giornata mondiale della pace. Intitolato La nonviolenza: stile di una politica per la pace, il messaggio ha tagliato corto con la teologia della guerra giusta che ancora guidava gli orientamenti espressi dal Catechismo della Chiesa cattolica in ordine alla definizione dell’atteggiamento dei credenti verso l’uso delle armi. Ha infatti affermato che, avendo Gesù tracciato nel suo insegnamento la via della nonviolenza, essere suoi «veri discepoli oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza» (Regno-doc. 1,2017,2).
Quanti hanno consuetudine con gli scritti di Marion riconosceranno agevolmente in quest’opera,1 presentata come il frutto di un percorso pluridecennale di studio e d’insegnamento, i temi forti della sua riflessione filosofico-teologica. Dai numerosi riferimenti posti in nota, si ha conferma che il volume costituisce una sorta di summa della ricerca sviluppata da Marion.
Andariega, vagabonda, è la parola con cui fu appellata Teresa. In realtà, il nunzio apostolico Filippo Sega, opponendosi in modo assai fermo all’opera di fondazione dei Carmeli degli Scalzi, la definì in modo ben più completo: «Donna inquieta e vagabonda, disobbediente e contumace». Questo accade nel 1577, dunque molti anni dopo che Teresa aveva scritto il libro della sua Vita, o come è piaciuto chiamarlo a lei Il libro delle misericordie di Dio.