D
Documenti
Il tuo abbonamento è scaduto. Rinnovalo al più presto per continuare ad accedere ai contenuti online riservati agli abbonati.

Documenti, 13/2003

Viaggio in Croazia: Donna e famiglia, vie della Chiesa

Giovanni Paolo II
Il 100° viaggio fuori d’Italia del papa (sulla celebrazione di questo particolare «traguardo» cf. in questo numero a p. 387) ha avuto come meta la Croazia (5-9.6.2003; cf. Regno-att. 10,2003,303). Percorrendo ben 3.000 chilometri, toccando Rijeka, Dubrovnik, Osiek e Zadar Giovanni Paolo II, con il motto «La famiglia cammino della Chiesa e del popolo», ha ricordato al popolo croato il ruolo del «genio» femminile nell’umanizzazione del mondo e nel generoso servizio agli altri sia nella famiglia, sia nella Chiesa (Omelia per la beatificazione di suor Marija Petkoviã, Dubrovnik, 6.6); ha esortato le famiglie cristiane a essere «il popolo della speranza» (Omelia alla messa per le famiglie, Rijeka, 8.6); ha invitato tutti a tenere Maria come «modello di quanti ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Omelia al Forum di Zadar, 9.6). Naturale proseguimento di questo viaggio è stato quello in Bosnia Erzegovina, effettuato un paio di settimane dopo (cf. in questo numero alle pp. 390 e 393).

Omelia per suor Marija Petkovic

Giovanni Paolo II
Il 100° viaggio fuori d’Italia del papa (sulla celebrazione di questo particolare «traguardo» cf. in questo numero a p. 387) ha avuto come meta la Croazia (5-9.6.2003; cf. Regno-att. 10,2003,303). Percorrendo ben 3.000 chilometri, toccando Rijeka, Dubrovnik, Osiek e Zadar Giovanni Paolo II, con il motto «La famiglia cammino della Chiesa e del popolo», ha ricordato al popolo croato il ruolo del «genio» femminile nell’umanizzazione del mondo e nel generoso servizio agli altri sia nella famiglia, sia nella Chiesa (Omelia per la beatificazione di suor Marija Petkoviã, Dubrovnik, 6.6); ha esortato le famiglie cristiane a essere «il popolo della speranza» (Omelia alla messa per le famiglie, Rijeka, 8.6); ha invitato tutti a tenere Maria come «modello di quanti ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Omelia al Forum di Zadar, 9.6). Naturale proseguimento di questo viaggio è stato quello in Bosnia Erzegovina, effettuato un paio di settimane dopo (cf. in questo numero alle pp. 390 e 393).

Omelia alla messa per le famiglie

Giovanni Paolo II
Il 100° viaggio fuori d’Italia del papa (sulla celebrazione di questo particolare «traguardo» cf. in questo numero a p. 387) ha avuto come meta la Croazia (5-9.6.2003; cf. Regno-att. 10,2003,303). Percorrendo ben 3.000 chilometri, toccando Rijeka, Dubrovnik, Osiek e Zadar Giovanni Paolo II, con il motto «La famiglia cammino della Chiesa e del popolo», ha ricordato al popolo croato il ruolo del «genio» femminile nell’umanizzazione del mondo e nel generoso servizio agli altri sia nella famiglia, sia nella Chiesa (Omelia per la beatificazione di suor Marija Petkoviã, Dubrovnik, 6.6); ha esortato le famiglie cristiane a essere «il popolo della speranza» (Omelia alla messa per le famiglie, Rijeka, 8.6); ha invitato tutti a tenere Maria come «modello di quanti ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Omelia al Forum di Zadar, 9.6). Naturale proseguimento di questo viaggio è stato quello in Bosnia Erzegovina, effettuato un paio di settimane dopo (cf. in questo numero alle pp. 390 e 393).

