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Attualità
Attualità, 20/2020, 15/11/2020, pag. 609

La democrazia come teatro

Il populismo come fenomeno da libreria (ma non solo)

Paolo Segatti

Il populismo da tempo continua a suscitare un grande interesse. Nella conversazione pubblica, il termine viene usato per lo più per indicare partiti e leader che sembrano sfidare lo status quo, nella convinzione che l’interlocutore capisca al volo di che cosa si stia parlando. Ma non v’è certezza che sia così, considerando la straordinaria varietà di leader e di partiti ai quali viene attribuito il titolo di «populista».

Il populismo da tempo continua a suscitare un grande interesse. Nella conversazione pubblica, il termine viene usato per lo più per indicare partiti e leader che sembrano sfidare lo status quo, nella convinzione che l’interlocutore capisca al volo di che cosa si stia parlando. Ma non v’è certezza che sia così, considerando la straordinaria varietà di leader e di partiti ai quali viene attribuito il titolo di «populista». Ad aumentare la confusione concorre la tentazione d’aggiungere al termine populismo anche una connotazione negativa o positiva a seconda delle personali idiosincrasie di chi osserva la retorica di un leader o il successo o meno del suo partito.

Non si può dunque che accogliere positivamente lo sforzo di chi offre al largo pubblico la possibilità di farsi una idea non solo su alcuni degli aspetti sui quali si registra la maggiore convergenza nella ricerca sul populismo ma anche l’opportunità di riflettere sulle sfide che il populismo pone al funzionamento della democrazia rappresentativa. Hanno queste caratteristiche alcuni recenti lavori in italiano. Brevi, ma non superficiali.

Tutti infatti tengono conto dei principali risultati della ricerca sul fenomeno populista. Sono però diversi tra loro per le finalità che si propongono e le prospettive dalle quali muovono. Neopopulismi. Perché sono destinati a durare di Paolo Graziano (Il Mulino, Bologna 2018) è un volume d’impostazione accademica ma rivolto a un pubblico che vuole farsi un’idea di cosa si stia parlando. Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi di Massimo L. Salvadori (Donzelli, Roma 2019) si rivolge a chi s’interroga sul futuro della sinistra europea in un’epoca dove sembrano dominare i populismi.

L’unico popolo contro l’unica casta

Ricostruiamo la politica. Orientarsi nel tempo dei populismi di Francesco Occhetta (San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2019) propone una riflessione sull’urgenza di una politica all’altezza della sfida dei populismi perché guidata da una maggiore capacità di discernimento sia dei cittadini che dei politici. In particolare di quelli che sono credenti. Venti di Protesta. Resistere ai nemici della democrazia è una lunga intervista a Noam Chomsky (Ponte alle Grazie, Milano 2017) dalla quale il lettore ricava diverse informazioni sulle opinioni del grande linguista del MIT su molti temi, incluso il populismo.

Tutti questi lavori suggeriscono diversi interrogativi sul populismo e sui populismi e sulle sfide alla democrazia liberale. Di alcuni di questi interrogativi ci occupiamo in questa nota, mettendoli in relazione con altri contributi.

Paolo Graziano, in linea con il dibattito internazionale, suggerisce che si debba parlare più di populismi che di populismo e propone di distinguere tra i populismi storici (quello americano di fine Ottocento, quelli sudamericani e prima ancora la grande corrente politica del populismo russo) e i partiti neopopulisti che negli ultimi due decenni hanno ottenuto significativi successi elettorali in diversi paesi.

È una distinzione doverosa, anche se qualche parola in più per indicare dove stia la differenza tra i populismi del passato o quelli latinoamericani e i neo-populismi contemporanei sarebbe stata utile. Questo perché tra i primi e i secondi a far la differenza è forse il contesto storico-sociale più che lo stile retorico usato dai leader definiti populisti. Uno stile caratterizzato, secondo il giudizio unanime della letteratura scientifica, da due tratti presenti ieri come oggi.

Il primo consiste in un appello a un popolo immaginato privo di fratture interne e variamente inteso sia come nazione sia come popolo di cittadini ma anche, seppure in un numero minore di casi, come una classe o una vasta e indistinta categoria sociale. Il secondo tratto è una rappresentazione dicotomica della società in base alla quale il «popolo» si contrappone a una «minoranza» connotata negativamente anche da un punto di vista morale.

Graziano dedica molto spazio al primo tratto, osservando come la diversa connotazione del popolo consente una distinzione tra neo-populismi inclusivi ed esclusivi. Gli inclusivi sono disponibili a riconoscere l’accesso a risorse materiali e politiche anche a chi non è cittadino dello stato nazionale ma è parte del popolo residente entro i suoi confini, mentre i secondi non lo sono affatto. La distinzione tra populismi inclusivi ed esclusivi riflette quella tra populismi di sinistra, pochi, e di destra, molto più numerosi.

