D
Documenti
Il tuo abbonamento è scaduto. Rinnovalo al più presto per continuare ad accedere ai contenuti online riservati agli abbonati.

Documenti, 21/2002

Alla diletta nazione italiana

Visita al Parlamento della Repubblica
La profondità del legame tra la Santa Sede e l'Italia e l'importanza del cristianesimo per la comprensione dell'identità sociale e culturale dell'Italia. La sensibilità per il bene comune come decisiva davanti alle sfide che si presentano oggi alla «diletta nazione italiana», i rischi del relativismo etico. E poi l'elenco delle questioni che più stanno a cuore alla Chiesa italiana: le politiche familiari, la scuola, i media, la disoccupazione, la situazione delle carceri. Infine, le grandi questioni internazionali: il processo di costruzione dell'Unione Europea e il ruolo delle religioni davanti alla guerra e alla pace. È questo il tragitto su cui si snoda il discorso che Giovanni Paolo II ha pronunciato il 14 novembre, nel corso della visita al Parlamento italiano (la prima nella storia dei rapporti tra Italia e Santa Sede), dopo aver ascoltato il saluto del presidente della Camera P. Casini e di quello del Senato M. Pera. Ma «l'avvenimento supera le parole degne, calcolate, alte con le quali i protagonisti (i presidenti della Camera, del Senato e il papa) lo hanno espresso e indicato. La visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano... è un evento che ha valore simbolico. Essa chiude definitivamente il passato, sia nella sua dimensione ottocentesca contrassegnata della "questione romana", sia in quella novecentesca identificabile nella "questione politica", e apre a un confronto inedito tra il papato, la Chiesa cattolica e l'Italia» (cf. «Il papa e la nuova Italia», in Regno-att. 20,2002,649ss). Originali: stampe (26.11.2002) da sito Internet: www.camera.it.

Discorso del presidente della Camera

P. Casini
La profondità del legame tra la Santa Sede e l'Italia e l'importanza del cristianesimo per la comprensione dell'identità sociale e culturale dell'Italia. La sensibilità per il bene comune come decisiva davanti alle sfide che si presentano oggi alla «diletta nazione italiana», i rischi del relativismo etico. E poi l'elenco delle questioni che più stanno a cuore alla Chiesa italiana: le politiche familiari, la scuola, i media, la disoccupazione, la situazione delle carceri. Infine, le grandi questioni internazionali: il processo di costruzione dell'Unione Europea e il ruolo delle religioni davanti alla guerra e alla pace. È questo il tragitto su cui si snoda il discorso che Giovanni Paolo II ha pronunciato il 14 novembre, nel corso della visita al Parlamento italiano (la prima nella storia dei rapporti tra Italia e Santa Sede), dopo aver ascoltato il saluto del presidente della Camera P. Casini e di quello del Senato M. Pera. Ma «l'avvenimento supera le parole degne, calcolate, alte con le quali i protagonisti (i presidenti della Camera, del Senato e il papa) lo hanno espresso e indicato. La visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano... è un evento che ha valore simbolico. Essa chiude definitivamente il passato, sia nella sua dimensione ottocentesca contrassegnata della "questione romana", sia in quella novecentesca identificabile nella "questione politica", e apre a un confronto inedito tra il papato, la Chiesa cattolica e l'Italia» (cf. «Il papa e la nuova Italia», in Regno-att. 20,2002,649ss). Originali: stampe (26.11.2002) da sito Internet: www.camera.it.

Discorso del presidente del Senato

M. Pera
La profondità del legame tra la Santa Sede e l'Italia e l'importanza del cristianesimo per la comprensione dell'identità sociale e culturale dell'Italia. La sensibilità per il bene comune come decisiva davanti alle sfide che si presentano oggi alla «diletta nazione italiana», i rischi del relativismo etico. E poi l'elenco delle questioni che più stanno a cuore alla Chiesa italiana: le politiche familiari, la scuola, i media, la disoccupazione, la situazione delle carceri. Infine, le grandi questioni internazionali: il processo di costruzione dell'Unione Europea e il ruolo delle religioni davanti alla guerra e alla pace. È questo il tragitto su cui si snoda il discorso che Giovanni Paolo II ha pronunciato il 14 novembre, nel corso della visita al Parlamento italiano (la prima nella storia dei rapporti tra Italia e Santa Sede), dopo aver ascoltato il saluto del presidente della Camera P. Casini e di quello del Senato M. Pera. Ma «l'avvenimento supera le parole degne, calcolate, alte con le quali i protagonisti (i presidenti della Camera, del Senato e il papa) lo hanno espresso e indicato. La visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano... è un evento che ha valore simbolico. Essa chiude definitivamente il passato, sia nella sua dimensione ottocentesca contrassegnata della "questione romana", sia in quella novecentesca identificabile nella "questione politica", e apre a un confronto inedito tra il papato, la Chiesa cattolica e l'Italia» (cf. «Il papa e la nuova Italia», in Regno-att. 20,2002,649ss). Originali: stampe (26.11.2002) da sito Internet: www.camera.it.

