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Parole delle religioni

Parole delle religioni

La provvidenza. Secondo don Giovanni Calabria

P. Stefani
Per rifarci a un’espressione di don Giuseppe De Luca, nell’«Archivio italiano della storia della pietà» un posto significativo spetterebbe senza dubbio a don Giovanni Calabria (1873-1954), il fondatore della Congregazione dei poveri servi e delle povere serve della divina Provvidenza. La sua figura e la sua opera costringono a confrontarsi con un termine un tempo comunissimo, e oggi di uso sempre meno frequente. Ogni persona è figlia del proprio tempo. Sarebbe improprio interpretare una spiritualità solo come frutto di una dimensione cultural-sociologica; però è ugualmente falso sostenere che i tempi e i luoghi in cui uno è chiamato a vivere non incidano sulla sua maniera di leggere il mondo. Le linee secondo le quali veniva presentata la Provvidenza nell’Ottocento costituiscono un riferimento qualificante anche per capire la particolarità e la radicalità proprie di don Calabria. Nella seconda metà del XIX secolo, nella Chiesa cattolica prevalevano due anime rispetto alla visione della Provvidenza. La prima la connetteva allo stesso atto creativo, la seconda alla storia.

Giona. Il profeta chiamato a convertirsi

P. Stefani
Riguardo alla natura del piccolo-grande libro di Giona, vi sono tre punti su cui il consenso interpretativo è pressoché unanime: si tratta di un libro «favolistico-profetico», «penitenziale» e «universalistico». In esso compare un solo nome di persona, quello del protagonista, e un solo nome di città, Ninive; non vi è però alcun riferimento a eventi e cronologie specifiche. Letta da questa angolatura, la profezia sembra estraniarsi dal fuoco della storia concreta per assumere un andamento sapienziale paragonabile a quello del libro di Giobbe, in cui non è richiesto datare l’«eterna parabola » relativa al giusto sofferente. Da qui la dimensione paradigmatica della «sapienza», che vale al di là delle delimitazioni di tempo e luogo.

L'unità del genere umano. In un linguaggio «laico»

P. Stefani
L'unità del genere umano è un punto fondamentale della fede e dell’insegnamento cattolici. Humani generis unitas è anche il titolo della cosiddetta «enciclica nascosta» di Pio XI,1 vale a dire il testo contro il razzismo commissionato da papa Ratti nel 1938 e mai pubblicato a causa della morte del pontefice. Il suo decesso avvenne il 10 febbraio 1938, immediata vigilia del decennale dei Patti lateranensi (in base alle disposizioni del diritto canonico, gli appunti del fondamentale discorso che avrebbe tenuto in quell’occasione sono stati distrutti).

L'ombra di Costantino. Siamo davvero usciti dalla nostalgia di quell'età?

P. Stefani
Nel 2013 cade il XVII centenario del cosiddetto «Editto di Milano», con cui fu concessa libertà di culto ai cristiani. Con Costantino, nome storico ma anche simbolico, inizia una fase nuova del cristianesimo che non pochi nel Novecento hanno ritenuto ormai giunta a termine. L’affermazione è tanto ovvia da suonare banale. Essa però acquista spessore quando ci si comincia a domandare dove si trova il fulcro di quel mutamento. Il diffuso fraintendimento che con quell’imperatore il cristianesimo sia diventato religione di stato (fatto in realtà avvenuto solo sotto Teodosio) è spia di dove vada a parare la precomprensione corrente: a essere messi al centro della questione sono i rapporti tra religione e potere.

Una festa di tutti. Natale: la dinamica divina e la nostra accoglienza

P. Stefani
Le feste dipendono dai calendari, i quali a loro volta si poggiano su moti celesti. Essi non sono sottoposti al capriccio umano, né a variabili stagionali. Un inverno può essere molto rigido e nevoso o solo freddo e piovoso, ma si può essere certi che ogni anno fino al solstizio d’inverno i dì si accorceranno, dopo di che ricominceranno a crescere. Sole, luna e stelle ci accomunano, o almeno così sembra. È sapienza antica affermare che tutti abitiamo sotto lo stesso cielo. Eppure la misura del tempo differisce da luogo a luogo, da civiltà a civiltà. C’è chi guarda al sole, chi si fa forte della ciclica luna e chi tiene conto dell’uno e dell’altra. Al calendario gregoriano, che s’è imposto in Occidente e di riflesso nel mondo intero, sfuggono ancora molti terreni del sacro. Il papa e i gesuiti del Collegio romano hanno conquistato il nostro pianeta senza occupare tutti gli spazi di Dio. Quasi ogni religione continua, infatti, a misurare il tempo a modo suo. Capita perciò che le feste degli uni cadano quando altri vivono un tempo normale e viceversa. Non a caso nelle società multireligiose si moltiplicano i calendari che indicano le ricorrenze delle varie comunità.

