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Documenti, 5/2003

Di fronte alla crisi irachena

Mons. C. Migliore, Mons. J.-L. Tauran
La crisi irachena ha messo in luce come nella Chiesa cattolica stia emergendo in maniera consapevole una posizione sempre più critica nei confronti della guerra e della violenza, variamente giustificata. In questo senso il papa si pone quasi come un leader di un pacifismo non ideologico e radicale (Regno-att. 4,2003,76), invitando i cristiani a una responsabilità specifica, quella di essere «sentinelle della pace» (cf. qui a p. 130). Accanto all’appello del papa, cui si sono uniti numerosi episcopati (cf. a p. 132 la nota congiunta dei capi delle Chiese di Sarajevo, Gerusalemme e Baghdad) ed esponenti di altre confessioni cristiane e di organismi ecumenici (cf. la dichiarazione degli arcivescovi di Canterbury e Westminster a p. 131), non ha cessato di agire la diplomazia vaticana. L’intervento dell’osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, mons. C. Migliore, nel corso dell’incontro al Consiglio di sicurezza sulla situazione tra Iraq e Kuwait, ha affermato che ogni decisione va presa all’interno dell’ONU. Nella conferenza tenuta all’Istituto dermopatico dell’Immacolata a Roma il 24 febbraio, intitolata «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», mons. J.-L. Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, ha poi ribadito: «Nessuna regola del diritto internazionale autorizza uno o più stati a ricorrere unilateralmente all’uso della forza per cambiare un regime o la forma di governo di un altro stato... Solo il Consiglio di sicurezza potrebbe, a motivo di circostanze particolari, decidere» di ricorrere alla forza.

La Santa Sede al Consiglio di sicurezza

Mons. C. Migliore
La crisi irachena ha messo in luce come nella Chiesa cattolica stia emergendo in maniera consapevole una posizione sempre più critica nei confronti della guerra e della violenza, variamente giustificata. In questo senso il papa si pone quasi come un leader di un pacifismo non ideologico e radicale (Regno-att. 4,2003,76), invitando i cristiani a una responsabilità specifica, quella di essere «sentinelle della pace» (cf. qui a p. 130). Accanto all’appello del papa, cui si sono uniti numerosi episcopati (cf. a p. 132 la nota congiunta dei capi delle Chiese di Sarajevo, Gerusalemme e Baghdad) ed esponenti di altre confessioni cristiane e di organismi ecumenici (cf. la dichiarazione degli arcivescovi di Canterbury e Westminster a p. 131), non ha cessato di agire la diplomazia vaticana. L’intervento dell’osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, mons. C. Migliore, nel corso dell’incontro al Consiglio di sicurezza sulla situazione tra Iraq e Kuwait, ha affermato che ogni decisione va presa all’interno dell’ONU. Nella conferenza tenuta all’Istituto dermopatico dell’Immacolata a Roma il 24 febbraio, intitolata «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», mons. J.-L. Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, ha poi ribadito: «Nessuna regola del diritto internazionale autorizza uno o più stati a ricorrere unilateralmente all’uso della forza per cambiare un regime o la forma di governo di un altro stato... Solo il Consiglio di sicurezza potrebbe, a motivo di circostanze particolari, decidere» di ricorrere alla forza.

Tutto è perduto con la guerra

Mons. J.-L- Tauran
La crisi irachena ha messo in luce come nella Chiesa cattolica stia emergendo in maniera consapevole una posizione sempre più critica nei confronti della guerra e della violenza, variamente giustificata. In questo senso il papa si pone quasi come un leader di un pacifismo non ideologico e radicale (Regno-att. 4,2003,76), invitando i cristiani a una responsabilità specifica, quella di essere «sentinelle della pace» (cf. qui a p. 130). Accanto all’appello del papa, cui si sono uniti numerosi episcopati (cf. a p. 132 la nota congiunta dei capi delle Chiese di Sarajevo, Gerusalemme e Baghdad) ed esponenti di altre confessioni cristiane e di organismi ecumenici (cf. la dichiarazione degli arcivescovi di Canterbury e Westminster a p. 131), non ha cessato di agire la diplomazia vaticana. L’intervento dell’osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, mons. C. Migliore, nel corso dell’incontro al Consiglio di sicurezza sulla situazione tra Iraq e Kuwait, ha affermato che ogni decisione va presa all’interno dell’ONU. Nella conferenza tenuta all’Istituto dermopatico dell’Immacolata a Roma il 24 febbraio, intitolata «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra», mons. J.-L. Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, ha poi ribadito: «Nessuna regola del diritto internazionale autorizza uno o più stati a ricorrere unilateralmente all’uso della forza per cambiare un regime o la forma di governo di un altro stato... Solo il Consiglio di sicurezza potrebbe, a motivo di circostanze particolari, decidere» di ricorrere alla forza.

