Dopo un pontificato, quello di Benedetto XVI, che aveva rivolto la sua attenzione principalmente all’Europa e un papa, Francesco, che aveva manifestato un particolare interesse per l’Asia, il primo lungo viaggio internazionale di Leone XIV, «figlio spirituale di sant’Agostino», si è compiuto in Africa dal 13 al 23 aprile. Ha interessato quattro paesi giovani e dinamici, che portano ancora le «stigmate della colonizzazione» (J.P. Vesco) e in parte vivono situazioni di crisi in atto: l’Algeria, patria di sant’Agostino di Ippona; il Camerun, con un conflitto separatista ancora aperto; l’Angola e la Guinea Equatoriale, terre di grandi ricchezze minerarie e petrolifere ma anche di diffusa povertà.
Dando ampio spazio ai temi della pace, delle ferite del (neo)colonialismo, della convivenza tra le religioni, della guarigione delle memorie e della riconciliazione, Leone XIV ha descritto l’Africa come «una riserva di gioia e di speranza» per il mondo intero, che tuttavia «ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti paesi, fomentando la povertà e l’esclusione».
Stampa (24.4.2026) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale.
Il 25 aprile Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri del Partito popolare europeo (PPE), che ha celebrato il 50° della fondazione con un incontro a Roma. Nel suo discorso ha esortato i deputati del PPE a essere più vicini ai cittadini: «La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica “popolare” richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità». Il PPE di recente è stato oggetto di critiche per aver costruito, in diverse occasioni, alleanze informali con gruppi di destra ed estrema destra al Parlamento Europeo per spingere su una linea più dura in materia di politica migratoria. Poiché «essere cristiani impegnati in politica richiede di avere uno sguardo realistico», il papa ha raccomandato ai deputati «di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti».
Secondo papa Leone essere cristiani in politica, inoltre, «non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso», e infine «significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità».
Stampa (27.4.2026) da sito web www.vatican.va. Titolazione redazionale.
Firmata l’8 dicembre 2025 e pubblicata il 22, la lunga lettera apostolica di papa Leone XIV Una fedeltà che genera futuro coglie l’occasione del 60° anniversario dei decreti conciliari dedicati alla formazione dei preti (Optatam totius) e al loro ministero (Presbyterorum ordinis) per affrontare alcuni temi attinenti, dopo che il lungo processo sinodale sulla sinodalità (2021-2024) ha individuato alcuni aspetti critici e dato voce a richieste di riforma. Non vi è alcun riferimento a modificare l’accesso all’ordinazione sacerdotale, nella Chiesa latina riservata agli uomini non sposati, ma si suggeriscono come ambiti di miglioramento più comunità di vita per i presbiteri e più cooperazione con i laici. Riguardo al celibato Leone afferma che «solo presbiteri e consacrati umanamente maturi e spiritualmente solidi... possono assumere l’impegno del celibato e annunciare in modo credibile il Vangelo del Risorto». In questa chiave viene richiamato il tema scottante delle violenze sessuali che hanno minato la credibilità della Chiesa cattolica: «In questi ultimi decenni la crisi della fiducia nella Chiesa suscitata dagli abusi commessi da membri del clero, che ci riempiono di vergogna e ci richiamano all’umiltà, ci ha reso ancora più consapevoli dell’urgenza di una formazione integrale che assicuri la crescita e la maturità umana dei candidati al presbiterato, insieme con una ricca e solida vita spirituale». E di fronte alla carenza di sacerdoti «occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti», ricordando che «non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni».
Stampa (9.12.2025) da sito web www.vatican.va.
Il 2 febbraio dom Matteo Ferrari, priore generale della Congregazione camaldolese dell’ordine di san Benedetto, ha diffuso attraverso la propria pagina Facebook una lettera a tutti i priori e maestri dei novizi sull’uso di Internet e dei social in monastero (originale in nostro possesso).
