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Attualità
Attualità, 12/2026, 15/06/2026, pag. 382

Da Socrate agli algoritmi

Quando si è obbligati a decidere

Piero Stefani

Tra i cosiddetti dialoghi socratici ve ne è uno intitolato Ippia minore. La parte finale della breve opera di Platone trae una conclusione sconcertante da una discussione incentrata sulle figure omeriche di Ulisse e Achille: il primo, al contrario del secondo, mente volontariamente. Qual è il migliore fra i due personaggi? L’imprevedibile risposta è: Ulisse. Il sofista Ippia rimane interdetto.

Socrate rilancia l’argomentazione mostrando che nelle attività legate a un sapere competente risulta migliore chi sbaglia di propria volontà: è senza dubbio più abile l’arciere che fallisce il bersaglio volontariamente rispetto a colui che lo fa per pura imperizia. Lo stesso avviene nel caso del musico, della corsa e di tante altre attività fisiche. Ciò non vale forse anche per l’anima? Chi opera il male volontariamente va dunque considerato migliore di chi lo fa involontariamente. Se la giustizia, oltre che sulla capacità, si fonda sul sapere, la conclusione appare obbligata: chi erra consapevolmente è migliore di chi lo fa inconsapevolmente.

L’ironia è una finzione consapevole e una specie d’inganno volontario; quindi, per certi versi, essa rientra nella logica ora descritta. È fuori discussione che Socrate sia ironico; nel caso dell’Ippia minore sussiste, dunque, una certa omogeneità tra medium e messaggio. Il discorso, tuttavia, è più articolato; attraverso l’ironia fa, infatti, capolino un dramma reale.

Di fronte all’enormità etica della conclusione, Ippia dichiara che è impossibile essere d’accordo con una simile posizione. Socrate afferma che la considerazione vale anche per lui; ciò non toglie che, seguendo il filo del ragionamento, la conclusione inevitabile è che sia migliore chi sbaglia volontariamente. Peraltro la situazione non fa che confermare la caratteristica socratica di oscillare di continuo da un estremo all’altro. Socrate aggiunge che non c’è da stupirsi che un incompetente, come lui, sia incerto; tuttavia, se lo sono anche i sapienti, la prospettiva si aggrava: «Questa è, ormai, una terribile situazione, se neppure ricorrendo a voi riusciremo a liberarci dal nostro oscillare» (Ippia minore, 376 [c]). L’effetto paralizzante di torpedine marina attribuito a Socrate da altri vale anche per lui.1

Non è una grande scoperta filologica prendere atto che i dialoghi socratici si concludono in modo aporetico, vale a dire all’insegna del dubbio. Quanto meno in uno di essi, il Critone, si registra però un’eccezione. Essa erompe di fronte a un problema d’ordine intrinsecamente pratico, vale a dire ha luogo quando ci si trova in una situazione in cui il non decidere risulta in se stesso un decidere.

Socrate è ormai condannato; chiuso in carcere, attende il giorno dell’esecuzione. L’amico Critone organizza un piano per farlo evadere, tocca a Socrate decidere se accoglierlo o meno. L’esito finale è che il condannato opta per rimanere in prigione. La scelta è sorretta da tutta una serie di ragionamenti, più o meno convincenti.

Il punto però non è questo; una volta posta la questione, era precluso di concludere in maniera sospesa: anche lo stare con un piede dentro e uno fuori dalla cella sarebbe stato pur sempre una decisione. In questi primi dialoghi platonici (il Fedone era ancora da venire) non era espressa alcuna sicurezza sul dopo morte. Allora valeva ancora la battuta che chiude l’Apologia: «Ma ecco che è l’ora di andare: io a morire, e voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti fuori che a Dio». Anche se c’era incertezza sulla sorte futura, Socrate era comunque obbligato a decidere.

Il rischio di ogni decisione

Tutti sperimentano nella vita esiti imprevisti di scelte prese con consapevolezza e ponderazione. La ragione non è difficile da comprendere: l’avvenire dipende da una serie di interrelazioni soggette a una grande quantità di fattori prevedibili e controllabili solo in minima parte a opera di colui che ha compiuto la scelta. Ogni decisione implica, quindi, il ricorso a un affidarsi e a un fidarsi. In altri termini, comporta la presenza di un rischio, grande o piccolo che sia.

La visione etica che si oppone a sistemi che fondano la morale sull’utilità rimarca, giustamente, l’incertezza rispetto a quanto accadrà. Il futuro è calcolabile e controllabile solo in parte; perciò, la decisione da assumersi nel presente deve affidarsi anche e soprattutto ad altri criteri. In quest’ottica, il bene prevale sull’utile per ragioni fondative.

«Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. Oggi, perciò, io ti comando…» (Dt 30,15s). In questa breve successione di parole, torna per ben due volte, il termine «oggi». Il tempo della decisione va coniugato sempre al presente. Nel Deuteronomio risuona, dall’esterno, il verbo eteronomo per eccellenza: «ti comando». Il libro biblico ne specifica immediatamente l’oggetto: amare il Signore. Tuttavia resta innegabile che, nel corso del tempo, non pochi, in nome di quell’amore, hanno giustificato il compimento di azioni immorali e violente.

Individuare il bene e assumerlo come criterio per la scelta non comporta di per sé certezze granitiche. In molte circostanze, discernere che cosa sia il bene non è meno complicato che calcolare il futuro. Individuare il bene non è affatto un’operazione esente da incertezze; non lo è neppure quando ci si affida a imperativi categorici. In questo caso cade l’eteronomia, ma non scompare la difficoltà di applicare l’imperativo a circostanze concrete.

Non di rado scelte assunte all’insegna del bene comportano inopinate conseguenze dannose. Ciononostante, non è dato sottrarsi alla decisione perciò, anche se non si riesce a eliminare l’incertezza, occorre pur sempre ricorrere, specie quando è in gioco la responsabilità personale, a un criterio che si fondi più sulla ricerca del bene che sull’utile. Evangelicamente lo si esprimerebbe in questi termini: «Cercate (…) il regno di Dio e la giustizia di lui [ossia del Padre; nda], e tutte queste cose [che cadono nella sfera dell’utile; nda] vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,33s), compresa quella di dover decidere anche quando si è incerti, situazione che può rivelarsi pena grande.

E quando a decidere è la macchina?

Nella vita collettiva e, di riflesso, con crescente frequenza, anche in quella personale, per facilitare la scelta ci si affida sempre più ad algoritmi elaborati e gestiti dall’intelligenza artificiale. L’atto d’affidare a una «macchina» la decisione dipende comunque pur sempre da una previa decisone umana (libera?). Buona parte dell’enciclica Magnifica humanitas è dedicata all’IA (cf. in questo numero a p. 321. 384). Il n. 98 indica l’esistenza di processi non ancora del tutto controllati: «Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali – come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi – rimangono al momento sconosciuti» (Regno-doc. 11,2026,343).

Leone XIV non indulge a catastrofismi, né allude ad alcun «apprendista stregone». La sua cautela è però ambivalente: da un lato evita d’evocare l’esistenza di sviluppi sfuggiti a ogni controllo ma, dall’altro, diversamente dal Manifesto del partito comunista, ben si guarda dal prevedere come sarà la società futura. Marx ed Engels si erano infatti riferiti alla ballata di Goethe2 per tratteggiare il modo di agire della borghesia: le straordinarie trasformazioni da essa messe in moto sono destinate, contro le intenzioni di chi le ha avviate, a sfociare nella futura società comunista.

Siamo ormai entrati in un’epoca in cui la simbiosi tra umano e macchina conduce sulle sponde, per ora ancora parzialmente teoriche, del transumanesimo e del postumanesimo (cf. Magnifica humanitas, n. 116; Regno-doc. 11, 2026,346s). In questo contesto, chi si astiene dall’alimentare visioni distopiche evita di tracciare visioni precise del futuro, limitandosi a porre definitivamente nel cassetto termini legati al progresso e al progressismo.

Oggi per decidere occorre appoggiarsi, accanto a criteri che guardano al domani, anche ad altri. Un orientamento, valido per l’individuo ma ormai non estraneo neppure alla società, è quello di basarsi sulla ricerca del bene.

Resta, in tutti i casi, certo che ogni giorno siamo chiamati a decidere, anche quando ci troviamo nelle condizioni di prevedere solo in piccola parte le conseguenze derivate dalle nostre scelte. L’esperienza ci insegna che, «a ora incerta», alcune decisioni, pur assunte all’insegna del bene, si ritorcono contro chi le ha compiute provocando conseguenze negative pure su altre persone.

Si può affermare che anche questa circostanza costituisce una delle ragioni che rende il pentimento e il perdono due tra gli atti umani più alti, capaci di dischiudere l’avvenire solo perché non dimenticano il passato.

 

1 Cf. Platone, Menone, 79e-80d.

2 J.W. Goethe, «L’apprendista stregone» (1797), in Id., Ballate, Garzanti, Milano 2022.

Tipo Parole delle religioni
Tema Filosofia
Area
Nazioni

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