Parole fredde di Leone
Su Trump il facinoroso
Francesco e Leone ai media e nei media: l’ Ordine dei giornalisti delle Marche – mia terra – mi chiama a tenere un corso di formazione a Loreto su questo tranquillo argomento che si fa turbolento a motivo della data: il 13 aprile, cioè all’indomani del provvidenziale attacco di Trump a Leone per aver detto «inaccettabile» la minaccia del presidente «a un intero popolo». Dico provvidenziale perché ha chiarito che prudenza non vuol dire silenzio.
Avevo impostato la mia conferenza sui due fuochi della continuità istituzionale – Leone non ha cambiato nulla fino a oggi nell’apparato comunicativo della Santa Sede – e della discontinuità soggettiva, ma ovviamente lo scontro tra i due americani più famosi del pianeta ha modificato il mio schema. Provo a dare conto sia dei miei appunti sia delle modifiche apportate d’urgenza.
Dall’estroverso Bergoglio al cauteloso Prevost
Quanto Francesco era estroverso, creativo e anche contraddittorio nel modo di presentarsi ai media, altrettanto Leone appare disciplinato, rispettoso dei protocolli e dei precedenti, calcolato fino alle virgole. Ha scelto di mettere per iscritto persino il saluto dalla Loggia dopo l’elezione: saluto che Wojtyła, Ratzinger e Bergoglio avevano improvvisato.
Francesco era un papa facile alla narrazione e perciò un beniamino dei media. Leone è meno immediatamente notiziabile e richiede un’attenzione fine alle parole, ai contenuti, ai precedenti. L’uno ci appare come un maestro dell’improvvisazione, amatissima dai giornalisti; l’altro come un cesellatore della parola, che esige dal cronista una paziente auscultazione.
Ne viene un effetto ottico che può condizionare il giudizio dell’operatore dei media: lo stile di comunicazione dei due papi è talmente diverso che rischia d’ingigantire la percezione della diversità dei contenuti comunicati. Una diversità di contenuti, sia di predicazione sia di governo, tra i papi Bergoglio e Prevost c’è indubbiamente, ma la diversità percepita è più alta di quella reale. Tra le due pare esservi un effetto di raddoppio.
Farò gli esempi dei poveri, della pace, dei migranti: nei contenuti la posizione dei due papi è sostanzialmente la stessa, ma nella percezione mediatica Leone tace laddove Francesco gridava. Nessuno si è accorto – si direbbe – dell’esortazione apostolica Dilexi te sull’amore verso i poveri pubblicata lo scorso ottobre, che era stata preparata per Francesco e che Leone ha fatto sua. E nessuno pare aver colto che sui migranti il suo schieramento anti Trump è identico a quello di Francesco.
Perché la percezione degli appelli di Leone è tanto minore rispetto a quelli di Francesco, anche quando hanno gli stessi contenuti? Perché con Leone sono venuti meno quegli elementi di rafforzamento della parola che sempre c’erano con Francesco: che non solo deplorava l’attacco russo all’Ucraina ma bussava all’ambasciata russa, diceva che la NATO aveva abbaiato alla porta della Russia, affermava che il patriarca di Mosca non poteva ridursi a chierichetto di Putin.
Leone abbassa il tasso di protagonismo della figura papale forse per indole, ma anche probabilmente per calcolo, ovvero con l’intenzione di recuperarle la funzione unitiva poco curata da Francesco.
Sulla sua contrarietà a esporsi con battute improvvisate c’è una risposta esemplare che ha dato il 3 marzo, a Castel Gandolfo, a una giornalista americana che gli chiedeva un commento della condanna a vent’anni di carcere sentenziata dal Tribunale di Hong Kong contro il magnate cattolico dei media Jimmy Lai, colpevole di «collusione con forze straniere»: «Non posso commentare».
Francesco non ha mai dato una simile risposta prudentosa. Magari con la sua libertà di parola ha provocato qualche danno alla diplomazia vaticana, ma ha sempre fatto felici i giornalisti.
Il primo ruggito del Leone timido
Possiamo ipotizzare che Prevost sarà meno percepito dai media rispetto a Bergoglio. Ma attenzione: essere meno percepito non vuol dire essere meno presente. Inoltre, la minore percezione abituale prepara il terreno alle sorprese. Di sicuro ne avremo.
Stavo abbozzando la mia conferenza in vista dell’appuntamento di Loreto ed ero arrivato a questo punto quando è giunta – il 7 aprile – la prima delle sorprese da me immaginate: la dichiarazione a braccio da Castel Gandolfo sulle «inaccettabili» minacce di Trump all’Iran e sull’opportunità di far giungere la propria voce di pace al Congresso degli USA.
Il presidente Trump e il suo vice Vance hanno reagito accusando il papa di non capire le relazioni internazionali e d’intromettersi in affari che non sono di sua competenza (cf. Regno-att. 8, 2026,193). È stata, quella dichiarazione, qualcosa come il primo ruggito del Leone timido, come mi piace chiamarlo. Non credo che passeranno molte stagioni prima che arrivi il secondo.
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