D
Documenti
Il tuo abbonamento è scaduto. Rinnovalo al più presto per continuare ad accedere ai contenuti online riservati agli abbonati.

Documenti, 21/2003

Santa Sede: Unitatis redintegratio: carattere vincolante

W. Kasper
Svalutare il decreto conciliare sull'ecumenismo Unitatis redintegratio significa «collocarsi al di sopra di un Concilio ecumenico», «dell'autentico magistero della Chiesa», «della vita della Chiesa» e «resistere allo Spirito». In un articolo apparso su L'Osservatore romano, il card. W. Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, affronta il tema del «carattere teologicamente vincolante» del decreto. Tema questo troppo trascurato nel dopo-Concilio, e che oggi, di fronte a una fase nuova, irta di difficoltà, del dialogo ecumenico necessita di essere ripreso. Il decreto sull'ecumenismo va interpretato assieme alla stessa costituzione dogmatica Lumen gentium, secondo quanto affermato da Paolo VI. Anzi, tutti i testi conciliari vanno letti in prospettiva ecumenica, poiché l'intero Concilio ebbe nell'avvicinamento delle Chiese uno degli scopi della sua convocazione. Vi è un'ermeneutica ecumenica del Concilio e vi è un grado di obbligatorietà del magistero autentico in materia di ecumenismo che vanno ripresi. L'articolo di Kasper impegna il suo dicastero e la Santa Sede a una maggiore coerenza nella ricezione dell'insegnamento conciliare.

Santa Sede: la spiritualità ecumenica

Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani
«L'ecumenismo spirituale è l'anima e il fulcro del movimento ecumenico». Esso concerne «l'insegnamento della Scrittura, della tradizione viva della Chiesa e dei risultati dei dialoghi ecumenici, soggettivamente e totalmente assimilato». Con queste parole il card. W. Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, ha aperto l'Assemblea plenaria 2003 del dicastero. La pratica della spiritualità ecumenica mette il cammino di comunione al riparo dai rischi d'inerzia, d'indifferenza, di scarsa conoscenza reciproca. Essa non è alternativa all'ecumenismo della verità e della carità, ma consiste nel prendere sul serio la preghiera d'addio di Gesù: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». Nella sua relazione fondamentale, che pure pubblichiamo, il vescovo di Basilea, mons. K. Koch, ha tracciato necessità e prospettive dell'ecumenismo spirituale. Il problema principale dell'ecumenismo, nonostante i passi positivi compiuti su numerose, singole questioni, attiene alle divergenze ancora esistenti causate dalla diversa precomprensione che ciascuna Chiesa ha di cosa sia l'unità ecumenica delle Chiese.

Relazione introduttva del presidente card. Walter Kasper

W. Kasper
«L'ecumenismo spirituale è l'anima e il fulcro del movimento ecumenico». Esso concerne «l'insegnamento della Scrittura, della tradizione viva della Chiesa e dei risultati dei dialoghi ecumenici, soggettivamente e totalmente assimilato». Con queste parole il card. W. Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, ha aperto l'Assemblea plenaria 2003 del dicastero. La pratica della spiritualità ecumenica mette il cammino di comunione al riparo dai rischi d'inerzia, d'indifferenza, di scarsa conoscenza reciproca. Essa non è alternativa all'ecumenismo della verità e della carità, ma consiste nel prendere sul serio la preghiera d'addio di Gesù: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». Nella sua relazione fondamentale, che pure pubblichiamo, il vescovo di Basilea, mons. K. Koch, ha tracciato necessità e prospettive dell'ecumenismo spirituale. Il problema principale dell'ecumenismo, nonostante i passi positivi compiuti su numerose, singole questioni, attiene alle divergenze ancora esistenti causate dalla diversa precomprensione che ciascuna Chiesa ha di cosa sia l'unità ecumenica delle Chiese.

La spiritualità ecumenica

K. Koch
«L'ecumenismo spirituale è l'anima e il fulcro del movimento ecumenico». Esso concerne «l'insegnamento della Scrittura, della tradizione viva della Chiesa e dei risultati dei dialoghi ecumenici, soggettivamente e totalmente assimilato». Con queste parole il card. W. Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, ha aperto l'Assemblea plenaria 2003 del dicastero. La pratica della spiritualità ecumenica mette il cammino di comunione al riparo dai rischi d'inerzia, d'indifferenza, di scarsa conoscenza reciproca. Essa non è alternativa all'ecumenismo della verità e della carità, ma consiste nel prendere sul serio la preghiera d'addio di Gesù: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». Nella sua relazione fondamentale, che pure pubblichiamo, il vescovo di Basilea, mons. K. Koch, ha tracciato necessità e prospettive dell'ecumenismo spirituale. Il problema principale dell'ecumenismo, nonostante i passi positivi compiuti su numerose, singole questioni, attiene alle divergenze ancora esistenti causate dalla diversa precomprensione che ciascuna Chiesa ha di cosa sia l'unità ecumenica delle Chiese.