Discorso di Giovanni Paolo II

La profondità del legame tra la Santa Sede e l'Italia e l'importanza del cristianesimo per la comprensione dell'identità sociale e culturale dell'Italia. La sensibilità per il bene comune come decisiva davanti alle sfide che si presentano oggi alla «diletta nazione italiana», i rischi del relativismo etico. E poi l'elenco delle questioni che più stanno a cuore alla Chiesa italiana: le politiche familiari, la scuola, i media, la disoccupazione, la situazione delle carceri. Infine, le grandi questioni internazionali: il processo di costruzione dell'Unione Europea e il ruolo delle religioni davanti alla guerra e alla pace. È questo il tragitto su cui si snoda il discorso che Giovanni Paolo II ha pronunciato il 14 novembre, nel corso della visita al Parlamento italiano (la prima nella storia dei rapporti tra Italia e Santa Sede), dopo aver ascoltato il saluto del presidente della Camera P. Casini e di quello del Senato M. Pera. Ma «l'avvenimento supera le parole degne, calcolate, alte con le quali i protagonisti (i presidenti della Camera, del Senato e il papa) lo hanno espresso e indicato. La visita di Giovanni Paolo II al Parlamento italiano... è un evento che ha valore simbolico. Essa chiude definitivamente il passato, sia nella sua dimensione ottocentesca contrassegnata della "questione romana", sia in quella novecentesca identificabile nella "questione politica", e apre a un confronto inedito tra il papato, la Chiesa cattolica e l'Italia» (cf. «Il papa e la nuova Italia», in Regno-att. 20,2002,649ss). Originali: stampe (26.11.2002) da sito Internet: www.camera.it.

Parabole mediatiche

Convegno CEI su comunicazione e cultura
«La nostra comune speranza... è che da oggi si possa pensare a «Parabole mediatiche» come all'appuntamento della svolta. Ne abbiamo bisogno». Le parole introduttive dell'intervento di D. Boffo, direttore di Avvenire, ben fotografano l'intenzione con cui la Conferenza episcopale italiana, attraverso la Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale, ha convocato a Roma, dal 7 al 9 novembre scorsi, il convegno nazionale «Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione», radicandolo – come ha sottolineato il card. Ruini – all'interno dello sviluppo del «progetto culturale». La documentazione che riportiamo riguarda la sessione del 7, con la prolusione del card. Ruini e la relazione del prof. Z. Bauman, sociologo all'Università di Leeds, e quella allargata del 9, svoltasi in Vaticano (Aula Paolo VI), con gli interventi del card. Ratzniger, dello storico G. Rumi e di D. Boffo e il discorso di Giovanni Paolo II (cf. riquadro a p. 664). Tra le molte suggestioni dei testi, segnaliamo: la questione del rapporto tra informazione-conoscenza e responsabilità morale (Bauman); l'immagine del Vangelo come un'«incisione» praticata nel «sicomoro» di ogni cultura «pagana» (Ratzinger, che la mutua da Basilio il Grande); la difesa della storiografia come antidoto alla «dittatura del presente» (Rumi). Originali: stampe (22.11.2002) da sito Internet www.chiesacattolica.it/parabole. Gli «Atti» del Convegno verranno pubblicati nei primi mesi del 2003 presso le EDB.

