Sacralizzare la guerra
Dal Medioevo ai nostri giorni
E' un dato storico il fatto che, di frequente, le guerre sfocino in un esito non previsto da coloro che le hanno scatenate. La constatazione conferma che il detto secondo cui la storia è maestra di vita è da intendersi soprattutto come un invito poco ascoltato.
Un aspetto significativo al riguardo è costituito dalla durata. Se si fosse saputo che le azioni intraprese si sarebbero prolungate per un tempo molto superiore al previsto, forse non si sarebbe dato corso alle ostilità.
Sorge una domanda: il presidente della Federazione russa Vladimir Putin avrebbe, nel febbraio del 2022, intrapreso l’«operazione miliare speciale» se avesse preventivato che nel luglio di 4 anni dopo gli esiti della guerra sarebbero stati ancora avvolti nell’incertezza? E Cirillo, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, avrebbe santificato l’«operazione» se fosse stato a conoscenza della quantità elevatissima di vittime (mai ufficialmente comunicata) presenti fra le file dei soldati russi?
Come ha attestato l’«inutile strage» della Prima guerra mondiale, quando il numero dei caduti supera una certa soglia, la loro sacralizzazione e il loro martirio sono obbligati ad assumere un carattere secolare. Allora si viene costretti a trovare un significato al fatto che una massa enorme di uomini sia stata massacrata inutilmente.1
Sul piano memoriale uno dei modi per farlo è di sacralizzare, in chiave mondano-patriottica, i caduti. A Roma, l’Altare della patria contiene, dal 4 novembre 1921, le spoglie del «milite ignoto». Il suo valore simbolico di rappresentare tutta la moltitudine degli altri caduti è indissolubilmente legato alla mancanza di un nome proprio. Il rilievo misura, di per sé, la distanza dai processi propri della santificazione religiosa; anche quando non si conoscono i nomi dei santi, non è stata quella privazione a diventare condizione necessaria per la loro canonizzazione. I bimbi trucidati al posto di Gesù sono chiamati «innocenti», non «ignoti». Nei memoriali di guerra gli spazi dichiaratamente religiosi non rappresentano mai l’aspetto fondamentale.
Nel Sacrario militare di Redipuglia (inaugurato nel 1938), la cappella (ora chiesa) costituisce un aspetto collaterale. Il cuore dell’immensa area (oltre 100 ettari) è costituito, infatti, dalla tomba di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, soprannominato il duca invitto. Le spoglie di oltre 100.000 uomini (e di una sola donna) morti in tre anni e mezzo di guerra eccedono i confini del sacro inteso in senso proprio.
Nel settembre del 2022 il patriarca Cirillo indirizzava ai soldati russi queste parole: «Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che se muori per il tuo paese, sarai con Dio nel suo regno, gloria e vita eterna».2
In quel frangente la sacralizzazione della morte era ancora formulata in base a parametri religiosi. In epoca più recente dai media occidentali non sono state registrate dichiarazioni dello stesso tenore (o almeno le notizie non sono state date con pari enfasi). Pure la retorica sacralizzante sembra avere dei limiti. Tuttavia nell’ambito ortodosso, tanto legato alla tradizione, già nel 2022 si sarebbero potuti (o meglio dovuti) trovare motivi per respingere ogni forma di sacralizzazione religiosa di coloro che in guerra sono stati uccisi perché prima erano disposti a uccidere.
L’ortodossia nell’Impero bizantino
Occorre andare indietro di oltre un millennio, ma nel mondo ortodosso ciò non costituisce un problema. Il personaggio che ci interessa è l’imperatore Niceforo II Foca (912-969). Uomo di guerra di famiglia aristocratica cappadoce, Niceforo fu uno dei più prestigiosi generali dell’Impero bizantino. Nel 963 riuscì a ottenere il titolo di basileus e a sposare Teofano, vedova del precedente imperatore Romano II.
Le sue costanti campagne militari furono contraddistinte da molte vittorie ma anche da un certo numero di sconfitte. È dato certo che esse costarono all’erario somme assai ingenti. Il fatto indusse l’imperatore ad attuare una politica fiscale opprimente che gli alienò il consenso della popolazione.
Abbandonato anche dalla moglie, morì assassinato nella sua camera da letto.
Nella sua lotta, per lo più vittoriosa, contro i musulmani, Niceforo arrivò a chiedere al patriarca Polieucte di proclamare martiri i soldati caduti in guerra. La risposta fu però negativa: «Come si potrebbero considerare martiri, o uguali ai martiri, coloro che hanno ucciso o che sono stati uccisi in guerra, se i santi canoni li obbligano alla penitenza e li tengono per tre anni lontani dalla santa e venerabile comunione?».3
Il patriarca non condannava la guerra, ne respingeva la sacralizzazione rifiutando di vederla, in se stessa, occasione per dischiudere ai caduti le porte del cielo.
