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Documenti, 37/2015

La periferia al centro

Interventi e omelie nel viaggio in Kenya, Uganda e Repubblica centrafricana

Francesco
«È stato un bell’incontro, tra il papa e l’Africa! Naturalmente l’Africa, per tutti noi e per la realtà del mondo di oggi, è un po’ una periferia dal punto di vista del potere nel mondo di oggi, e quindi il papa ci teneva in modo particolare ad andare in Africa». Le parole di p. Lombardi colgono bene lo spirito del recente viaggio apostolico del papa in Kenya, Uganda e Repubblica centrafricana (25-30.11.2015). Un viaggio al quale, nonostante toccasse paesi «rischiosi», Francesco non ha voluto rinunciare. E tutti hanno colto la sua determinazione e manifestato la loro gratitudine al papa «per essere andato “comunque”, pur sapendo dei tantissimi tentativi per sconsigliarlo». «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo», ha poi detto il papa aprendo la prima porta santa del Giubileo. E così, lungo una direttrice ormai chiara del suo pontificato, al centro passano le periferie, i luoghi afflitti da povertà, malattie, sfruttamento, ingiustizie economiche, commercio delle armi, conflitti etnici e religiosi.

Preziosa eredità del Concilio

Alla commemorazione del 50° anniversario dell'istituzione del Sinodo dei vescovi

Francesco
«Fin dall’inizio del mio ministero come vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell’ultima assise conciliare». Intervenendo lo scorso 17 ottobre, nell’Aula Paolo VI, a conclusione della commemorazione del 50° anni-versario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, papa Francesco ha colto l’occasione per ribadire che «quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “sinodo”. Camminare insieme – laici, pastori, vescovo di Roma». La sinodalità, dunque, come dimensione costitutiva della Chiesa; una convinzione sostenuta da un’idea alta del sensus fidei, che «impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens, giacché anche il gregge possiede un proprio “fiuto” per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa». E in una Chiesa sinodale, «il Sinodo dei vescovi è solo la più evidente manifestazione di un dinamismo di comunione» che deve ispirare tutte le decisioni ecclesiali. «Dobbiamo proseguire su questa strada», ha affermato papa Bergoglio, convinto che «proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio».

Il Sinodo e il suo metodo

Alla commemorazione del 50° anniversario dell'istituzione del Sinodo dei vescovi

Card. Christoph Schönborn
Il 17 ottobre, nell’Aula Paolo VI, si è tenuta la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi. Dopo l’introduzione del segretario generale del Sinodo, card. Baldisseri, ha preso la parola il card. Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, cui era affidata la relazione commemorativa. Il suo intervento si è soffermato in particolare sulla metodologia del Sinodo: «Synodos significa “cammino insieme”. (...) Chi è insieme in cammino ha bisogno di una mèta chiara e di una buona via verso tale mèta. Metodo viene da methodos: “Via verso qualcosa”. Il methodos è del tutto decisivo, se si vuole che il synodos abbia un buon esito». Schönborn ha poi indicato nel Concilio degli apostoli a Gerusalemme (At 15,1-35), il modello per il metodo sinodale: pur riconoscendo l’importanza del dibattito, non si tratta di spiegare trattati teologici, o di teorizzare astrattamente, ma di ascoltare «con umiltà» la voce dei fratelli che «con parresia» testimoniano dell’agire di Dio, per accogliere nel cuore la sua volontà. L’esito di un tale cammino insieme non sarà «un compromesso politico su un minimo comune denominatore, bensì (...) il plusvalore che dona lo Spirito Santo, così da poter dire: “Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi” (At 15,28)».