Parlare insieme o morire inseme

Z. Bauman

«La nostra comune speranza... è che da oggi si possa pensare a «Parabole mediatiche» come all'appuntamento della svolta. Ne abbiamo bisogno». Le parole introduttive dell'intervento di D. Boffo, direttore di Avvenire, ben fotografano l'intenzione con cui la Conferenza episcopale italiana, attraverso la Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale, ha convocato a Roma, dal 7 al 9 novembre scorsi, il convegno nazionale «Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione», radicandolo – come ha sottolineato il card. Ruini – all'interno dello sviluppo del «progetto culturale». La documentazione che riportiamo riguarda la sessione del 7, con la prolusione del card. Ruini e la relazione del prof. Z. Bauman, sociologo all'Università di Leeds, e quella allargata del 9, svoltasi in Vaticano (Aula Paolo VI), con gli interventi del card. Ratzniger, dello storico G. Rumi e di D. Boffo e il discorso di Giovanni Paolo II (cf. riquadro a p. 664). Tra le molte suggestioni dei testi, segnaliamo: la questione del rapporto tra informazione-conoscenza e responsabilità morale (Bauman); l'immagine del Vangelo come un'«incisione» praticata nel «sicomoro» di ogni cultura «pagana» (Ratzinger, che la mutua da Basilio il Grande); la difesa della storiografia come antidoto alla «dittatura del presente» (Rumi). Originali: stampe (22.11.2002) da sito Internet www.chiesacattolica.it/parabole. Gli «Atti» del Convegno verranno pubblicati nei primi mesi del 2003 presso le EDB.

Nuovi percorsi per l'Evangelizzazione

J. Ratzinger
«La nostra comune speranza... è che da oggi si possa pensare a «Parabole mediatiche» come all'appuntamento della svolta. Ne abbiamo bisogno». Le parole introduttive dell'intervento di D. Boffo, direttore di Avvenire, ben fotografano l'intenzione con cui la Conferenza episcopale italiana, attraverso la Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale, ha convocato a Roma, dal 7 al 9 novembre scorsi, il convegno nazionale «Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione», radicandolo – come ha sottolineato il card. Ruini – all'interno dello sviluppo del «progetto culturale». La documentazione che riportiamo riguarda la sessione del 7, con la prolusione del card. Ruini e la relazione del prof. Z. Bauman, sociologo all'Università di Leeds, e quella allargata del 9, svoltasi in Vaticano (Aula Paolo VI), con gli interventi del card. Ratzniger, dello storico G. Rumi e di D. Boffo e il discorso di Giovanni Paolo II (cf. riquadro a p. 664). Tra le molte suggestioni dei testi, segnaliamo: la questione del rapporto tra informazione-conoscenza e responsabilità morale (Bauman); l'immagine del Vangelo come un'«incisione» praticata nel «sicomoro» di ogni cultura «pagana» (Ratzinger, che la mutua da Basilio il Grande); la difesa della storiografia come antidoto alla «dittatura del presente» (Rumi). Originali: stampe (22.11.2002) da sito Internet www.chiesacattolica.it/parabole. Gli «Atti» del Convegno verranno pubblicati nei primi mesi del 2003 presso le EDB.

La storiografia nel tempo della comunicazione

G. Rumi
«La nostra comune speranza... è che da oggi si possa pensare a «Parabole mediatiche» come all'appuntamento della svolta. Ne abbiamo bisogno». Le parole introduttive dell'intervento di D. Boffo, direttore di Avvenire, ben fotografano l'intenzione con cui la Conferenza episcopale italiana, attraverso la Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale, ha convocato a Roma, dal 7 al 9 novembre scorsi, il convegno nazionale «Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione», radicandolo – come ha sottolineato il card. Ruini – all'interno dello sviluppo del «progetto culturale». La documentazione che riportiamo riguarda la sessione del 7, con la prolusione del card. Ruini e la relazione del prof. Z. Bauman, sociologo all'Università di Leeds, e quella allargata del 9, svoltasi in Vaticano (Aula Paolo VI), con gli interventi del card. Ratzniger, dello storico G. Rumi e di D. Boffo e il discorso di Giovanni Paolo II (cf. riquadro a p. 664). Tra le molte suggestioni dei testi, segnaliamo: la questione del rapporto tra informazione-conoscenza e responsabilità morale (Bauman); l'immagine del Vangelo come un'«incisione» praticata nel «sicomoro» di ogni cultura «pagana» (Ratzinger, che la mutua da Basilio il Grande); la difesa della storiografia come antidoto alla «dittatura del presente» (Rumi). Originali: stampe (22.11.2002) da sito Internet www.chiesacattolica.it/parabole. Gli «Atti» del Convegno verranno pubblicati nei primi mesi del 2003 presso le EDB.

