Nuova liturgia del morire cristiano
Casi esemplari a Ostuni e a Reggio Calabria
Tra i segni di vita posti dai credenti in questi giorni difficili, uno dei più validi è la nuova liturgia del morire cristiano: dalla tempestiva celebrazione dell’unzione all’accompagnamento comunitario lungo gli ultimi giorni, alla messa di addio. Più volte ne ho trattato in questa rubrica, anche narrando casi significativi: vedi «Unzione degli infermi: propongo un’offerta più ampia» (Regno-att. 12,2024,400).
Eccomi a raccontare due nuovi casi di amici a me coetanei: don Angelo Ciccarese, di Ostuni, che ci ha lasciati il 6 novembre, e Giovanna Cassalia Labate, che ha ricevuto l’unzione il 3 gennaio.
Do la precedenza a chi è andato lontano. Avevo interpellato don Angelo su questo sacramento maltrattato e così mi aveva risposto per l’articolo che ho appena citato: «Rispetto alla celebrazione privata dell’unzione, quella comunitaria è vissuta come un momento di festa e le persone s’accostano con meno paura. Sto pensando a come e quando poterla celebrare per me. Il mio desiderio è viverla là dove ancora esercito il ministero perché la gente s’accorga che anch’io ho bisogno della grazia e della compagnia di Dio».
Festa accorata e dolci al termine del rito
L’ottimo mio amico – conosciuto ai vent’anni nella FUCI – è riuscito a dare una sostanziale tonalità di festa ad ambedue le celebrazioni dell’unzione: quella con la comunità del suo ministero quand’era ancora in buona condizione e l’altra – con una decina di amici – negli ultimi giorni. La prima la volle nel giorno della festa della Madonna della Stella, nella chiesa di Ostuni che ha questo nome, dove si riuniscono la confraternita e il giro amicale che animava. Era l’inizio di luglio e dopo la celebrazione abbracciò tutti in chiesa e volle tutti al bar perché – disse – «è giusto fare festa per il momento buono che abbiamo vissuto e per ringraziare nella condivisione».
Festa accorata e dolci ci sono stati anche al termine della seconda unzione, avuta in casa, con lo stesso concelebrante, don Maurizio Caliandro, che nel breve pensiero dell’omelia accennò alla «certezza nella fede che non andrà perduta nessuna opera svolta in vita con amore, nessuna preoccupazione per gli altri, nessuna dolorosa pazienza».
La pazienza di don Angelo nel dolore è stata esemplare lungo i quattro anni delle cure tumorali. «Vi auguro di avere sempre un cuore leggero capace di incontro e non di scontro», ebbe a dire in un’ultima lectio dettata quando non aveva più voce: «Un cuore come quello di Dio che sa solo volere bene. Buona domenica a tutti voi fratelli e sorelle, invocate la libertà del cuore e il Signore vi raggiunga con la sua benedizione».
Anche Giovanna è un’amica dei vent’anni e mi è caro narrare la sua decisione di ricevere in comunità l’unzione degli infermi avendo superato gli 80 e trovandosi con problemacci di salute. Attiva nella FUCI e nel MEIC, è stata attrattiva insegnante di liceo e docente di Antropologia filosofica presso l’Istituto superiore di studi religiosi di Reggio Calabria. Ha ricevuto il sacramento dell’unzione da don Nino Pangallo, assistente del MEIC nella chiesa di San Francesco di Paola, a Reggio Calabria, con una presenza numerosa – e inaspettata – degli amici con i quali ha attraversato decenni d’esperienza culturale ed ecclesiale.
Anche Giovanna, carattere deciso, ha voluto per la celebrazione una modalità festosa, lieta, come si conviene a ogni sacramento e quale va recuperata per questo dell’unzione, il più derelitto e quasi sempre vissuto in condizioni di debolezza estrema, nella solitudine dei ricoveri ospedalieri. Pensato – invece – stavolta e voluto «consapevolmente e da vivente», dice lei. La sua tenuta emotiva è risultata ben ferma anche durante il saluto improvvisato alla fine del rito.
È tanta l’esperienza di bene che sto facendo
«Io non sono la mia malattia», ha detto con voce sicura, ringraziando i tanti presenti, a partire dai due figli e dal nipotino Gabriele «mia prima e potente terapia». Un ringraziamento particolare ha rivolto «a tutto il personale delle tante strutture sanitarie della Regione Toscana che ora mi tocca frequentare: tutti accoglienti, umani, premurosi, oltre che professionalmente attrezzati». Grazie anche al vicinato «sempre affettuosamente attento a me e ai miei bisogni». E un pensiero di gratitudine «ai tanti amici, anche lontani, magari da decenni non visti né sentiti, ex alunni, colleghi».
Queste le parole conclusive: «L’esperienza di bene che sto facendo in questa stagione della vita mi riempie di gratitudine e mi aiuta a riconoscere la presenza in me, accanto a me, per me, del buon Dio: amico che non mi ha mai fatto soffrire la solitudine».
A conclusione, tutti in sacrestia – forse cento persone – a consumare in un clima di festa i dolci e le bevande che Giovanna aveva scelto e procurato.
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