In Occidente, già verso lo scadere dell’Alto medioevo le cose stavano diversamente. Al pontificato di Sergio IV (1009-1012) è attribuita una lettera dall’autenticità assai dubbia. Se risalisse effettivamente ai primi del XI secolo sarebbe da collegare alla devastazione del santo Sepolcro compiuta dal califfo fatimide al-Hakim (18 ottobre 1009); se, come è assai più probabile, è un falso risalirebbe alla curia romana all’epoca della propaganda della Prima crociata, indetta nel concilio di Clermont del 1095.
Nel testo, animato da uno scoperto spirito antigiudaico, la sacralizzazione della guerra si spinge fino al punto da renderla causa di perdono per i peccati anche di antichi pagani: «Venite, figli miei! Difendete Dio e avrete il regno eterno. Io spero, io credo, io considero assolutamente certo che per la potenza [virtus] di nostro Signore Gesù Cristo noi otterremo la vittoria, come fu ai tempi di Tito e di Vespasiano, che vendicarono la morte del figlio di Dio. Allora essi non ricevettero il battesimo, ma dopo la vittoria giunsero all’onore dell’Impero romano e ricevettero il perdono [indulgentiam] dei loro peccati. E se noi agiremo allo stesso modo, otterremo senza alcun dubbio la vita eterna».4
L’idea di guerra nel cristianesimo antico
Il perdono dei peccati per chi muore in guerra non fu il solo premio promesso. Almeno all’epoca delle crociate, per coloro che combattevano fu promessa una ricompensa che congiungeva l’aldilà all’aldiquà.
Mentre le truppe stazionavano davanti ad Antiochia, nell’inverno 1097-1098 fu spedita una lettera attribuita a uno dei capi crociati: «La Chiesa nostra madre spirituale grida: “Venite, miei benamati figli, venite a me, levate via la corona dai figli dell’idolatria (idolatriae filii) che si sono sollevati contro di me. Questa corona è destinata a voi fin dall’inizio del mondo (cf. Mt 25,34)” […] Venite quindi: affrettatevi a ricevere la doppia ricompensa, cioè “la terra dei viventi” (cf. Sal 26,13; Is 38,11; Ger 11,19; Ez 26,20, ecc.) e “la terra in cui scorre latte e miele” (Es 3,8.17; Nm 13,27) e che abbonda di ogni bene».5
In base al fatto che il paradiso è assicurato a chi è stato ucciso dopo aver ucciso, ci si è chiesti se sulla sacralizzazione cristiano-occidentale della guerra abbia influito l’idea del jihad islamico. Non lo si può escludere; tuttavia le cause sembrano soprattutto altre. Accanto a indubbie somiglianze, vanno infatti registrate alcune fondamentali differenze; tra queste ultime vi è la constatazione che il jihad è direttamente collegato alla predicazione coranica (cf., in particolare, Sura 9,1-29), mentre in ambito cristiano vi fu bisogno di un lungo processo storico di risacralizzazione della guerra. Soprattutto le società semitiche non conoscono la tripartizione oratores, bellatores, laboratores fondamentale nel mondo cristiano: «triplice è dunque la casa di Dio. Unica essa è solo davanti alla fede, ché pregano gli uni, combattono altri, altri infine faticano».6
Non a caso, fin dall’epoca carolingia il riferimento alla scena in cui Mosè prega e Giosuè combatte contro Amalèk (cf. Es 17,8-16) divenne un vero e proprio topos. Nella lettera indirizzata da Carlo Magno a papa Leone III in occasione dell’elezione di quest’ultimo si legge: «A noi spetta, secondo l’aiuto della divina misericordia, difendere con le armi ovunque, all’esterno, la santa Chiesa di Cristo dall’incursione dei pagani e dalla devastazione degli infedeli, e all’interno fortificarla con il riconoscimento della fede cattolica. A voi invece, padre santissimo, spetta alzare – come Mosè – le mani a Dio per aiutare la nostra milizia, cosicché, con la vostra intercessione e grazie alla guida e alla concessione di Dio, il popolo cristiano riporti sempre e ovunque vittoria sui nemici del suo santo nome, e il nome del Signore nostro Gesù Cristo sia glorificato nel mondo intero».7
1 Cf. E. Canetti, Potere e sopravvivenza, Adelphi, Milano 1974, 24.
2 Testo riportato in un tweet dal media indipendente bielorusso Nexta il 23.9.2022. Cf. anche Regno-att. 18,2022,557.
3 Cit. in J. Flori, La guerra santa. La formazione dell’idea di crociata nell’Occidente cristiano, Il Mulino, Bologna 2003, 141.
4 Cit. in ivi, 328.
5 Cit. in K. Allen Smith, The Bible and Crusade Narrative in the Twelfth Century, The Boydell Press, Woodbridge 2020, 112s.
6 Adalberone Di Laon, «Carmen ad Robertum Regem [attorno al 1030]», in M.L. Picascia, La società trinitaria: un’immagine medievale, Zanichelli, Bologna 1980. Per il testo integrale, cf. https://osiris.df.unipi.it/~rossi/Ascelin_carmen_bilingue.pdf
7 Carlo Magno, Lettere, trad. it. di D. Tessore, Città Nuova, Roma 2001, lettera IX.