Il papa all'Angelus sulla crisi irachena

Giovanni Paolo II
Domenica 23 febbraio, prima della recita della preghiera dell’Angelus, il papa ha espresso alcune riflessioni riguardo al tema della pace, invitando in particolare i cristiani a dedicare il digiuno del mercoledì delle Ceneri (5 marzo) a una più intensa preghiera per la causa della pace specialmente in Medio Oriente (www.vatican.va).

Canterbury e Westminster: i dubbi sulla guerra

R. Williams, C. Murphy O'Connor
Il neo arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e l’arcivescovo cattolico di Westminster, card. Cormac Murphy O’Connor, dopo un incontro privato e uno scambio reciproco di ipotesi di stesura hanno reso nota una dichiarazione congiunta sul tema della legittimazione morale della guerra (www.bbc.co.uk; nostra traduzione dall’inglese; cf. Regno-att. 4,2003,74).

Le Chiese di Gerusalemme, di Baghdad e di Sarajevo: no alla guerra

M. Sabbah, V. Puljic, R. Bidawid
Un appello congiunto contro un intervento armato in Iraq viene dai capi delle comunità cattoliche di Baghdad, Gerusalemme e Sarajevo, accomunate dalla loro condizione di «Chiese di minoranza» in situazioni di delicato equilibrio tra dato etnico, politico e religioso, a fronte di un eventuale conflitto (www.lpj.org).

Gesù Cristo portatore dell'acqua viva

Pontifici consigli della cultura e per il dialogo interreligioso
Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul New Age: con questo titolo i due Pontifici consigli, della cultura e del dialogo interreligioso, hanno pubblicato il 3 febbraio scorso un «rapporto provvisorio» sulla spiritualità dell’Acquario. «Queste riflessioni si rivolgono innanzitutto a coloro che sono impegnati nella pastorale, così che possano essere in grado di spiegare in che modo il movimento New Age differisca dalla fede cristiana. Questo studio invita i lettori a tener conto della maniera in cui la religiosità New Age si rivolge alla fame spirituale degli uomini e delle donne contemporanee». L’intento introduttivo, informativo e orientativo giustifica l’ampiezza del testo e il suo carattere di sintesi. Sei le parti maggiori: il contesto culturale; la panoramica sulla spiritualità New Age; il rapporto fra New Age e spiritualità cristiana; il confronto sulle verità di fede; il ruolo di Cristo; gli orientamenti pastorali. Gli ultimi tre capitoli sono delle appendici: glossario, riferimenti al magistero, bibliografia (cf. Regno-att. 4,2003,85).

La missione "ad gentes" in Italia

CEI - Commissione episcopale per le migrazioni, Fondazione Migrantes
A cavallo tra stagione dell’emergenza e dell’integrazione, il fenomeno migratorio che ha come meta l’Italia è consistente, più di quanto dicano i dati ufficiali. Così ha affermato il prof. D. Nicoli, docente di sociologia dell’organizzazione all’Università cattolica, sede di Brescia, nel corso del convegno «Tutte le genti verranno a Te. La missione ad gentes nelle nostre terre», organizzato a Castelgandolfo (Roma) dalla Commissione episcopale per le migrazioni della CEI e dalla Fondazione Migrantes lo scorso 25-28 febbraio. Dalla cifra ufficiale di 1,2 milioni a quella ufficiosa di 2,5 si tratta di un fenomeno rilevante da affrontare attraverso una pluralità d’interventi. Tra essi, non ultimo, vi è l’aspetto della cura pastorale, nell’ambito della quale copre un ruolo importante il catecumenato degli adulti, come ha messo in luce mons. W. Ruspi, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale. La cura pastorale, poi, spesso si traduce e si è tradotta nell’apertura e nella gestione di centri pastorali per immigrati cattolici: presentiamo qui la sintesi dei criteri ai quali attenersi per aprire e gestire in diocesi tali centri, elaborata dalla Fondazione Migrantes, fatta propria dalla Commissione episcopale per le migrazioni e approvata nella sua globalità dal Consiglio permanente della CEI nella sessione dell’11-14 marzo 2002.