«Una prospettiva di fondamentale importanza»

Giovanni Paolo II
«La nostra comune speranza... è che da oggi si possa pensare a «Parabole mediatiche» come all'appuntamento della svolta. Ne abbiamo bisogno». Le parole introduttive dell'intervento di D. Boffo, direttore di Avvenire, ben fotografano l'intenzione con cui la Conferenza episcopale italiana, attraverso la Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale, ha convocato a Roma, dal 7 al 9 novembre scorsi, il convegno nazionale «Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione», radicandolo – come ha sottolineato il card. Ruini – all'interno dello sviluppo del «progetto culturale». La documentazione che riportiamo riguarda la sessione del 7, con la prolusione del card. Ruini e la relazione del prof. Z. Bauman, sociologo all'Università di Leeds, e quella allargata del 9, svoltasi in Vaticano (Aula Paolo VI), con gli interventi del card. Ratzniger, dello storico G. Rumi e di D. Boffo e il discorso di Giovanni Paolo II (cf. riquadro a p. 664). Tra le molte suggestioni dei testi, segnaliamo: la questione del rapporto tra informazione-conoscenza e responsabilità morale (Bauman); l'immagine del Vangelo come un'«incisione» praticata nel «sicomoro» di ogni cultura «pagana» (Ratzinger, che la mutua da Basilio il Grande); la difesa della storiografia come antidoto alla «dittatura del presente» (Rumi). Originali: stampe (22.11.2002) da sito Internet www.chiesacattolica.it/parabole. Gli «Atti» del Convegno verranno pubblicati nei primi mesi del 2003 presso le EDB.

Parabole memorabili

D. Boffo
«La nostra comune speranza... è che da oggi si possa pensare a «Parabole mediatiche» come all'appuntamento della svolta. Ne abbiamo bisogno». Le parole introduttive dell'intervento di D. Boffo, direttore di Avvenire, ben fotografano l'intenzione con cui la Conferenza episcopale italiana, attraverso la Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali, l'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e il Servizio nazionale per il progetto culturale, ha convocato a Roma, dal 7 al 9 novembre scorsi, il convegno nazionale «Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione», radicandolo – come ha sottolineato il card. Ruini – all'interno dello sviluppo del «progetto culturale». La documentazione che riportiamo riguarda la sessione del 7, con la prolusione del card. Ruini e la relazione del prof. Z. Bauman, sociologo all'Università di Leeds, e quella allargata del 9, svoltasi in Vaticano (Aula Paolo VI), con gli interventi del card. Ratzniger, dello storico G. Rumi e di D. Boffo e il discorso di Giovanni Paolo II (cf. riquadro a p. 664). Tra le molte suggestioni dei testi, segnaliamo: la questione del rapporto tra informazione-conoscenza e responsabilità morale (Bauman); l'immagine del Vangelo come un'«incisione» praticata nel «sicomoro» di ogni cultura «pagana» (Ratzinger, che la mutua da Basilio il Grande); la difesa della storiografia come antidoto alla «dittatura del presente» (Rumi). Originali: stampe (22.11.2002) da sito Internet www.chiesacattolica.it/parabole. Gli «Atti» del Convegno verranno pubblicati nei primi mesi del 2003 presso le EDB.

Il cammino del progetto culturale

CEI - 50a Assemblea generale
A pochi giorni dalla celebrazione del convegno «Parabole mediatiche» (cf. in questo numero alle pp. 653-668), l'Assemblea generale della CEI svoltasi a Collevalenza dal 18 al 21 novembre ha sottolineato la rinnovata assunzione, da parte dei vescovi italiani, del «progetto culturale». A tale orizzonte si possono ricondurre la prospettiva antropologica delle due relazioni d'apertura (Keller e Sequeri), dedicate al rapporto tra le neuroscienze e la visione cristiana dell'uomo; lo spazio dedicato a ripercorrere le iniziative promosse, i percorsi effettivamente attuati, i contenuti e i punti fermi concernenti la scelta fondamentale di promuovere il rapporto tra la fede e la cultura contemporanea; la costatazione della varietà e della «vivacità» dei media cattolici presenti nel mondo della comunicazione (particolare attenzione è stata prestata al restyling di Avvenire), riconoscendo come «strategica la valorizzazione di "operatori della comunicazione e della cultura"» ipotizzata appunto durante «Parabole mediatiche».

