Francesco e Ksenija
Da Assisi a Pietroburgo
Nella già agiografica Vita prima di Tommaso da Celano (1228-1229) si racconta di un legame molto forte tra il neoconvertito Francesco e la sua volontà di restaurare chiese diroccate. Si narra che Dio visitò il venticinquenne, fino ad allora dedito alla vita mondana, attraverso una malattia e un sogno. Guarito, Francesco si propose di seguire un cavaliere che con le sue truppe intendeva andare in Puglia a combattere per conto di Innocenzo III. La notte precedente la partenza, un sogno gli mostrò una casa piena non già di panni, come nella sua vita reale di mercante, bensì di armi; una voce gli diceva che le armi erano per lui e per i suoi soldati. Ben presto capì che il sogno andava inteso in senso traslato e tuttavia non gli era ancora chiaro che cosa dovesse fare.
Dopo aver descritto i tormenti interiori del figlio di Pietro Bernardone, Celano afferma che il Signore rivelò finalmente a Francesco come doveva comportarsi. Portando della mercanzia, si recò a cavallo a Foligno. Vendette panni e quadrupede e cominciò a pensare a cosa destinare la somma ricavata. Sulla via del ritorno si imbatté nella chiesa diroccata di San Damiano, custodita da un povero sacerdote. Gli offrì il denaro e gli domandò di rimanere con lui. Il prete ipotizzò che si trattasse di una burla e ricusò l’offerta. Dopo molte insistenze, permise a Francesco di restare; per paura dei parenti, continuò però a rifiutare il denaro. Francesco allora se ne liberò gettandolo via.
I timori del sacerdote non erano infondati. Il padre irato andò alla ricerca del figlio che si nascose in un rifugio sotterraneo; ma poi Francesco giudicò vile quel rintanarsi e si diresse verso Assisi. La gente, vedendolo in quel lacero stato, lo insultava, lo prendeva per mentecatto, gli lanciava pietre e fango; tutti erano indotti a pensare che «i suoi atti fossero frutto di fame patita e di follia». Di fronte al rifiuto del figlio di ritornare allo stile di vita precedente, il padre lo rinchiuse in un ambiente oscuro da cui, approfittando dell’assenza del marito, sarà liberato dalla madre. Al ritorno di Pietro Bernardone ebbe luogo la celebre scena in cui Francesco, rinunciando a tutto, si spogliò nudo di fronte al vescovo di Assisi.
Celano afferma che «la prima opera cui Francesco pose mano, appena libero dal giogo del padre terreno, fu di riedificare i templi del Signore». In breve, riparò la chiesa di San Damiano. Poi intraprese un secondo restauro riservato alla chiesa della Porziuncola. Francesco «vi stabilì la sua dimora e terminò di ripararla nel terzo anno della sua conversione». È lì che, udendo le parole del Vangelo (cf. Mt 10,7-10), smise l’abito che portava, simile a quello degli eremiti con una cintura di cuoio, bastone e sandali, per indossare una rozza tunica a forma di croce stretta ai fianchi da una semplice corda. Il suo spoglio modo di vestire testimoniava un mutamento interiore.
Il Testamento (1226) è uno scritto autografo redatto in prima persona. Nelle sue prime righe si legge che, poco dopo essere stato con i lebbrosi, «exivi de saeculo». L’espressione, mimata su quella che indica l’ingresso in un monastero, qui non è dotata di alcun senso istituzionale: attesta solo un modo «altro» di vivere contrapposto alla maniera consueta; per questo motivo la gente normale lo riteneva folle.
Tuttavia, chi è «uscito dal mondo» senza essere entrato in qualche ordine monastico (sostantivo che varrà, in seguito, anche per i francescani) appare incarnare nella sua vita il detto di Paolo: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti» (1Cor 1,27). Si tratta di una realtà propria di quei credenti in Gesù Cristo che pongono per davvero la croce al centro della loro fede e della loro vita. Con tutto ciò, Francesco riedificò comunque chiese anche nel senso letterale del termine. È lecito cogliere in quei diroccamenti un segno della dimenticanza di Dio e nella ricostruzione la tangibile testimonianza che è sempre dato tornare a Dio?
Gli stolti in Cristo
Francesco è preso per pazzo, in lui però manca in modo esplicito la spiritualità degli stolti in Cristo della tradizione che, nella grande terra russa, avrebbe dato luogo alla figura dello jurodivyj. La finta pazzia pubblica, l’essere coperti di stracci e la mendicità degli stolti in Cristo fu, in genere, ben accolta dalla gente e persino dagli zar (compreso Ivan il Terribile). Si tratta di un comportamento che si trasforma in implicita ammissione che il mondo così com’è non va, per questo occorre capovolgerlo.