Il 100mo viaggio

Giovanni Paolo II
Di ritorno dalla Croazia (5-9.6.2003; cf. in questo numero a p. 385), Giovanni Paolo II ha ricevuto in udienza speciale gli abituali partecipanti ai suoi viaggi (organizzatori, giornalisti, cardinali e vescovi) per ricordare il viaggio numero 100. Il papa ha ripercorso le motivazioni sottese a una delle principali attività pastorali che hanno caratterizzato il pontificato (www. vatican. va).

Omelia al Forum di Zadar

Giovanni Paolo II
Il 100° viaggio fuori d’Italia del papa (sulla celebrazione di questo particolare «traguardo» cf. in questo numero a p. 387) ha avuto come meta la Croazia (5-9.6.2003; cf. Regno-att. 10,2003,303). Percorrendo ben 3.000 chilometri, toccando Rijeka, Dubrovnik, Osiek e Zadar Giovanni Paolo II, con il motto «La famiglia cammino della Chiesa e del popolo», ha ricordato al popolo croato il ruolo del «genio» femminile nell’umanizzazione del mondo e nel generoso servizio agli altri sia nella famiglia, sia nella Chiesa (Omelia per la beatificazione di suor Marija Petkoviã, Dubrovnik, 6.6); ha esortato le famiglie cristiane a essere «il popolo della speranza» (Omelia alla messa per le famiglie, Rijeka, 8.6); ha invitato tutti a tenere Maria come «modello di quanti ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Omelia al Forum di Zadar, 9.6). Naturale proseguimento di questo viaggio è stato quello in Bosnia Erzegovina, effettuato un paio di settimane dopo (cf. in questo numero alle pp. 390 e 393).

Viaggio in Bosnia Erzegovina: I cattolici perdonino

Giovanni Paolo II
«Da questa città, segnata nel corso della storia da tanta sofferenza e tanto sangue, imploro il Signore onnipotente affinché abbia misericordia per le colpe commesse contro l’uomo, la sua dignità e la sua libertà anche da figli della Chiesa cattolica e infonda in tutti il desiderio del reciproco perdono. Soltanto in un clima di vera riconciliazione, la memoria di tante vittime innocenti e il loro sacrificio non saranno vani, ci incoraggeranno a costruire rapporti nuovi di fraternità e di comprensione». È questo il messaggio centrale lanciato nel corso della breve visita di Giovanni Paolo II in Bosnia Erzegovina (22 giugno) attraverso l’omelia di beatificazione di Ivan Merz (cf. in questo numero a p. 393), giovane laico croato, pronunciata a Banja Luka. Omelia che era stata preceduta da un forte intervento del vescovo locale e presidente della Conferenza episcopale, mons. Franjo Komarica (qui alle pp. 391-392) sulle difficoltà vissute dai cattolici in terra bosniaca, nonostante il loro «atteggiamento pacifico».

Il saluto del vescovo di Banja Luka

F. Komarica
All’inizio della celebrazione eucaristica durante la quale è stato beatificato Ivan Merz (cf. in questo numero a p. 390), il vescovo di Banja Luka, mons. Franjo Komarica, ha rivolto al santo padre un indirizzo d’omaggio. Esiste un chiaro disegno politico – afferma il vescovo – volto a impedire il ritorno dei cattolici in Bosnia. Eppure – continua – durante la recente guerra, i cattolici non hanno «ricambiato il male con il male». «Al contrario, ci siamo sforzati tenacemente di fare del bene a tutti i bisognosi, senza distinzione della loro appartenenza religiosa o nazionale, e persino a coloro dai quali dovevamo sopportare le ingiustizie e il male» (L’Osservatore romano 23-24.6.2003, 6-8).

