Ruini in Conclave
Mentre l'Italia è al voto
Racconto in morte di Ruini (16 giugno; cf. in questo numero a p. 386) qualche battuta raccolta in decenni di frequentazione professionale e amicale: aiuta a intendere come l’uomo fosse migliore del personaggio. In privato si faceva chiamare don Camillo.
Avendogli io chiesto all’indomani dell’elezione di papa Benedetto, che è del 19 aprile 2005, se fosse stata poi reale tutta quella clausura – anche digitale – del Conclave che era stata narrata a noi giornalisti: «Verissima – rispose – nei giorni 17 e 18 aprile c’era stato il secondo turno delle amministrative e io non sono riuscito a sapere nulla su quel voto fino alla cena seguita all’elezione».
Fu Romano Prodi a farmelo conoscere
Apprezzava il mio lavoro e più ancora Il Corriere della sera per il quale scrivevo: «Il giornale che abbiamo sempre avuto in casa e con il quale sono cresciuto». Quell’apprezzamento me l’espresse anche il 21 agosto 1997 a Parigi, dove si teneva la Giornata mondiale della gioventù: c’erano 120 vescovi italiani e un centinaio di giornalisti e tutti fummo invitati all’Ambasciata d’Italia. Mi ritrovai al tavolo dell’ambasciatore Sergio Vento, tra i cardinali Martini alla mia sinistra e Ruini alla mia destra. Ruini, appena seduti, mi disse: «Complimenti per il suo articolo». Gli chiesi se intendesse «quello di ieri» e rispose: «Quello di oggi, ricevo la rassegna stampa della CEI in albergo alle sette del mattino».
Con Martini scambiai varie considerazioni sui giovani e infine mi chiese: «Lei ha forse scritto qualcosa di questa giornata?» – era una settimana che ne scrivevo – «qui a Parigi non leggo i giornali, ho appena il tempo di preparare le catechesi che mi hanno assegnato», si giustificò.
I miei contatti con Ruini partono dai suoi primi giorni romani, nel settembre del 1986, ed ebbero come mediatore Romano Prodi, presidente dell’IRI, che un giorno mi chiese: «Ti andrebbe di conoscere Ruini? È da poco a Roma e ha qualche difficoltà a orientarsi nel mondo dei media».
Una volta avemmo uno stesso premio come autori: il «Capri – San Michele 1996» e ne vennero trasferimenti con lo stesso pullman per le stradette dell’isola e una cena ravvicinata. Nel marzo 2001 fummo insieme ad Acireale, relatori a un convegno delle Chiese di Sicilia. Nel giugno del 2008 mi chiamò a tenere una «testimonianza sulla speranza» al Convegno della diocesi di Roma. In occasione di mie pubblicazioni ho avuto da lui lettere che m’invitavano a una «migliore considerazione» dell’efficacia storica della fede.
Due sono state – a suo dire – le chiamate inaspettate ricevute nella lunga vita e segnalate con schiettezza nel testamento: all’episcopato e alla CEI. «Quando una certa stanchezza minacciava di opprimere il mio sacerdozio, tu Signore hai avuto pietà di me e, con sorpresa e sgomento, mi hai chiamato all’episcopato».
La chiamata a Roma con la nomina a segretario della CEI è del giugno 1986 ma preannunciata e già operativa «nell’autunno del 1984 quando si preparava il Convegno di Loreto». Nel testamento non dice altro ma il febbraio scorso, intervistato da Aldo Cazzullo al compimento dei 95 anni, aveva chiarito quel preannuncio: «Ricevetti una telefonata da monsignor Re che mi comunicava che ero atteso assieme a lui a cena dal papa».
Re e Dino Boffo tra i suoi scopritori
Come avevano fatto Re e il papa a scovarlo nel fitto canneto dei vescovi italiani? Lo scopritore era stato Dino Boffo, allora presidente dell’Azione cattolica di Treviso e leader di minoranza nell’ACI nazionale del presidente Monticone. In vista del Convegno di Loreto del 1985, la CEI del cardinale Ballestrero aveva eletto un Comitato preparatorio: presidente il card. Martini e vicepresidenti Ruini per il Nord, Lorenzo Chiarinelli per il Centro, Benigno Papa per il Sud. Boffo disse a Re che l’unico di quella dirigenza che poteva essere considerato sulla linea del papa, tendente al superamento della «scelta religiosa», era Ruini.
Questo ruolo di Boffo – che poi Ruini chiamò nel 1994 alla direzione di Avvenire – lo conobbi allora per indiscrezioni e ne ho trovato il riscontro nel testamento del cardinale, nel quale Re e Boffo sono elencati tra le persone «con le quali ho avuto la gioia di collaborare». Sempre nel testamento confessa di essersi trovato «in una situazione di disagio» davanti ad «alcuni orientamenti» bergogliani. Schiettezza dunque in privato e nel testamento, ma anche nella vita pubblica: Ruini aveva detto più volte negli anni che la rinuncia di Ratzinger «fu una decisione sbagliata».
Sentiva il peso della vita pubblica. Nella primavera del 2001 ebbi con lui un approccio volante alla Gregoriana durante un convegno sulla Cina. Conversava tra le colonne con Cesare Romiti e Giulio Andreotti, quando feci per avvicinarmi ed egli si staccò dai due: «Debbo parlare con questo giornalista».
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