Lettera alle nostre Chiese

Vescovi della Calabria
«La gravità della situazione della nostra regione Calabria è sotto gli occhi di tutti… Viviamo in un clima di degrado etico, che preoccupa e pone serie ipoteche sul futuro della Calabria». Il grido di allarme dei vescovi (12 diocesi, 2 milioni di fedeli) è contenuto in una lettera pastorale che porta la data del 6 ottobre 2002. La denuncia riguarda in primo luogo il fenomeno mafioso: «La mafia sta prepotentemente rialzando la testa. E di fronte a questo pericolo, si sta purtroppo abbassando l’attenzione. Il male viene ingoiato. Non si reagisce». Ma sono preoccupanti anche i fenomeni dell’usura, i ritardi immotivati dei piani di sviluppo con fondi europei, l’instabilità continua del governo regionale, il ricorso ad appartenenze politiche per assicurarsi posti e ruoli. Il testo è diviso in tre parti. Nella prima si sottolinea la centralità dell’annuncio cristiano con una comunicazione personalizzata e di tipo catecumenale, lo sviluppo delle parrocchie e il coraggio dei preti, l’impegno del laicato e della famiglia. Nella seconda si elencano i già accennati elementi critici della vita locale. Nella terza s’invitano le comunità cristiane a saper difendere la propria libertà rinunciando alle servitù del denaro, aiutando le iniziative a vantaggio dei disoccupati e degli immigrati, sostenendo le scuole di formazione politica e moderando lo sfarzo delle feste popolari. Quest’ultima indicazione richiama la precedente lettera pastorale Sull’uso cristiano del denaro (cf. Regno-doc. 11,2002, 336).

Il regolamento delle relazioni reciproche

Accordo Santa Sede-Albania
Questo Accordo fra la Santa Sede e la Repubblica di Albania sul regolamento delle relazioni reciproche è stato sottoscritto a Tirana il 23 marzo scorso, ed è entrato in vigore il ?? ?????, dopo l'approvazione da parte del Parlamento albanese. L'Albania è il nono paese post-comunista a firmare e ratificare con il Vaticano un trattato concordatario, dopo Ungheria (1997), Croazia (1997 e 1998), Polonia (1993-1998), Kazakistan (1998), Estonia (1999), Lituania (2000), Lettonia (2000) e Slovacchia (2000 e 2002). All'atto della firma, informa il comunicato ufficiale della Sala stampa vaticana, il nunzio apostolico mons. Bulaitis ha espresso la viva soddisfazione della Santa Sede e della Chiesa locale per un evento che, nel contesto della recente storia dell'Albania, può essere considerato di portata storica. Da parte sua, il primo ministro Majko ha ringraziato la Santa Sede e la Chiesa locale per la speciale e costante sollecitudine verso il paese e ha auspicato che l’Accordo rafforzi maggiormente i legami tra l’Albania e la Santa Sede.

Il presbitero, pastore e guida della comunità

Congregazione per il clero
«Lo scopo principale di questa Istruzione è di far risaltare, davanti alla comunità e al clero, il ruolo di pastore, leader sacramentale, che dalla parrocchia anima e conduce verso Cristo, via al Padre... Abbiamo voluto aiutare i parroci a vivere meglio i loro compiti pastorali e a collaborare fruttuosamente per il bene della comunità, e a far sì che questa scopra meglio l’importanza insostituibile del proprio parroco» (card. D. Castrillón Hoyos alla conferenza stampa di presentazione, 18.10.2002). Il documento della Congregazione per il clero Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale, firmato il 4 agosto e pubblicato il 18 ottobre 2002, è il frutto di un’ampia consultazione di vescovi, parroci e specialisti a livello universale, che ha portato alla stesura di una bozza discussa nella Plenaria della Congregazione del novembre 2001, e in seguito sottoposta al papa. «Attesi non pochi disorientamenti, con conseguenti abusi, al proposito della stessa identità sacerdotale, del suo fondamento sacramentale... è sembrato necessario riproporre una parte dottrinale rispondente alle diffuse esigenze di chiarezza ancora anche nella distinzione essenziale fra sacerdozio battesimale e ordinato» (mons. Csaba Ternyák).

Le violenze sessuali sui minori

Vescovi tedeschi
«La violenza sessuale su bambini e minori è un fenomeno sempre più evidente in tutta la nostra società, e anche nella Chiesa. Esso indica una profonda crisi e per la Chiesa è un imperativo per una purificazione nello Spirito del Vangelo... Se un sacerdote commette violenza su un bambino o su un giovane, offusca anche l’annuncio cristiano e la credibilità della Chiesa, gettando gravi ombre sulla comunità ecclesiale... È ferma volontà di noi vescovi, come responsabili delle nostre diocesi, fare tutto il possibile per combattere efficacemente le violenze sessuali su minori e impedire che si ripetano. Allo stesso tempo, affermiamo che la maggior parte dei chierici svolge il suo servizio in modo esemplare». L’intenzione che anima le Linee guida con note esplicative sulla procedura a proposito delle violenze sessuali su minori da parte di sacerdoti nell’ambito di competenza della Conferenza episcopale tedesca è quella di coniugare il massimo della trasparenza procedurale e l’assunzione di responsabilità da parte della Chiesa tedesca con l’esercizio di una vicinanza umana e cristiana alle vittime. Il testo è stato approvato nel corso dell’Assemblea autunnale dei vescovi tedeschi a Fulda, il 26 settembre 2002. Cf. Regno-att. 18,2002,601. Originale: stampa (14.10.2002) da sito Internet www.dbk.de. Nostra traduzione dal tedesco.