Chiese nel mondo: Beati i puri di cuore

Vescovi della Bosnia Erzegovina
In occasione della seconda visita di Giovanni Paolo II in Bosnia Erzegovina (cf. in questo numero a p. 390; per la precedente, avvenuta nel 1997, Regno-doc. 9,1997,257s; Regno-att. 10,1997,272) i vescovi hanno steso la lettera pastorale Beati i puri di cuore, resa nota il 10 maggio. Essa ruota attorno alla figura di Ivan Merz, il giovane croato che il papa durante la sua visita ha beatificato il 22 giugno a Banja Luka, «il primo beato di queste terre» e «anche il primo credente laico croato che viene beatificato». Morto appena trentaduenne, Ivan, dicono i vescovi, «uno di noi, con le sue debolezze, lotte, cadute e riprese era così solito e così insolito, un santo. Così comune in un modo non comune. Comune, ma non mediocre»; un modello per i giovani e per il laicato in particolare. Ivan Merz cercò infatti d’inserire a pieno titolo, quarant’anni prima del Concilio, i laici nella vita della Chiesa, anche se molto sottolineata è una forma di obbedienza quasi assoluta alla gerarchia: «Perciò, ci sottoponiamo in modo assoluto… ai nostri vescovi. E se loro dicessero che abbiamo sbagliato strada, ubbidiremmo con cieca sottomissione».

Santa Sede: Chiesa e ordine internazionale

A. Sodano, J.-L- Tauran
«La Santa Sede confida nel fatto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite riuscirà a sviluppare forme più efficaci e concertate di cooperazione, che consentiranno ai responsabili di tutto il mondo di unirsi per combattere situazioni di ingiustizia e oppressione». È quanto scrive il segretario di stato vaticano, card. Angelo Sodano, al segretario generale dell’ONU in una lettera del 5 giugno scorso, resa pubblica il 20.06.2003, in cui esprime «il sostegno della Santa Sede per il ruolo fondamentale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite», all’indomani dell’approvazione della Risoluzione 1483 del Consiglio di sicurezza, sul «ripristino delle istituzioni e dell’economia dell’Iraq». Più ampiamente su questi temi si è espresso di recente mons. Jean Louis Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, intervenendo a conclusione del convegno su «La Chiesa e l’ordine internazionale», tenutosi presso la Pontificia università gregoriana il 24 maggio 2003. Tauran fa riferimento al ruolo di «potenza morale» della Santa Sede, la cui «“ragion d’essere (...) in seno alla comunità delle nazioni” è di “essere la voce che la coscienza umana attende”» e sottolinea come la Chiesa cattolica romana sia «l’unica confessione religiosa che ha accesso alle relazioni diplomatiche».

Il card. Sodano alle Nazioni Unite

A. Sodano
«La Santa Sede confida nel fatto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite riuscirà a sviluppare forme più efficaci e concertate di cooperazione, che consentiranno ai responsabili di tutto il mondo di unirsi per combattere situazioni di ingiustizia e oppressione». È quanto scrive il segretario di stato vaticano, card. Angelo Sodano, al segretario generale dell’ONU in una lettera del 5 giugno scorso, resa pubblica il 20.06.2003, in cui esprime «il sostegno della Santa Sede per il ruolo fondamentale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite», all’indomani dell’approvazione della Risoluzione 1483 del Consiglio di sicurezza, sul «ripristino delle istituzioni e dell’economia dell’Iraq». Più ampiamente su questi temi si è espresso di recente mons. Jean Louis Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, intervenendo a conclusione del convegno su «La Chiesa e l’ordine internazionale», tenutosi presso la Pontificia università gregoriana il 24 maggio 2003. Tauran fa riferimento al ruolo di «potenza morale» della Santa Sede, la cui «“ragion d’essere (...) in seno alla comunità delle nazioni” è di “essere la voce che la coscienza umana attende”» e sottolinea come la Chiesa cattolica romana sia «l’unica confessione religiosa che ha accesso alle relazioni diplomatiche».