Nelle loro vite gli stolti in Cristo incarnarono quanto scritto da Paolo: «Noi siamo gli stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi siamo deboli, ma voi forti; voi siete onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino a oggi» (1Cor 4,10-13).
Uno dei primi jurodivyj fu Procopio di Velikij Ustjug (m. 1303), mercante tedesco che si convertì all’ortodossia. Il suo antico mestiere, che lo accomuna a Francesco, lo indusse alla scelta di ricevere l’elemosina solo dai non abbienti; sapeva infatti che il denaro dei ricchi era spesso dovuto a disonestà. Fu una scelta che gli costò involontari e prolungati digiuni.
Al suo riguardo si racconta una leggenda che richiama, in parte, l’apologo francescano della perfetta letizia. Si narra che in una gelida giornata invernale Procopio si trovava all’aperto, nessuno voleva ospitarlo. Quando si distese in mezzo ai cani per sfruttare il loro calore, anche questi animali se ne andarono. Il rischio del congelamento era reale, ma venne un angelo che toccandolo gli infuse calore e forza.
Fino al XVIII secolo, lo jurodstvo fu una esperienza prevalentemente urbana. Con l’occidentalizzazione della Russia imposta da Pietro il Grande le cose mutarono. Nel 1722 lo zar emanò un decreto in cui, dipingendo gli stolti come ipocriti, ingiungeva alla polizia d’arrestare chiunque fosse stato sorpreso a simulare in tal modo pubblicamente la propria fede. Lo jurodstvo, da fatto urbano, divenne uno stile di vita presente soprattutto nelle campagne, dove il controllo delle autorità era meno forte.
Una scelta anche femminile
A quel tempo avvenne anche un altro mutamento: questa prassi di vita, fino ad allora esclusivamente maschile, fu abbracciata anche dalle donne. Una di loro, Ksenija (1730 ca. – inizio del XIX secolo), operò addirittura a Pietroburgo, la città fondata dallo zar che amava guardare a Ovest.
A 26 anni Ksenija divenne vedova di un cantore di corte, che godeva del grado di colonnello, morto all’improvviso senza sacramenti. Ksenija decise d’espiare al posto del marito; il giorno dei funerali si presentò con la sua divisa dicendo a tutti che da quel momento in poi la dovevano chiamare Andrej, il nome del defunto. Molti la ritennero uscita di senno per il troppo dolore.
Dopo aver venduto la sua casa, distribuì i suoi beni ai poveri. Fu denunciata dai parenti che la ritennero in preda alla pazzia, il tribunale però la giudicò sana di mente. Ormai senza fissa dimora, proseguì nel suo stile di vita ramingo contraddistinto dal suo strano abbigliamento maschile. Di giorno passava per le strade di Pietroburgo esponendosi agli scherni e donando ai poveri il denaro che riceveva. Passava la notte in preghiera. Visse così per 45 anni. Quando la divisa fu a brandelli, ne mantenne i colori indossando, estate e inverno, una gonna rossa e una camicia verde. Le madri le facevano cullare i loro piccoli in segno di benedizione. Mercanti e vetturini si rivolgevano a lei per far prosperare il loro lavoro.
Era in corso la costruzione di una chiesa nel recinto del cimitero cittadino di Smolensk (dove anni dopo Ksenija sarebbe stata sepolta). Le mura erano alte e occorreva portare sull’impalcatura le pietre per proseguire nella costruzione. La «stolta in Cristo» decise di contribuire, di nascosto, alla costruzione; di notte portava lei stessa le pietre sull’impalcatura. Gli stupiti muratori vollero vederci chiaro e attraverso un appostamento notturno scoprirono da dove proveniva l’inatteso aiuto.
Per noi italiani è impossibile non pensare al «piccolo scrivano fiorentino». A Pietroburgo, il clima però aveva poco da spartire con De Amicis. Forse Ksenija intraprese il faticoso lavoro in spirito di penitenza, forse nella sua preveggenza sapeva che le sue spoglie sarebbero state accolte in quel cimitero. Forse, come Francesco, pensava che edificare (o riedificare) una chiesa alludesse a realtà spirituali più alte.
Non lo sappiamo, resta certo che la Chiesa ortodossa russa la canonizzò nel 1988. Il Tropario della sua festa recita: «Per aver scelto la povertà di Cristo, tu gusti ora il suo eterno banchetto; avendo combattuto la follia del mondo con la tua finta pazzia attraverso l’umiltà della croce hai ricevuto la forza di Dio…».1
1 M. Donadeo, Preghiera a s. Andrej Rubliov e ad altri santi russi, Marietti, Genova 1995, 53.