Non sono un pentito del blog ma ho deciso di passarci meno tempo. Non lo chiudo sia perché un giornalista in pensione ha un bisogno fisico di aggiornarsi e di scrivere, sia perché mi considero un esploratore della blogsfera per conto della mia comunità. Non ho ambizioni larghe: intendo la mia parrocchia. Vorrei aiutarla a passare dal cartaceo al digitale e da un sito Internet bacheca a un sito interattivo.
Da sette anni sono il presidente della giuria del Premio Castelli, un premio «letterario» per detenuti che ha dietro la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Carlo Castelli (1924-1998), vincenziano operoso, è stato un pioniere del volontariato carcerario. Da questa esperienza ho ricavato una qualche conoscenza delle carceri e qualcosa ne ho riferito in questa rubrica nei mesi di ottobre del 2014, del 2016 e del 2017.
Vaticano II ancora da attuare e già lontano: è una conversazione che vado conducendo da mesi con il teologo Gilfredo Marengo, che insegna Antropologia teologica all’Istituto Giovanni Paolo II per il matrimonio e la famiglia. Un’inchiesta a due che qui provo a narrare.
Sposato a una maestra che m’invita a raccontare storie nelle classi, sostengo che con i bambini si può parlare di tutto. Ho dunque accettato di fare la prefazione al libro di un’altra maestra, Filomena Di Pace, che ha intavolato con gli alunni un confronto su Dio e ho scoperto, nel presentarlo a un pubblico romano, che Charles Baudelaire e Jean-Luc Nancy la pensano come me.
L’uso di parabole narrate e vissute è un aspetto creativo della comunicazione di Francesco che ho segnalato in questa rubrica nei mesi di novembre 2017, marzo e aprile 2018. Ora tiro le fila interrogando parabole vissute (il papa che indossa il giubbetto salvagente di una bambina morta in mare, l’incontro con un trans a Santa Marta e altre) che Francesco stesso interpreta volgendole in parabole narrate.
Com’è scombinato il mondo: da un quarto di secolo qui da noi s’argomenta che i papi chiedono troppi perdoni, ed ecco il Parlamento del Canada che il 1° maggio intima a Francesco di «scusarsi» per l’annoso maltrattamento dei bambini aborigeni nelle scuole cattoliche. Sul pianeta inesplorato del perdono si va a tentoni e Francesco tasta con impegno il terreno, tra le proteste di chi l’accusa di dire troppo e chi vorrebbe dell’altro.
Studio la predicazione narrativa e gestuale di Francesco seguendo l’intuizione che essa sia una delle forme con cui propone il ritorno al Vangelo. Per evidenziare questa intenzione chiamo «parabole» i racconti di vita vissuta che svolge nelle omelie, nelle catechesi, in ogni occasione; e chiamo «parabole attualizzate» i gesti con i quali accompagna la predicazione verbale. Come Gesù, infatti, Francesco parla e agisce in parabole.
Le parabole venivano dette per scuotere la gente», scrive il cardinale Martini nel volumetto Perché Gesù parlava in parabole (EDB, Bologna 1985, 46). Anche Francesco ama parlare in parabole, ovvero procede spesso per racconti: ne ho raccolti 120, li vado studiando (cf. Regno-att. 20,2017,639s) e mi sono convinto che il suo obiettivo è proprio quello che diceva Martini: scuotere gli uditori.