Discorso di mons. Tauran

J.-L- Tauran
«La Santa Sede confida nel fatto che l’Organizzazione delle Nazioni Unite riuscirà a sviluppare forme più efficaci e concertate di cooperazione, che consentiranno ai responsabili di tutto il mondo di unirsi per combattere situazioni di ingiustizia e oppressione». È quanto scrive il segretario di stato vaticano, card. Angelo Sodano, al segretario generale dell’ONU in una lettera del 5 giugno scorso, resa pubblica il 20.06.2003, in cui esprime «il sostegno della Santa Sede per il ruolo fondamentale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite», all’indomani dell’approvazione della Risoluzione 1483 del Consiglio di sicurezza, sul «ripristino delle istituzioni e dell’economia dell’Iraq». Più ampiamente su questi temi si è espresso di recente mons. Jean Louis Tauran, segretario per i rapporti con gli stati, intervenendo a conclusione del convegno su «La Chiesa e l’ordine internazionale», tenutosi presso la Pontificia università gregoriana il 24 maggio 2003. Tauran fa riferimento al ruolo di «potenza morale» della Santa Sede, la cui «“ragion d’essere (...) in seno alla comunità delle nazioni” è di “essere la voce che la coscienza umana attende”» e sottolinea come la Chiesa cattolica romana sia «l’unica confessione religiosa che ha accesso alle relazioni diplomatiche».

Chiesa in Italia: Il risveglio della fede negli adulti

CEI - Consiglio permanente
L’ascolto, l’annuncio, l’accompagnamento e gli itinerari: i titoli dei quattro capitoli di questa nota pastorale su L’iniziazione cristiana. 3. Orientamenti per il risveglio della fede e il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta descrivono chiaramente il percorso che essa indica alla comunità ecclesiale italiana nei confronti di «coloro che, pur non avendo rinnegato formalmente il loro battesimo, vivono un fragile rapporto con la Chiesa e devono quindi essere interpellati dal santo Vangelo di Gesù Cristo per riscoprirne la bellezza e la forza trasformante e per ritrovare così la gioia di vivere l’esperienza cristiana in maniera più consapevole e operosa» (Premessa). Il documento completa la serie di note pastorali centrate sull’iniziazione cristiana e poste sotto la responsabilità del Consiglio permanente della CEI, che pubblicò la prima nel 1997 (adulti non battezzati; ECEI 6/613ss) e la seconda nel 1999 (fanciulli e ragazzi; ECEI 6/2040ss), innestandosi nel più vasto processo di rinnovamento della catechesi avviato negli anni settanta, e insieme raccordandosi con gli orientamenti pastorali dell’attuale decennio Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia. Cf. la relazione di mons. Caprioli all’ultima Assemblea CEI (Regno-doc. 11,2003,327ss).

Post-modernità e vita spirituale

I. Gargano
«La post-modernità... sembra caratterizzarsi come un tempo in cui sono crollati quasi del tutto alcuni valori che avevano caratterizzato la modernità», producendo «incredulità verso ogni genere di ideologia». «Questa vera e propria rottura dell’universalità del sapere, con la crisi della cultura occidentale, apre la porta al dialogo tra le culture, acuisce la sensibilità e la tolleranza rispetto alle differenze, ma non riesce più a proporre una misura comune, non arbitraria né basata sull’accordo, di fronte a cui confrontarsi nel dialogo». Il monaco camaldolese Innocenzo Gargano, alla 50 a assemblea nazionale dell’Unione superiore maggiori d’Italia (USMI) dal titolo «Quale vita religiosa nella nuova Europa», tenutasi dal 23 al 26 aprile scorsi alla Pontificia università urbaniana di Roma, esamina la vita spirituale nella post-modernità con una relazione su «Reimpostazione della vita spirituale a partire dal concilio Vaticano II. Esperienze in corso nelle congregazioni religiose». Gargano argomenta su alcune drammatiche conseguenze dell’epoca attuale, invitando, tuttavia, a non guardare solo negativamente alle novità dettate dalla post-modernità: «Anche la Chiesa e i movimenti cristiani apparivano indubbiamente ai loro inizi come “novità”». Fornisce poi una serie di indicazioni per vivere nella «nuova Europa» senza rifiutare il presente, ma altresì senza lasciarsene sopraffare.