Chiesa in Italia: La parrocchia tra le case degli uomini

CEI
La figura di Chiesa che la parrocchia è chiamata a esprimere, a partire dai tratti che contraddistinguono la sua vita quotidiana; il suo compito fondamentale, che è il servizio alla fede in favore delle persone che la frequentano o la incontrano; le azioni che la costruiscono, e anzi la generano; la responsabilità di tutti per la vitalità della parrocchia. Forte di un intenso lavoro preparatorio, è ricca di stimoli e sollecitazioni la relazione con cui mons. Corti, vescovo di Novara e vicepresidente della CEI, ha aperto la LII Assemblea generale dell’episcopato italiano, dedicata al tema: «La parrocchia, Chiesa che vive tra le case degli uomini» (Assisi, 17-20 novembre 2003). L’Assemblea si è conclusa con la consegna di un Messaggio dei vescovi ai parroci e a tutti i battezzati e con la pubblicazione del consueto Comunicato finale. Negli stessi giorni in cui i vescovi erano riuniti, si sono celebrati a Roma i funerali dei 19 soldati italiani morti a Nassiriya, in Iraq (cf. Regno-att. 20,2003, 649): l’omelia del card. Ruini nel riquadro a p. 676. Originali: stampe da supporti magnetici in nostro possesso.

Relazione di R. Corti

R. Corti
La figura di Chiesa che la parrocchia è chiamata a esprimere, a partire dai tratti che contraddistinguono la sua vita quotidiana; il suo compito fondamentale, che è il servizio alla fede in favore delle persone che la frequentano o la incontrano; le azioni che la costruiscono, e anzi la generano; la responsabilità di tutti per la vitalità della parrocchia. Forte di un intenso lavoro preparatorio, è ricca di stimoli e sollecitazioni la relazione con cui mons. Corti, vescovo di Novara e vicepresidente della CEI, ha aperto la LII Assemblea generale dell’episcopato italiano, dedicata al tema: «La parrocchia, Chiesa che vive tra le case degli uomini» (Assisi, 17-20 novembre 2003). L’Assemblea si è conclusa con la consegna di un Messaggio dei vescovi ai parroci e a tutti i battezzati e con la pubblicazione del consueto Comunicato finale. Negli stessi giorni in cui i vescovi erano riuniti, si sono celebrati a Roma i funerali dei 19 soldati italiani morti a Nassiriya, in Iraq (cf. Regno-att. 20,2003, 649): l’omelia del card. Ruini nel riquadro a p. 676. Originali: stampe da supporti magnetici in nostro possesso.

Domande per l'approfondimento

CEI
La figura di Chiesa che la parrocchia è chiamata a esprimere, a partire dai tratti che contraddistinguono la sua vita quotidiana; il suo compito fondamentale, che è il servizio alla fede in favore delle persone che la frequentano o la incontrano; le azioni che la costruiscono, e anzi la generano; la responsabilità di tutti per la vitalità della parrocchia. Forte di un intenso lavoro preparatorio, è ricca di stimoli e sollecitazioni la relazione con cui mons. Corti, vescovo di Novara e vicepresidente della CEI, ha aperto la LII Assemblea generale dell’episcopato italiano, dedicata al tema: «La parrocchia, Chiesa che vive tra le case degli uomini» (Assisi, 17-20 novembre 2003). L’Assemblea si è conclusa con la consegna di un Messaggio dei vescovi ai parroci e a tutti i battezzati e con la pubblicazione del consueto Comunicato finale. Negli stessi giorni in cui i vescovi erano riuniti, si sono celebrati a Roma i funerali dei 19 soldati italiani morti a Nassiriya, in Iraq (cf. Regno-att. 20,2003, 649): l’omelia del card. Ruini nel riquadro a p. 676. Originali: stampe da supporti magnetici in nostro possesso.