Norme essenziali riviste

Conferenza dei vescovi cattolici USA - Violenze sessuali sui minori
La definizione precisa di «violenza sessuale», il ruolo dei «consigli di riesame» diocesani in rapporto all'autorità del vescovo, le garanzie di un «giusto processo» canonico per gli accusati: su questi aspetti si è concentrata la revisione delle norme dei vescovi statunitensi in caso di denunce di violenze sessuali su minori da parte di sacerdoti o diaconi. Il lavoro di revisione si è reso necessario in seguito alla decisione della Santa Sede di non concedere la recognitio alle Norme approvate dai vescovi USA in giugno (cf. Regno-doc. 13,2002,437ss; Regno-att. 14,2002,484), ed è stato condotto da una Commissione mista insediata il 29 ottobre (card. Castrillón Hoyos, vescovi Herranz, Bertone e Monterisi, card. George e vescovi Levada, Doran e Lori). Il 13 novembre i vescovi statunitensi, dopo aver discusso il testo ma senza la possibilità di inserire correzioni o emendamenti, hanno approvato a larghissima maggioranza le Norme essenziali per l'elaborazione di linee-guida diocesane/eparchiali riguardo alle denunce di violenze sessuali sui minori da parte di sacerdoti o diaconi, rinviandole a Roma per quella recognitio che lo renderà «diritto complementare», vincolante in tutti gli Stati Uniti. Cf. ampiamente Regno-att. 20,2002,662. Pubblichiamo, in sinossi, le Norme nella versione di giugno (a sinistra) e le Norme riviste (a destra).

La difficile giustificazione della guerra

Chiese Usa - Iraq
Vi sono «criteri diversi rispetto all’applicazione delle norme della guerra giusta in casi particolari, specialmente quando gli avvenimenti evolvono rapidamente e i fatti non sono del tutto chiari»: in questa affermazione è racchiusa tutta la complessità del lavoro di mediazione tra posizioni contrapposte, affrontato sul tema della possibile guerra dall’assemblea autunnale della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (11-14.11.2002). Il 13 novembre essa ha approvato una Dichiarazione sull’Iraq, il cui nucleo argomentativo è: «In base alle nostre attuali conoscenze continuiamo a ritenere che sia difficile giustificare il ricorso alla guerra contro l’Iraq, mancando una prova chiara e adeguata di un imminente attacco di grave natura». Questa motivazione è condivisa anche da altri episcopati, come Inghilterra e Francia (cf. riquadri alle p. 708-709) ed esplicitamente richiamata dall’Assemblea generale del Consiglio nazionale delle Chiese di Cristo negli USA, riunita a Tampa (Florida, 14-16.11.2002; cf. anche Regno-att. 18,2002,653). Essa il 16 ha approvato una dichiarazione intitolata Dopo l’11 settembre 2001: considerazioni di politica pubblica per gli Stati Uniti d’America, in cui, oltre a dire il suo «no» alla guerra, rimprovera all’amministrazione statunitense una linea politica, in nome della «guerra al terrorismo», lesiva dei diritti umani per il ricorso a strumenti di controllo che metterebbero a rischio le libertà civili, «nobile patrimonio» del paese.

Dichiarazione dei vescovi cattolici

Vi sono «criteri diversi rispetto all’applicazione delle norme della guerra giusta in casi particolari, specialmente quando gli avvenimenti evolvono rapidamente e i fatti non sono del tutto chiari»: in questa affermazione è racchiusa tutta la complessità del lavoro di mediazione tra posizioni contrapposte, affrontato sul tema della possibile guerra dall’assemblea autunnale della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (11-14.11.2002). Il 13 novembre essa ha approvato una Dichiarazione sull’Iraq, il cui nucleo argomentativo è: «In base alle nostre attuali conoscenze continuiamo a ritenere che sia difficile giustificare il ricorso alla guerra contro l’Iraq, mancando una prova chiara e adeguata di un imminente attacco di grave natura». Questa motivazione è condivisa anche da altri episcopati, come Inghilterra e Francia (cf. riquadri alle p. 708-709) ed esplicitamente richiamata dall’Assemblea generale del Consiglio nazionale delle Chiese di Cristo negli USA, riunita a Tampa (Florida, 14-16.11.2002; cf. anche Regno-att. 18,2002,653). Essa il 16 ha approvato una dichiarazione intitolata Dopo l’11 settembre 2001: considerazioni di politica pubblica per gli Stati Uniti d’America, in cui, oltre a dire il suo «no» alla guerra, rimprovera all’amministrazione statunitense una linea politica, in nome della «guerra al terrorismo», lesiva dei diritti umani per il ricorso a strumenti di controllo che metterebbero a rischio le libertà civili, «nobile patrimonio» del paese.