Cambiamenti climatici e bene comune

Pontificia accademia delle scienze, Pontificia accademia delle scienze sociali
«Il consumo non sostenibile unito alle attuali dimensioni della popolazione mondiale e all’uso di tecnologie non appropriate è causalmente collegato alla distruzione della sostenibilità e della resilienza del mondo (...) nonché alle diseguaglianze sempre più macroscopiche nella distribuzione della ricchezza e nei redditi in molte società». Porta la data del 29 aprile la dichiarazione Climate Change and the Common Good. A Statement of the Problem and the Demand for Transformative Solutions, pubblicata al termine del simposio sul tema «Proteggere la terra, nobilitare l’umanità. Le dimensioni morali dei cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile», organizzato dalla Pontificia accademia delle scienze in collaborazione con Religioni per la pace. L’evento, svoltosi il 28 aprile in Vaticano, ha inteso ribadire con forza la serietà del problema («c’è il grave rischio che il sistema terra oltrepassi soglie critiche e punti di non ritorno») e affermare la necessità di una rivoluzione etica che possa sostenere un riorientamento radicale e duraturo dei comportamenti verso il creato e verso i più poveri del quale le religioni sono chiamate a farsi responsabilmente carico: «Le religioni possono e dovrebbero assumere un ruolo guida in questa trasformazione di atteggiamento».

Una schiacciante evidenza scientifica

Vertice internazionale sui cambiamenti climatici
Il Vertice internazionale sui cambiamenti climatici, promosso il 28 e 29 aprile dalla Pontificia accademia delle scienze e dalla Pontificia accademia delle scienze sociali insieme a Religioni per la pace, ha visto la firma di un’importante dichiarazione di leader religiosi, leader politici, imprenditori, scienziati e professionisti dello sviluppo che riportiamo di seguito (www.pas.va).

A quanti negoziano la COP21

Cardinali, patriarchi e vescovi rappresentanti le istanze continentali delle conferenze episcopali
«Ci uniamo al santo padre nell’implorare un grande passo avanti a Parigi, per un accordo globale e generatore di un vero cambiamento sostenuto da tutti, basato su principi di solidarietà, di giustizia e di partecipazione». Sette tra cardinali, vescovi e patriarchi di tutto il mondo, in rappresentanza delle istanze continentali delle conferenze episcopali, hanno sottoscritto lo scorso 26 ottobre un appello alla XXI Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP21), in programma a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre. Nel testo, scritto in collaborazione con le reti cattoliche CIDSE e la Caritas Internationalis, e con il patrocinio del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, i presuli, «riuniti per volere del segretario di stato della Santa Sede», domandano di cercare un accordo che ponga «il bene comune innanzi agli interessi nazionali», che sia vincolante per tutti in un quadro normativo condiviso, e «che protegga la nostra casa comune e tutti i suoi abitanti». In conclusione, il testo avanza una proposta politica su dieci punti, «formulata sulla base dell’esperienza concreta delle persone (...), associando i cambiamenti climatici all’ingiustizia e all’esclusione sociale dei più poveri e dei più vulnerabili dei nostri cittadini».

Per noi uomini e per la nostra salvezza

Introduzione al XXIV Congresso internazionale dell'Associazione teologica italiana

Roberto Repole
Per il cristianesimo affermare la centralità del tema soteriologico – la riflessione sulla salvezza offerta da e in Cristo a ogni uomo – non significa sottrarlo a una sua problematicità. «È, infatti, evidente che (...) gli umani cui Cristo si offre, anche in ragione della novità dei contesti culturali e religiosi in cui sono immersi, avvertono e formulano in maniera diversa la domanda salvifica; che essi possono riconoscere o misconoscere Cristo come salvatore». Lo scorso 31 agosto, il presidente dell’Associazione teologica italiana (ATI), don Roberto Repole, è intervenuto ad Assisi in apertura del XXIV Congresso nazionale dell’Associazione, dal titolo: «“Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!” (Lc 3,6). Sulla soteriologia cristiana». Nel suo intervento introduttivo ai lavori, Repole ha mostrato, attraverso una sintetica panoramica sulle idee di salvezza che contrassegnano la cultura odierna, le ragioni per cui è apparso urgente ai teologi l’impegno di ripensare la questione soteriologica: «Non solo perché è divenuto ormai normale, in un mondo globalizzato, convivere con persone e gruppi che professano altre fedi; ma anche e (forse) soprattutto perché la crisi delle ideologie rende quanto mai attuale (...) la questione del “se” della salvezza cristiana».