Presupposti sociologici all'azione pastorale

Dario Nicoli
A cavallo tra stagione dell’emergenza e dell’integrazione, il fenomeno migratorio che ha come meta l’Italia è consistente, più di quanto dicano i dati ufficiali. Così ha affermato il prof. D. Nicoli, docente di sociologia dell’organizzazione all’Università cattolica, sede di Brescia, nel corso del convegno «Tutte le genti verranno a Te. La missione ad gentes nelle nostre terre», organizzato a Castelgandolfo (Roma) dalla Commissione episcopale per le migrazioni della CEI e dalla Fondazione Migrantes lo scorso 25-28 febbraio. Dalla cifra ufficiale di 1,2 milioni a quella ufficiosa di 2,5 si tratta di un fenomeno rilevante da affrontare attraverso una pluralità d’interventi. Tra essi, non ultimo, vi è l’aspetto della cura pastorale, nell’ambito della quale copre un ruolo importante il catecumenato degli adulti, come ha messo in luce mons. W. Ruspi, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale. La cura pastorale, poi, spesso si traduce e si è tradotta nell’apertura e nella gestione di centri pastorali per immigrati cattolici: presentiamo qui la sintesi dei criteri ai quali attenersi per aprire e gestire in diocesi tali centri, elaborata dalla Fondazione Migrantes, fatta propria dalla Commissione episcopale per le migrazioni e approvata nella sua globalità dal Consiglio permanente della CEI nella sessione dell’11-14 marzo 2002.

I centri pastorali per i cattolici immigrati

Commissione episcopale CEI per le migrazioni
A cavallo tra stagione dell’emergenza e dell’integrazione, il fenomeno migratorio che ha come meta l’Italia è consistente, più di quanto dicano i dati ufficiali. Così ha affermato il prof. D. Nicoli, docente di sociologia dell’organizzazione all’Università cattolica, sede di Brescia, nel corso del convegno «Tutte le genti verranno a Te. La missione ad gentes nelle nostre terre», organizzato a Castelgandolfo (Roma) dalla Commissione episcopale per le migrazioni della CEI e dalla Fondazione Migrantes lo scorso 25-28 febbraio. Dalla cifra ufficiale di 1,2 milioni a quella ufficiosa di 2,5 si tratta di un fenomeno rilevante da affrontare attraverso una pluralità d’interventi. Tra essi, non ultimo, vi è l’aspetto della cura pastorale, nell’ambito della quale copre un ruolo importante il catecumenato degli adulti, come ha messo in luce mons. W. Ruspi, direttore dell’Ufficio catechistico nazionale. La cura pastorale, poi, spesso si traduce e si è tradotta nell’apertura e nella gestione di centri pastorali per immigrati cattolici: presentiamo qui la sintesi dei criteri ai quali attenersi per aprire e gestire in diocesi tali centri, elaborata dalla Fondazione Migrantes, fatta propria dalla Commissione episcopale per le migrazioni e approvata nella sua globalità dal Consiglio permanente della CEI nella sessione dell’11-14 marzo 2002.

Il catecumenato in Italia

Walter Ruspi
CHIESA IN ITALIA CEI � Commissione episcopale per le migrazioni - Fondazione Migrantes La missione �ad gentes� in Italia A cavallo tra stagione dell�emergenza e dell�integrazione, il fenomeno migratorio che ha come meta l�Italia � consistente, pi� di quanto dicano i dati ufficiali. Cos� ha affermato il prof. D. Nicoli, docente di sociologia dell�organizzazione all�Universit�...