Il grigio e il tiepido. Primo Levi e Dostoevskij

P. Stefani
L'espressione «zona grigia» è diventata, grazie alla penetrante onestà intellettuale di Primo Levi, una categoria morale. In questo caso, più delle parole evangeliche che invitano a non giudicare per non essere giudicati (Mt 7,1) o di quelle secondo cui solo chi è senza peccato può scagliare per primo la pietra (Gv 8, 1-11), va richiamato l’ammonimento rabbinico stando al quale bisogna essere cauti nel giudizio (Pirqè Avot 1, 1). Pensare di poter formulare giudizi solo in base al bianco o al nero significa ignorare la complessità tipica tanto delle situazioni collettive quanto dell’animo umano. Il grigio, lungi dall’essere un colore uniforme, è un variegato insieme di sfumature che vieta brutali dicotomie.

Il Dio creatore. Sui ricorrenti tentativi di cercare conferme scientifiche nella Bibbia

P. Stefani
Anche i teologi, al pari di tutti gli esseri umani, sognano. A volte però anche i loro sogni sono teologici e ciò non è da tutti. Un illustre esponente di questa nobile categoria sognò di morire e di giungere alle porte del Paradiso. Bussò e si presentò al custode qualificandosi come un uomo giusto che, attraverso il suo lavoro, aveva fatto crescere la gloria di Dio. Ottenne una risposta sconcertante: come potrebbe, un essere buffo come lui, aumentare la gloria dell’Altissimo? E poi, cosa mai significa questa strana parola “uomo”? Il custode non l’aveva mai sentita; si rivolse perciò al bibliotecario, un essere globulare dotato di mille occhi. Gli pose la questione di cosa volesse dire il termine “uomo” e che cosa s’intendesse per abitare su un pianeta sconosciuto chiamato “Terra”. Anche il bibliotecario non lo sapeva, inoltre ignorava l’espressione “Sistema solare”. Anche “Via lattea” non gli disse nulla. Il termine “galassia” gli risuonò più famigliare, sapeva che nell’universo ce n’era qualche centinaio di milioni. Ma appunto per questo era impossibile ricordarle tutte. Affidò l’indagine a un sottobibliotecario specializzato in materia…

I linguaggi del silenzio. Quies cordis in Deum et in hominem

P. Stefani
All’inizio del salmo 83 si legge: «Dio a te non sia un tranquillo silenzio (al-domi), a te non sia il tacere (altecherash), non essere silente (al-tishqot) o Dio». Vi è una triplice insistenza che rende incomprensibile che non ci sia risposta. Che il silenzio sia una forma di linguaggio polisemico è ovvio. Esso contraddistingue la comunicazione più profonda e l’estraneità più atroce. Il tacere è il presupposto indispensabile per l’ascolto (per udire la parola altrui occorre porre freno alla propria), tuttavia il restar muti contraddistingue anche l’omissione della risposta e il rifiuto di comunicare. Dio parla e noi dobbiamo tacere per udirlo, ma in quella che le comunità ebraiche e cristiane credono essere la sua Parola si afferma anche che lui stesso tace oltre misura.

Dignità e limite. Riletture della Genesi da Pico della Mirandola al Maharal

P. Stefani
Vi è un nucleo primo dell’esistenza umana che nessuno dovrebbe offendere o avvilire: la dignità. Ma dove si trova il chiodo saldo a cui appendere questo irrinunciabile valore? La cultura dell’Occidente conosce da più di 500 anni un tentativo famoso di cercarne il fondamento. Si tratta dell’Oratio di Pico della Mirandola. (…) Forse il più noto mito alternativo rispetto alla vocazione umanistica di essere liberi plasmatori di sé stessi si trova nella leggenda legata al Golem,2 il manufatto argilloso animato il 20 adar del 1580 a Praga da Jehudà ben Bezalel, conosciuto come Rabbi Loew o il Maharal.

Il culto razionale. L'agire sorretto dal discernimento come culto gradito a Dio

P. Stefani
Un paragrafo del recente documento della Commissione teologica internazionale, Teologia oggi: prospettive, principi e criteri (Regno-doc. 9,2012,269), è dedicato a un tema, in Italia, non attuale fin dal 1873. Esso si occupa infatti della funzione riservata alla teologia all’interno delle università. Alla nascita dello stato unitario nel 1861 le università italiane avevano cinque facoltà: Giurisprudenza, Medicina, Scienze, Lettere e filosofia, Teologia. Una dozzina di anni dopo quest’ultima fu soppressa senza essere mai più riaperta. Le attuali facoltà teologiche dipendono direttamente dalla Chiesa e non si vede all’orizzonte alcuna volontà di riportare la teologia nelle università statali. Il documento della Commissione teologica, in questo passaggio specifico, dimostra, quindi, la sua coerente natura internazionale. Tuttavia anche nel nostro paese vale la pena di riflettere ugualmente sulle sue proposte. Esse, al di là di specifici assetti istituzionali, si prefiggono infatti di indicare il ruolo riservato al sapere teologico nei confronti delle altre forme di conoscenza.