Messaggio dei vescovi

Vescovi italiani
La figura di Chiesa che la parrocchia è chiamata a esprimere, a partire dai tratti che contraddistinguono la sua vita quotidiana; il suo compito fondamentale, che è il servizio alla fede in favore delle persone che la frequentano o la incontrano; le azioni che la costruiscono, e anzi la generano; la responsabilità di tutti per la vitalità della parrocchia. Forte di un intenso lavoro preparatorio, è ricca di stimoli e sollecitazioni la relazione con cui mons. Corti, vescovo di Novara e vicepresidente della CEI, ha aperto la LII Assemblea generale dell’episcopato italiano, dedicata al tema: «La parrocchia, Chiesa che vive tra le case degli uomini» (Assisi, 17-20 novembre 2003). L’Assemblea si è conclusa con la consegna di un Messaggio dei vescovi ai parroci e a tutti i battezzati e con la pubblicazione del consueto Comunicato finale. Negli stessi giorni in cui i vescovi erano riuniti, si sono celebrati a Roma i funerali dei 19 soldati italiani morti a Nassiriya, in Iraq (cf. Regno-att. 20,2003, 649): l’omelia del card. Ruini nel riquadro a p. 676. Originali: stampe da supporti magnetici in nostro possesso.

Omelia del card. Ruini per i morti di Nassiriya

C. Ruini

Comunicato finale

CEI
CEI � LII Assemblea generale La parrocchia tra le case degli uomini La figura di Chiesa che la parrocchia � chiamata a esprimere, a partire dai tratti che contraddistinguono la sua vita quotidiana; il suo compito fondamentale, che � il servizio alla fede in favore delle persone che la frequentano o la incontrano; le azioni che la costruiscono, e anzi la generano; la responsabilit�...

Chiesa in Italia: I sacerdoti anziani e malati

Diocesi di Padova
L'attenzione ai sacerdoti anziani e malati costituisce «un atto di fede sul carattere permanente della consacrazione sacerdotale», «una scelta profetica nel contesto attuale» dominato dalla cultura della produttività, e «un segno di doverosa gratitudine» verso tanti devoti servitori del Vangelo. Per questo il vescovo di Padova, mons. Mattiazzo, ha approvato una serie di ordinamenti programmatici, frutto di un'esigenza espressa nelle Settimane di sinodalità presbiterale dell'autunno 2001, e maturati mediante un'ampia consultazione nella diocesi veneta fra tutti i soggetti interessati, come viene riportato nell'appendice qui pubblicata. Il testo punta a un'ordinata ed efficace valorizzazione pastorale del numero crescente dei sacerdoti anziani legato a ragioni sociologiche, e sottolinea «il dovere della comunità di provvedere (...) alle varie esigenze emergenti di carattere assistanziale, sanitario ed economico», nel rispetto del criterio di sussidiarietà che vede nei sacerdoti stessi i primi interessati, su su fino al vescovo e agli organismi diocesani. In comunione fraterna con i sacerdoti anziani e malati, Quaderni dell'Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri n. 3, agosto 2003, 3-17 e 25-28.

Lettera di mons. Mattiazzo

A. Mattiazzo
L'attenzione ai sacerdoti anziani e malati costituisce «un atto di fede sul carattere permanente della consacrazione sacerdotale», «una scelta profetica nel contesto attuale» dominato dalla cultura della produttività, e «un segno di doverosa gratitudine» verso tanti devoti servitori del Vangelo. Per questo il vescovo di Padova, mons. Mattiazzo, ha approvato una serie di ordinamenti programmatici, frutto di un'esigenza espressa nelle Settimane di sinodalità presbiterale dell'autunno 2001, e maturati mediante un'ampia consultazione nella diocesi veneta fra tutti i soggetti interessati, come viene riportato nell'appendice qui pubblicata. Il testo punta a un'ordinata ed efficace valorizzazione pastorale del numero crescente dei sacerdoti anziani legato a ragioni sociologiche, e sottolinea «il dovere della comunità di provvedere (...) alle varie esigenze emergenti di carattere assistanziale, sanitario ed economico», nel rispetto del criterio di sussidiarietà che vede nei sacerdoti stessi i primi interessati, su su fino al vescovo e agli organismi diocesani. In comunione fraterna con i sacerdoti anziani e malati, Quaderni dell'Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri n. 3, agosto 2003, 3-17 e 25-28.