Nel mese di marzo sono stati pubblicati alcuni rapporti finali dei gruppi di studio «laterali» che erano stati formati da papa Francesco durante il Sinodo sulla sinodalità (2021-2024) per approfondire argomenti specifici (bit.ly/4bRaYlh). Tra essi c’è quello del Gruppo di studio 4 su La revisione della Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria, uscito il 3 marzo, che propone un aggiornamento dell’attuazione della Ratio fundamentalis. Non volendo riscrivere quest’ultima, uscita nel 2016 e ancora in fase di recezione, il Gruppo di studio ha invece «redatto la proposta per un Documento orientativo per l’attuazione della Ratio fundamentalis e delle Ratio nationalis». Il testo chiarisce l’identità relazionale del presbitero, inserito nel popolo di Dio e al servizio della comunione e della missione. Sottolinea la necessità di una formazione più integrata nella vita reale delle comunità, condivisa con laici – con particolare riferimento alle donne – e consacrati, attenta alla dimensione umana e affettiva, e orientata a competenze come ascolto, discernimento e corresponsabilità. «Il seminario non dovrà risultare un’esperienza prolungata lontana dal popolo di Dio. Pare necessario prevedere lungo il percorso anche altri moduli formativi..., evitando così condizioni di separatezza dove più facilmente si covano irresponsabilità, dissimulazioni e infantilismi clericali».
Stampa (3.3.2026) da sito web www.synod.va. Il «Corollario. Itinerario di attuazione e monitoraggio» viene qui omesso.
Uno dei temi emersi con maggiore forza nel processo della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, il cosiddetto «Sinodo sulla sinodalità» che si è svolto nelle sue varie fasi dal 2021 al 2024, è stato quello del ruolo delle donne nella vita della Chiesa. Papa Francesco quindi nel 2024, nel delegare a 10 «gruppi di studio» altrettante «importanti questioni teologiche, tutte in varia misura connesse al rinnovamento sinodale della Chiesa e non prive di ripercussioni giuridiche e pastorali», aveva riservato proprio quella del ruolo delle donne nella Chiesa al Dicastero per la dottrina della fede. Il 10 marzo l’organismo ha pubblicato il Rapporto finale del «Gruppo di studio 5 sulla partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa».
Richiamandosi direttamente all’affermazione di papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris (1963), secondo cui la crescita del ruolo pubblico delle donne è un «segno dei tempi», il documento opera una sintesi ragionata delle questioni critiche emerse nel processo sinodale e afferma che «la situazione attuale interpella la comunità ecclesiale affinché prenda una decisione: subire le trasformazioni sociali, oppure essere essa stessa artefice proattiva del proprio cambiamento fornendogli un significato più ampio e ricco».
Stampa (10.3.2026) da sito web www.synod.va. Le Appendici sono qui omesse: cf. riquadro a p. 300. Cf. anche Regno-att. 8,2026,213.
Il 3 marzo la Conferenza episcopale spagnola ha pubblicato – dopo averla approvata nel corso dell’Assemblea plenaria – una nota della Commissione per la dottrina della fede sul ruolo delle emozioni nell’atto di fede, intitolata Cor ad cor loquitur (Il cuore parla al cuore). In essa i vescovi affrontano il fenomeno della «rinascita della fede cristiana, specialmente tra i giovani spagnoli della cosiddetta “generazione Z”, quei nativi digitali nati tra la metà degli anni Novanta e il primo decennio dei Duemila», anche grazie a nuovi metodi o strumenti di evangelizzazione in cui «hanno un peso importante le emozioni e i sentimenti, che provocano un primo “impatto” nella persona e conducono alla conversione e all’adesione a Cristo». Osservano però che «non sono pochi... coloro che hanno messo in guardia dal rischio di un riduzionismo “emotivista” della fede, che porta molte persone a diventare consumatrici di esperienze d’impatto e insaziabili ricercatrici del compiacimento del sentimento spirituale». Per ridurre il rischio di ridurre la fede alle emozioni, con forme di «bombardamento emotivo» che possono avvicinarsi a un «abuso spirituale», i vescovi raccomandano di puntare con determinazione su una formazione integrale e permanente e di fare un accurato discernimento pastorale rispetto ai nuovi movimenti sulla base della loro capacità di integrarsi nella vita ecclesiale; e incoraggiano la promozione dell’adorazione eucaristica secondo le norme liturgiche come naturale prosecuzione della celebrazione eucaristica.
Stampa (4.3.2026) da sito web www.conferenciaepiscopal.es. Nostra traduzione dallo spagnolo.