Ecumenismo: L'esercizio del primato

Pontificio consiglio per l'unità dei cristiani
Per i cristiani non cattolici, il papato rappresenta il maggior ostacolo sulla strada dell’unità. È a partire da questa consapevolezza che Giovanni Paolo II ha aperto, con la Ut unum sint, un «dialogo fraterno, paziente» per «trovare una forma di esercizio del primato che (...) si apra a una situazione nuova» (n. 95), ottenendo direttamente e indirettamente – nel contesto dei dialoghi ecumenici già in corso – numerose reazioni e riscontri (per lo più documentati anche su questa rivista). La vicenda ha importanti riflessi anche sulla vita interna della Chiesa di Roma, giacché «le Chiese e le comunità ecclesiali sia in Oriente sia in Occidente osservano attentamente il modo in cui la Chiesa cattolica modula la comunione e il primato «ad intra», vedendovi la prova o la verifica delle sue intenzioni «ad extra», in campo ecumenico» («Il ministero petrino», n. 4.4). Lo studio «Il ministero petrino», presentato alla plenaria del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 2001, raccoglie e analizza tali reazioni, segnando in certo modo la conclusione della prima fase di questo dialogo. Il simposio organizzato dallo stesso Pontificio consiglio a Roma il 21-24 maggio scorsi tra teologi cattolici e ortodossi, di cui pubblichiamo la conferenza introduttiva del presidente card. Kasper ha inteso avviare la seconda fase, quella dell’approfondimento, assumendo un carattere accademico ma entro un contesto ecclesiale. Pubblichiamo infine un successivo intervento dello stesso Kasper sul controverso tema de «Il territorio canonico».

Introduzione del card. Kasper al simposio

W. Kasper
Per i cristiani non cattolici, il papato rappresenta il maggior ostacolo sulla strada dell’unità. È a partire da questa consapevolezza che Giovanni Paolo II ha aperto, con la Ut unum sint, un «dialogo fraterno, paziente» per «trovare una forma di esercizio del primato che (...) si apra a una situazione nuova» (n. 95), ottenendo direttamente e indirettamente – nel contesto dei dialoghi ecumenici già in corso – numerose reazioni e riscontri (per lo più documentati anche su questa rivista). La vicenda ha importanti riflessi anche sulla vita interna della Chiesa di Roma, giacché «le Chiese e le comunità ecclesiali sia in Oriente sia in Occidente osservano attentamente il modo in cui la Chiesa cattolica modula la comunione e il primato «ad intra», vedendovi la prova o la verifica delle sue intenzioni «ad extra», in campo ecumenico» («Il ministero petrino», n. 4.4). Lo studio «Il ministero petrino», presentato alla plenaria del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 2001, raccoglie e analizza tali reazioni, segnando in certo modo la conclusione della prima fase di questo dialogo. Il simposio organizzato dallo stesso Pontificio consiglio a Roma il 21-24 maggio scorsi tra teologi cattolici e ortodossi, di cui pubblichiamo la conferenza introduttiva del presidente card. Kasper ha inteso avviare la seconda fase, quella dell’approfondimento, assumendo un carattere accademico ma entro un contesto ecclesiale. Pubblichiamo infine un successivo intervento dello stesso Kasper sul controverso tema de «Il territorio canonico».