Progetto pastorale

Diocesi di Padova
L'attenzione ai sacerdoti anziani e malati costituisce «un atto di fede sul carattere permanente della consacrazione sacerdotale», «una scelta profetica nel contesto attuale» dominato dalla cultura della produttività, e «un segno di doverosa gratitudine» verso tanti devoti servitori del Vangelo. Per questo il vescovo di Padova, mons. Mattiazzo, ha approvato una serie di ordinamenti programmatici, frutto di un'esigenza espressa nelle Settimane di sinodalità presbiterale dell'autunno 2001, e maturati mediante un'ampia consultazione nella diocesi veneta fra tutti i soggetti interessati, come viene riportato nell'appendice qui pubblicata. Il testo punta a un'ordinata ed efficace valorizzazione pastorale del numero crescente dei sacerdoti anziani legato a ragioni sociologiche, e sottolinea «il dovere della comunità di provvedere (...) alle varie esigenze emergenti di carattere assistanziale, sanitario ed economico», nel rispetto del criterio di sussidiarietà che vede nei sacerdoti stessi i primi interessati, su su fino al vescovo e agli organismi diocesani. In comunione fraterna con i sacerdoti anziani e malati, Quaderni dell'Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri n. 3, agosto 2003, 3-17 e 25-28.

Appendice I: maturazione storica e prospettive

Diocesi di Padova
L'attenzione ai sacerdoti anziani e malati costituisce «un atto di fede sul carattere permanente della consacrazione sacerdotale», «una scelta profetica nel contesto attuale» dominato dalla cultura della produttività, e «un segno di doverosa gratitudine» verso tanti devoti servitori del Vangelo. Per questo il vescovo di Padova, mons. Mattiazzo, ha approvato una serie di ordinamenti programmatici, frutto di un'esigenza espressa nelle Settimane di sinodalità presbiterale dell'autunno 2001, e maturati mediante un'ampia consultazione nella diocesi veneta fra tutti i soggetti interessati, come viene riportato nell'appendice qui pubblicata. Il testo punta a un'ordinata ed efficace valorizzazione pastorale del numero crescente dei sacerdoti anziani legato a ragioni sociologiche, e sottolinea «il dovere della comunità di provvedere (...) alle varie esigenze emergenti di carattere assistanziale, sanitario ed economico», nel rispetto del criterio di sussidiarietà che vede nei sacerdoti stessi i primi interessati, su su fino al vescovo e agli organismi diocesani. In comunione fraterna con i sacerdoti anziani e malati, Quaderni dell'Istituto San Luca per la formazione permanente dei presbiteri n. 3, agosto 2003, 3-17 e 25-28.

Chiese nel mondo: L'Africa chiede perdono

SCEAM
La lunga (1-12.10.2003) e articolata XIII Assemblea generale del Simposio delle Conferenze episcopali dell'Africa e del Madagascar (SCEAM), che si è tenuta a Dakar (Senegal), ha dedicato una sessione specifica al tema delle conseguenze della tratta dei neri sulla storia e la pastorale africana. P. Barthélémy Adoukonou, teologo e segretario generale della Conferenza episcopale regionale dell'Africa occidentale francofona (CERAO), ha analizzato nella sua relazione (4.10) dal punto di vista storico, antropologico e psicologico le conseguenze di una doverosa purificazione della memoria per le complicità africane nella tratta dei neri e per il lungo silenzio della Chiesa africana. Occorre - ha detto p. Adoukonou - che vi sia la conversione di una mentalità troppo spesso stretta tra senso d'impotenza e rivendicazioni: «Accusare un bianco non serve a dare ragione a un nero». Ciò che serve oggi all'Africa per risollevarsi è un'umanità «capace di assumere il proprio destino e di rispondere di tanti progetti generosi di sviluppo del continente». Il giorno successivo, 5 ottobre, l'Assemblea si è recata alla Casa degli schiavi di Gorée per una cerimonia liturgica di richiesta di perdono - di cui qui riproduciamo il testo - affidando a un Messaggio (Regno-att. 18,2003,595) la richiesta di perdono per quello che fu definito da Pio II nel 1462, e ripreso da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1992, «magnum scelus».