Una soluzione politica

Vescovi d'Inghilterra e Galles
Vi sono «criteri diversi rispetto all’applicazione delle norme della guerra giusta in casi particolari, specialmente quando gli avvenimenti evolvono rapidamente e i fatti non sono del tutto chiari»: in questa affermazione è racchiusa tutta la complessità del lavoro di mediazione tra posizioni contrapposte, affrontato sul tema della possibile guerra dall’assemblea autunnale della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (11-14.11.2002). Il 13 novembre essa ha approvato una Dichiarazione sull’Iraq, il cui nucleo argomentativo è: «In base alle nostre attuali conoscenze continuiamo a ritenere che sia difficile giustificare il ricorso alla guerra contro l’Iraq, mancando una prova chiara e adeguata di un imminente attacco di grave natura». Questa motivazione è condivisa anche da altri episcopati, come Inghilterra e Francia (cf. riquadri alle p. 708-709) ed esplicitamente richiamata dall’Assemblea generale del Consiglio nazionale delle Chiese di Cristo negli USA, riunita a Tampa (Florida, 14-16.11.2002; cf. anche Regno-att. 18,2002,653). Essa il 16 ha approvato una dichiarazione intitolata Dopo l’11 settembre 2001: considerazioni di politica pubblica per gli Stati Uniti d’America, in cui, oltre a dire il suo «no» alla guerra, rimprovera all’amministrazione statunitense una linea politica, in nome della «guerra al terrorismo», lesiva dei diritti umani per il ricorso a strumenti di controllo che metterebbero a rischio le libertà civili, «nobile patrimonio» del paese.

La guerra è ineluttabile?

Vescovi di Francia
Vi sono «criteri diversi rispetto all’applicazione delle norme della guerra giusta in casi particolari, specialmente quando gli avvenimenti evolvono rapidamente e i fatti non sono del tutto chiari»: in questa affermazione è racchiusa tutta la complessità del lavoro di mediazione tra posizioni contrapposte, affrontato sul tema della possibile guerra dall’assemblea autunnale della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (11-14.11.2002). Il 13 novembre essa ha approvato una Dichiarazione sull’Iraq, il cui nucleo argomentativo è: «In base alle nostre attuali conoscenze continuiamo a ritenere che sia difficile giustificare il ricorso alla guerra contro l’Iraq, mancando una prova chiara e adeguata di un imminente attacco di grave natura». Questa motivazione è condivisa anche da altri episcopati, come Inghilterra e Francia (cf. riquadri alle p. 708-709) ed esplicitamente richiamata dall’Assemblea generale del Consiglio nazionale delle Chiese di Cristo negli USA, riunita a Tampa (Florida, 14-16.11.2002; cf. anche Regno-att. 18,2002,653). Essa il 16 ha approvato una dichiarazione intitolata Dopo l’11 settembre 2001: considerazioni di politica pubblica per gli Stati Uniti d’America, in cui, oltre a dire il suo «no» alla guerra, rimprovera all’amministrazione statunitense una linea politica, in nome della «guerra al terrorismo», lesiva dei diritti umani per il ricorso a strumenti di controllo che metterebbero a rischio le libertà civili, «nobile patrimonio» del paese.

Riflessioni del Consiglio nazionale delle Chiese di Cristo

NCCCUSA
Vi sono «criteri diversi rispetto all’applicazione delle norme della guerra giusta in casi particolari, specialmente quando gli avvenimenti evolvono rapidamente e i fatti non sono del tutto chiari»: in questa affermazione è racchiusa tutta la complessità del lavoro di mediazione tra posizioni contrapposte, affrontato sul tema della possibile guerra dall’assemblea autunnale della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (11-14.11.2002). Il 13 novembre essa ha approvato una Dichiarazione sull’Iraq, il cui nucleo argomentativo è: «In base alle nostre attuali conoscenze continuiamo a ritenere che sia difficile giustificare il ricorso alla guerra contro l’Iraq, mancando una prova chiara e adeguata di un imminente attacco di grave natura». Questa motivazione è condivisa anche da altri episcopati, come Inghilterra e Francia (cf. riquadri alle p. 708-709) ed esplicitamente richiamata dall’Assemblea generale del Consiglio nazionale delle Chiese di Cristo negli USA, riunita a Tampa (Florida, 14-16.11.2002; cf. anche Regno-att. 18,2002,653). Essa il 16 ha approvato una dichiarazione intitolata Dopo l’11 settembre 2001: considerazioni di politica pubblica per gli Stati Uniti d’America, in cui, oltre a dire il suo «no» alla guerra, rimprovera all’amministrazione statunitense una linea politica, in nome della «guerra al terrorismo», lesiva dei diritti umani per il ricorso a strumenti di controllo che metterebbero a rischio le libertà civili, «nobile patrimonio» del paese.