Per i populismi inclusivi il popolo inteso come popolo di cittadini sembrerebbe contrapporsi solo all’élite. Per i populismi esclusivi, quelli di destra cioè, gli stranieri e gli immigrati non sono invece parte del popolo. Il lettore può trovare una utile descrizione di alcuni partiti appartenenti al primo tipo e di altri appartenenti al secondo, e di chi sono i loro elettori, non molto diversi per altro gli uni dagli altri sotto diversi profili.

Nelle ultime pagine del suo lavoro, Graziano conclude che alcuni neo-populismi «hanno aiutato i sistemi democratici a riguadagnare il contatto con il demos» (100). Dagli esempi che fa s’intuisce che si riferisce ai populismi inclusivi, quelli che si limitano a contrappore il popolo all’élite.

Anche se probabilmente Chomsky non è del tutto convinto che movimenti come Occupy Wall Street o leader politici come David Sanders siano classificabili come populisti, è probabile che questi movimenti e leader, nella cui retorica altri studiosi individuano i due tratti distintivi del populismo, siano da lui considerati una spinta importante verso un allargamento della democrazia. Ma è proprio vero che il problema stia solo nei neo-populismi esclusivi dichiaratamente di destra?

Chi demonizziamo oggi?

A giudizio di alcuni studiosi, come ad esempio R. Brubaker,1 i populisti che contrappongono il popolo alla casta dei privilegiati possono con relativa facilità contrapporlo anche agli immigrati e agli stranieri e viceversa.

In Italia abbiamo avuto modo di verificare quanto questi spostamenti del bersaglio siano possibili. I leader dei 5 Stelle sono passati dall’invocare il «vaffa» dei cittadini contro la casta dei politici alla demonizzazione delle ONG perché «trafficano» in migranti, sino a  tornare a giustificare il taglio dei parlamentari come il modo per ridurre i costi della casta. Domani potrebbero ritornare alla demonizzazione di chi aiuta gli immigrati. A oggi, nonostante la pressione invero modesta del partner junior di governo, il Partito democratico, non si mostrano disponibili a rivedere l’impostazione etnica dell’attuale legge sulla cittadinanza.

Questo mutare bersaglio da colpire non è solo opportunismo. Dietro ai cambiamenti del bersaglio c’è una costante culturale basata su due distorsioni cognitive. Il popolo non è fatto di molteplici minoranze i cui membri hanno interessi e valori diversi, ma è una entità tendenzialmente omogenea. La democrazia rappresentativa è solo una rappresentazione teatrale messa in scienza da politici che dicono di prendersi cura di coloro che li hanno eletti, ma in realtà colludono tra loro per realizzare i loro interessi.

Dietro a ogni populismo di sinistra come di destra c’è sempre l’idea che «la democrazia è stata sottratta al popolo dall’élite». Giustamente David Runciman in Così finisce la democrazia aggiunge che questa idea s’accompagna sempre con «ragionamenti» di tipo cospirativo.2 Il più comune dei quali s’immagina che il potere per difendere i suoi privilegi possa allearsi con tutti quelli che non fanno parte del popolo. In un caso e nell’altro il male viene sempre da fuori.

Se le cose stanno così i populismi inclusivi sfidano la democrazia liberale alla stregua di quelli esclusivi, perché entrambi sono anti-pluralisti e alimentano l’idea che il confronto elettorale sia una mera rappresentazione dietro alla quale i politici fanno affari con chiunque popolo non è.

È su questi temi che s’incontrano le preoccupazioni di Massimo Salvadori sul destino della sinistra. Secondo lo storico di Torino, all’origine del successo dei populismi negli Stati Uniti e in Europa e della caduta di fiducia nei vecchi partiti ci sono gli effetti congiunti della globalizzazione e della devastante crisi finanziaria e industriale partita nel 2008.

La tesi non è originale ed è condivisa da tutti i lavori presi in esame da questa nota. Per chi fosse interessato a un’analisi meno generica delle cause strutturali del populismo, è utile la lettura del lavoro di Torben Iversen e David Soskice in Prosperity and Democracy.3 Ma, tornando a Salvadori, lo stato miserevole dei partiti di sinistra dei primi decenni del nuovo secolo non va valutato solo sotto il profilo delle sconfitte elettorali causate a suo giudizio dalla crisi economica e dall’aver essi accettato l’egemonia culturale del cosiddetto neo-liberismo.

Gli elettori con bassa collocazione sociale e quelli meno istruiti li hanno abbandonati perché, a suo dire, hanno cessato di essere partiti organizzati di massa e con loro hanno smesso di esserlo anche i sindacati. In sostanza la tesi è che i perdenti della globalizzazione hanno trovato rifugio nei partiti populisti perché i partiti di sinistra sono diventati liquidi come liquida, cioè atomizzata, sarebbe diventata la società.