Storia della razza nera e razza africana

B. Adoukonou
La lunga (1-12.10.2003) e articolata XIII Assemblea generale del Simposio delle Conferenze episcopali dell'Africa e del Madagascar (SCEAM), che si è tenuta a Dakar (Senegal), ha dedicato una sessione specifica al tema delle conseguenze della tratta dei neri sulla storia e la pastorale africana. P. Barthélémy Adoukonou, teologo e segretario generale della Conferenza episcopale regionale dell'Africa occidentale francofona (CERAO), ha analizzato nella sua relazione (4.10) dal punto di vista storico, antropologico e psicologico le conseguenze di una doverosa purificazione della memoria per le complicità africane nella tratta dei neri e per il lungo silenzio della Chiesa africana. Occorre - ha detto p. Adoukonou - che vi sia la conversione di una mentalità troppo spesso stretta tra senso d'impotenza e rivendicazioni: «Accusare un bianco non serve a dare ragione a un nero». Ciò che serve oggi all'Africa per risollevarsi è un'umanità «capace di assumere il proprio destino e di rispondere di tanti progetti generosi di sviluppo del continente». Il giorno successivo, 5 ottobre, l'Assemblea si è recata alla Casa degli schiavi di Gorée per una cerimonia liturgica di richiesta di perdono - di cui qui riproduciamo il testo - affidando a un Messaggio (Regno-att. 18,2003,595) la richiesta di perdono per quello che fu definito da Pio II nel 1462, e ripreso da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1992, «magnum scelus».

Purificazione della memoria

SCEAM
La lunga (1-12.10.2003) e articolata XIII Assemblea generale del Simposio delle Conferenze episcopali dell'Africa e del Madagascar (SCEAM), che si è tenuta a Dakar (Senegal), ha dedicato una sessione specifica al tema delle conseguenze della tratta dei neri sulla storia e la pastorale africana. P. Barthélémy Adoukonou, teologo e segretario generale della Conferenza episcopale regionale dell'Africa occidentale francofona (CERAO), ha analizzato nella sua relazione (4.10) dal punto di vista storico, antropologico e psicologico le conseguenze di una doverosa purificazione della memoria per le complicità africane nella tratta dei neri e per il lungo silenzio della Chiesa africana. Occorre - ha detto p. Adoukonou - che vi sia la conversione di una mentalità troppo spesso stretta tra senso d'impotenza e rivendicazioni: «Accusare un bianco non serve a dare ragione a un nero». Ciò che serve oggi all'Africa per risollevarsi è un'umanità «capace di assumere il proprio destino e di rispondere di tanti progetti generosi di sviluppo del continente». Il giorno successivo, 5 ottobre, l'Assemblea si è recata alla Casa degli schiavi di Gorée per una cerimonia liturgica di richiesta di perdono - di cui qui riproduciamo il testo - affidando a un Messaggio (Regno-att. 18,2003,595) la richiesta di perdono per quello che fu definito da Pio II nel 1462, e ripreso da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1992, «magnum scelus».

Vita internazionale: Verità e riconciliazione

Commissione verità e riconciliazione
Tra il 1980 e il 2000 il Perù ha conosciuto «l’episodio di violenza più intenso, più esteso e più prolungato nel tempo di tutta la storia della Repubblica». Quasi 70.000 vittime, migliaia di scomparsi, diritti umani e civili sistematicamente calpestati, feroci violenze, enormi danni economici e sociali: sono alcuni dei dati emersi dal Rapporto finale della Commissione verità e riconciliazione, di cui pubblichiamo le Conclusioni generali (cf. anche Regno-att. 18,2003,583ss). La Commissione ha appurato che «c’è stata una relazione diretta tra la situazione di povertà ed esclusione sociale e la probabilità di essere vittima della violenza», e che «la tragedia sofferta dalle popolazioni del Perù rurale, andino e della selva (...) non è stata percepita né vissuta come propria dal resto del paese». Le principali responsabilità sono attribuite al Partito comunista del Perù - Sendero Luminoso, che ha dato inizio alla lotta armata contro lo stato – in cui, almeno fino al colpo di stato di Fujimori del 1992, vigeva una democrazia –, il quale tuttavia non ha avuto «una sufficiente comprensione e un adeguato controllo del conflitto armato». Inoltre, l’azione di gruppi come il movimento rivoluzionario Túpac Amaru, le «difficoltà di coordinamento (...) dei tre corpi di polizia», la «corruzione tra gli alti ufficiali e le unità strategiche» hanno fatto precipitare il paese in un dramma. La Commissione auspica che il suo lavoro possa contribuire a far sì che il Perù superi questa situazione e si riconosca «positivamente come multietnico, pluriculturale e multilingue».