Risoluzione 1441

Consiglio di sicurezza dell'ONU - Iraq
Il 2 agosto 1990 le truppe irachene invadevano il Kuwait, aprendo così una crisi che, nonostante due massicci interventi militari – nel gennaio 1991 a partire da una coalizione guidata dagli Stati Uniti e formata da 26 paesi e nel dicembre 1998 con i raid aerei anglo-statunitensi – e reiterate risoluzioni dell’ONU, tuttora rimane irrisolta. L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 e le sue possibili connessioni con il regime iracheno, unitamente alle tensioni createsi durante le missioni degli ispettori dell’ONU, hanno conferito un peso sempre maggiore al disegno politico statunitense «intransigente» di rovesciare il regime di Saddam Hussein. In questo quadro, le risoluzioni dell’ONU (cf. riquadro a p. 714) hanno costituito un quadro giuridico di riferimento, di cui anche l’intervento militare ha dovuto tener conto. Inizialmente preoccupata di ripristinare i confini tra Iraq e Kuwait, l’ONU si è spostata sul tema delle sanzioni economiche a fronte del rifiuto di Saddam Hussein delle ispezioni degli arsenali militari, fino a quello del completo smantellamento delle armi di «distruzione di massa», nucleari, chimiche e batteriologiche. La risoluzione 1441 (adottata dal Consiglio di sicurezza nella sua 4.644a seduta, l’8.11.2002), che «avverte» l’Iraq che «affronterà gravi conseguenze per effetto delle sue continue violazioni dei suoi obblighi», costituisce una prima sintesi del percorso di questa crisi e un ultimatum in caso d’inadempienza delle sue richieste. Alla votazione hanno preso parte: Bulgaria, Camerun, Colombia, Guinea, Irlanda, Maurizio, Messico, Norvegia, Russia, Singapore, Siria, oltre ai cinque membri permanenti (Cina, Francia, Inghilterra, Russia, Stati Uniti).

Le risoluzioni dell'ONU sull'Iraq

M.E. G.
Il 2 agosto 1990 le truppe irachene invadevano il Kuwait, aprendo così una crisi che, nonostante due massicci interventi militari – nel gennaio 1991 a partire da una coalizione guidata dagli Stati Uniti e formata da 26 paesi e nel dicembre 1998 con i raid aerei anglo-statunitensi – e reiterate risoluzioni dell’ONU, tuttora rimane irrisolta. L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 e le sue possibili connessioni con il regime iracheno, unitamente alle tensioni createsi durante le missioni degli ispettori dell’ONU, hanno conferito un peso sempre maggiore al disegno politico statunitense «intransigente» di rovesciare il regime di Saddam Hussein. In questo quadro, le risoluzioni dell’ONU (cf. riquadro a p. 714) hanno costituito un quadro giuridico di riferimento, di cui anche l’intervento militare ha dovuto tener conto. Inizialmente preoccupata di ripristinare i confini tra Iraq e Kuwait, l’ONU si è spostata sul tema delle sanzioni economiche a fronte del rifiuto di Saddam Hussein delle ispezioni degli arsenali militari, fino a quello del completo smantellamento delle armi di «distruzione di massa», nucleari, chimiche e batteriologiche. La risoluzione 1441 (adottata dal Consiglio di sicurezza nella sua 4.644a seduta, l’8.11.2002), che «avverte» l’Iraq che «affronterà gravi conseguenze per effetto delle sue continue violazioni dei suoi obblighi», costituisce una prima sintesi del percorso di questa crisi e un ultimatum in caso d’inadempienza delle sue richieste. Alla votazione hanno preso parte: Bulgaria, Camerun, Colombia, Guinea, Irlanda, Maurizio, Messico, Norvegia, Russia, Singapore, Siria, oltre ai cinque membri permanenti (Cina, Francia, Inghilterra, Russia, Stati Uniti).