È vero che in un lontano passato i grandi partiti della storia europea, i socialdemocratici e i popolari, sono riusciti a far crescere in milioni di donne e uomini una qualche consapevolezza politica attraverso le loro organizzazioni di massa. Ma tutto ciò è finito da molto tempo. Il processo di politicizzazione delle nuove generazioni e l’attivazione degli orientamenti politici di quelle più anziane dipende sempre più da quello che i partiti propongono e da come lo propongono in una elezione.

Il mutismo dei partiti storici

Quindi le preoccupazioni di Salvadori vanno rivolte alla palese afasia di molti partiti storici, non solo di sinistra ma anche conservatori, incapaci di proporre ai loro elettori visioni del futuro nitidamente distinte, almeno quanto lo erano quelle che hanno caratterizzato le grandi stagioni di riforma dello status quo.

È la possibilità di poter decidere tra alternative chiare quando si vota che incrementa la consapevolezza degli elettori. Persino l’enorme polarizzazione generata da un leader o partito populista aiuta ad aumentare se non altro la consapevolezza della posta in gioco, e quindi a spingere ad andare a votare gli astensionisti, come si è visto in diverse elezioni europee e da ultimo nelle recenti elezioni statunitensi.4

Questo non vuole dire che per rappresentare al meglio i propri elettori basti offrire loro alternative chiare. Occorre anche la disponibilità al compromesso una volta eletti. Lo ha detto bene Joe Biden nel suo discorso postelettorale, affermando in modo apparentemente contraddittorio d’aver ricevuto un mandato chiaro non solo per attuare politiche diverse da quelle di Trump ma anche per curare le ferite della polarizzazione trovando un compromesso con i repubblicani.

I populisti sono incapaci di tener assieme questi due aspetti, perché negano che il popolo esista come insieme di minoranze tutte egualmente legittimate a perseguire i propri valori e interessi ma che prima o poi sono costrette a scendere a compromessi.

Il discernimento è infine al centro del lavoro di Francesco Occhetta. Per ricostruire la politica nel tempo dei populismi sono necessarie riforme istituzionali che consentano governi stabili in grado di realizzare politiche di lungo periodo. Ma per Occhetta è necessario anche costruire nuove modalità di partecipazione politica dei credenti dopo la fine dell’unità dei cattolici in un solo partito.

Citando il card. Martini, egli scrive che «la politica è sapere percorrere insieme e con prudenza cammini differenti» (141). Occhetta non ha dubbi che la strada di una ricomposizione dell’unità politica dei cattolici non è più percorribile. Ma a suo dire ciò non esclude che i cammini diversi portino i credenti a incontrarsi al centro dello spazio politico definito come il luogo dove avviene la ricomposizione degli interessi.

«Ricostruire un luogo politico per ritrovarsi e riconoscersi aiuta a rendere vivente un’eredità. Questo luogo lo chiamiamo centrismo, una sorta di rosa dei venti per la politica: rappresenta l’intersezione dove le politiche di destra e di sinistra e le nuove politiche del Nord e del Sud sono obbligate a passare. Passarci per mantenere il paese nell’assetto democratico per abitare la terra di mezzo tra diversi che hanno a cuore il bene del paese» (144).

Tuttavia si potrebbe anche pensare che i credenti possono dare un contributo rilevante alla qualità della democrazia perché stanno (se ci riescono) altrove rispetto alla politica, pur prendendone parte secondo le linee di frattura che la definiscono. Stare altrove significa discernere in ogni indirizzo di politica, anche quello che si condivide, i suoi limiti, nella consapevolezza che non risponderà mai a tutte le domande di senso che ogni problema sociale racchiude in sé e altre di nuove le genererà. Allora, nel momento in cui il popolo immaginato diventa un idolo al quale prostrarsi, fa decisamente bene alla democrazia che qualcuno riesca a stare insieme dentro e fuori dalla politica.

 

Paolo Segatti

 

1 R. Brubaker, «Why Populism?», in Theory and Society, (2017) vol. 46, 357-385.

2 D. Runciman, How Democracy Ends, Profile Books 2018, 65; trad it. Così finisce la democrazia. Paradossi, presente e futuro di un’istituzione imperfetta, Bollati Boringhieri, Milano 2019.

3 T. Iversen, D. Soskice, Democracy and Prosperity. Reinventing Capitalism through a Turbulent Century, Princeton University Press, Princeton 2019.

4 Cf. H. Schmitt, P. Segatti, C. van der Eijk, Consequences of Context, in corso di pubblicazione presso The European consortium for political research Press.

Tipo Libri del mese
Tema Cultura e società Politica
Area
Nazioni

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Ma significa anche fissare un fermo immagine della realtà alla vigilia di un nuovo grande cambiamento: quello indotto dalla pandemia in atto.