Il territorio canonico

W. Kasper
Per i cristiani non cattolici, il papato rappresenta il maggior ostacolo sulla strada dell’unità. È a partire da questa consapevolezza che Giovanni Paolo II ha aperto, con la Ut unum sint, un «dialogo fraterno, paziente» per «trovare una forma di esercizio del primato che (...) si apra a una situazione nuova» (n. 95), ottenendo direttamente e indirettamente – nel contesto dei dialoghi ecumenici già in corso – numerose reazioni e riscontri (per lo più documentati anche su questa rivista). La vicenda ha importanti riflessi anche sulla vita interna della Chiesa di Roma, giacché «le Chiese e le comunità ecclesiali sia in Oriente sia in Occidente osservano attentamente il modo in cui la Chiesa cattolica modula la comunione e il primato «ad intra», vedendovi la prova o la verifica delle sue intenzioni «ad extra», in campo ecumenico» («Il ministero petrino», n. 4.4). Lo studio «Il ministero petrino», presentato alla plenaria del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 2001, raccoglie e analizza tali reazioni, segnando in certo modo la conclusione della prima fase di questo dialogo. Il simposio organizzato dallo stesso Pontificio consiglio a Roma il 21-24 maggio scorsi tra teologi cattolici e ortodossi, di cui pubblichiamo la conferenza introduttiva del presidente card. Kasper ha inteso avviare la seconda fase, quella dell’approfondimento, assumendo un carattere accademico ma entro un contesto ecclesiale. Pubblichiamo infine un successivo intervento dello stesso Kasper sul controverso tema de «Il territorio canonico».

Chiese nel mondo: Alle Chiese in Europa occidentale

Alessio II
«Perché, ora che gli anni delle dure prove sono passati, quando la Chiesa madre può liberamente vivere la sua chiamata e la Russia aspira a restaurare la continuità con il proprio passato storico, le divisioni ecclesiali continuano ancora, anche se le loro ragioni sono da lungo tempo scomparse?». Muove da questo interrogativo la decisione, che il Patriarcato di Mosca ha trasmesso al metropolita Antonio di Sourozh e agli arcivescovi, vescovi e parroci delle comunità di origine e di tradizione ortodossa russa in Europa occidentale, di voler unificare tali comunità sotto la sua giurisdizione (comprese due che non ricadono sotto la sua autorità), creando una singola metropolia e affidandola appunto alla guida di Antonio di Sourohz, 89 anni, capo della Chiesa ortodossa russa in Gran Bretagna. Tra le reazioni registrate all’iniziativa, particolarmente netta quella del noto teologo francese Olivier Clément: «Personalmente, sono d’origine francese e non ho alcun desiderio di appartenere alla Chiesa russa. Apprezzo l’immenso apporto della Russia al pensiero e alla spiritualità ortodossi, e ho pubblicato alcuni studi, per quanto parziali, su Lossky, Evdokimov, Berdaev e Solgenitzin, ma mi basta essere ortodosso per sentirmi in comunione con loro e non vedo in qual modo un ricongiungimento canonico a Mosca me li renderebbe più vicini: essi appartengono, e io appartengo, all’universalità ortodossa nella sua feconda diversità»

Chiese nel mondo: Il dono della sessualità

Chiesa episcopaliana - Commissione teologica
«Noi crediamo che la sessualità sia uno dei doni meravigliosi, complessi, disorientanti e, talvolta, rischiosi di Dio». Attento al versante intraecclesiale, onesto nel riportare le diverse posizioni e di un certo respiro pastorale e biblico, Il dono della sessualità: una prospettiva teologica, è il rapporto della Commissione teologica della Camera dei vescovi della Chiesa episcopaliana (anglicani degli Stati Uniti), presentato nel marzo scorso sul tema dell’omosessualità nella prassi pastorale. Con pacatezza ed equilibrio esso vuole «incoraggiare la Chiesa – laici e chierici, afferma in un altro passo – a riflettere su come il dissenso sulle questioni della sessualità umana possa essere illuminato dalla grazia di Dio». E il dissenso sull’omosessualità – in particolare sulla possibile benedizione a coppie dello stesso sesso o l’ordinazione di omosessuali sessualmente attivi – è tangibile nella Comunione anglicana e rischia di riaprire quelle ferite (cf. Regno-att. 12,2003,370) rimarginate dall’ultima Conferenza di Lambeth (1998) con la travagliata Risoluzione I.10 (cf. Regno-doc. 17,1998,580).