I migranti, non più stranieri

Vescovi cattolici degli Stati Uniti e del Messico
«Mentre lo stato sovrano può imporre ragionevoli limiti all’immigrazione, il bene comune non è servito quando i diritti umani fondamentali dell’individuo sono violati. Nell’attuale situazione del mondo, in cui la povertà globale e la persecuzione sono in crescita, il presupposto è che le persone devono migrare per mantenere e proteggere sé stesse, e le nazioni che sono in grado di riceverle lo devono fare, nei limiti del possibile». Nel quarto anniversario della consegna alle Chiese cattoliche americane dell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in America da parte di Giovanni Paolo II (23.1.1999), come recezione dell’Assemblea speciale per l’America del sinodo dei vescovi viene pubblicata – per la prima volta congiuntamente – il 22 gennaio 2003 dai vescovi cattolici degli Stati Uniti e del Messico una lettera pastorale sulla migrazione dal titolo Non più stranieri: insieme nel viaggio della speranza. La preoccupazione pastorale per la dignità e i diritti dei migranti si unisce a una serie di richieste specifiche alle amministrazioni Bush e Fox circa le misure da attuare in nome del rispetto dei diritti umani fondamentali, oltre che della sicurezza degli stati: in prospettiva vi è la riapertura dei negoziati per un accordo bilaterale sulle migrazioni, interrotti dopo l’11 settembre 2001. Cf. Regno-att. 4,2003,125.

Libertà e religione

Card. J. Ratzinger
«La storia è, per così dire, il regno della ragione; la politica non instaura il regno di Dio, ma certamente deve preoccuparsi per il giusto regno dell’uomo»; la speranza messianica «evidenzia i criteri morali della politica e indica i limiti del potere politico; grazie all’orizzonte della speranza, che lascia intravedere al di là della storia e in essa, dà il coraggio per il retto agire e per il retto soffrire». Queste affermazioni costituiscono la cerniera del discorso su «Libertà e religione nel futuro dell’Europa» pronunciato dal card. Joseph Ratzinger a Trieste il 20 settembre 2002, al convegno «Le due libertà», in occasione della consegna del premio «liberal Trieste», organizzato dalla Fondazione «liberal» Il testo si apre con un ampio excursus sulle fortune dell’«apocalittica» come visione politica che esprime una «speranza critica della storia», posta a confronto con la «visione sobria» della politica e dell’agire storico dei cristiani che caratterizza la gran parte del Nuovo Testamento; e si sviluppa mostrando come, nell’epoca contemporanea, all’esercizio della ragione morale si contrapponga – anche dopo la caduta delle ideologie – l’elaborazione di «miti politici», ovvero l’unilateralizzazione mitica di valori reali, quali il progresso, la scienza, la libertà.

Il nuovo paesaggio religioso

Jean Vernette
è in atto un «ritorno anarchico alle forme primarie dell’inquietudine religiosa». «Soffocata, repressa, la religione ritorna al galoppo». Ma non mancano le ambiguità e i pericoli. «Perciò è necessario sia prendere sul serio il ritorno del religioso, dello gnosticismo, del paganesimo come sintomi caratteristici della nostra epoca, sia procedere a una seria purificazione delle loro manifestazioni malsane». Questa conferenza, tenuta ad Avila all’incontro IEOP (Provinciali domenicani d’Europa) nell’aprile 2002, si sviluppa secondo tre momenti. Dapprima si descrive il nuovo panorama religioso, il brulichio dei nuovi movimenti e delle sètte. Poi si analizza la qualità della nuova ricerca spirituale, del misticismo e dello gnosticismo, nella loro estraneità al cristianesimo. Infine si tracciano alcune linee per l’evangelizzazione delle nuove spiritualità. L’autore del testo, Jean Vernette, morto il 16 settembre 2002, può legittimamente essere definito uno dei massimi esperti sull’argomento dei «nuovi movimenti religiosi». è stato responsabile del servizio nazionale «Pastorale, sètte e nuove credenze» della Conferenza episcopale francese, e in precedenza era stato direttore nazionale del catecumenato.