Se prega l’ateo
Un paradosso sempre istruttivo

Tra i pellegrini al Santuario di Loreto che lasciano in Santa casa preghiere scritte su foglietti (cf. Regno-att. 20,2024,656) ci sono dei non credenti e sono forse un segno dei tempi. Sono pochi e ci tengono a segnalare la propria singolare condizione.
Io non credo: il fatto è che non so che cosa credere. Quindi rispetto tutte le religioni, tutti i credi. Un giorno saprò, sapremo. Questa mi è sembrata una vera preghiera: una preghiera nell’attesa che si diradi il mistero che ci circonda.
Caro Gesù, o Dio, o Maria, dipende da chi mi ascolta: vorrei che tu venissi qui e ti mostrassi; Aiutatemi a reincontrarvi perché ora vi ho persi; Spero di trovare la strada della vita e anche del mio credo.
Ho perso la fede ma continuo
a chiedere il vostro aiuto
L’antichità pagana conosceva la preghiera al «Dio ignoto», come attesta Paolo di Tarso negli Atti degli apostoli (cf. At 17,23), e invocazioni al Dio inconoscibile le troviamo per esempio in Omero e in Euripide: «Ascoltami, sire, chiunque tu sia» (Odissea, canto V, 445); «Chiunque tu sia, difficile da conoscere, io ti invoco» (Troiane, 885). Capita dunque che tra i pellegrini di Loreto ve ne siano alcuni che, a somiglianza degli oranti antichi, avvertono lontana e difficile da raggiungere la misteriosa entità che nel santuario è venerata, e comunque l’invochino – pur non conoscendola – perché ascolti e si palesi.
In uno dei foglietti che ho potuto leggere c’era questo appellativo, identico nel contenuto a quelli posti in versi da Omero e da Euripide: Ciao, chiunque tu sia; Maria, ecco un ateo che ha un pensiero per te; Cara Madonna, non sono credente ma spero sempre di incontrare Dio; Io non sono una che prega o che crede, ma penso che ognuno di noi può cambiare e trovare la giusta via prima o poi; Dio e Madonna, io ho perso la fede ma continuo a chiedere il vostro aiuto.
Commento queste quattro invocazioni che vanno oltre la fede con un’affermazione del cardinale Carlo Maria Martini: «La preghiera esiste in noi in uno strato più profondo della stessa fede e anche chi dice di non aver fede può pregare per averla» (Corriere della sera, 26.7.2009).
«La preghiera di chi non crede» fu il tema scelto dal cardinale Martini per la Cattedra dei non credenti dell’anno 1993. Quelli della Cattedra erano incontri di dialogo tra credenti e agnostici e così il biblista milanese Gianfranco Ravasi commentò la scelta di quel tema «a prima vista impossibile»: «In verità, anche chi dubita o respinge ogni trascendenza è talora percorso dal brivido di un’invocazione, di una supplica, dell’attesa di un’epifania divina» (G. Ravasi, Preghiere. L’ateo e il credente davanti a Dio, Mondadori 2000, 19).
In uno dei foglietti lauretani ho trovato questa speranza contro ogni speranza: Dio, io spero che tu esista, perché se non esisti a chi potremo chiedere aiuto, noi che ci troviamo su questo pianeta? Una preghiera simile era uscita un giorno dalla penna dello scrittore russo dichiaratamente ateo Aleksandr Zinov’ev (autore del romanzo Cime abissali): «Ti supplico mio Dio, cerca di esistere, almeno un poco, per me».
Cara Madonna, non credo in Dio ma mio nonno sì, quindi ti scrivo pensando a lui. È vecchio e molto solo e triste, perché il suo amore e la sua compagna di vita è mancata. Per favore fai che la sua vita si possa concludere con gioia e non con il rimpianto del passato. Grazie. Trovo commovente questa preghiera del non credente fatta a nome del credente, e forse possiamo immaginare un antefatto su questo tono: «Nonno ora andiamo in vacanza nelle Marche». «Bello, allora fate un salto a Loreto e accendete una candela alla Madonna».
Vorrei diventare come la persona che mi hai messo davanti, Signore, e che mi ha insegnato la vita. Una persona illuminata da te, anche se non ti conosce. Qui abbiamo il rovescio della situazione precedente: là avevamo il non credente che pregava a nome del credente, qui abbiamo il credente che loda e di fatto raccomanda al Signore una persona che non crede. Davvero infinite sono le vie della preghiera e tante tra esse passano per Loreto.
Nel momento in cui pregava
anche credeva
C’è un paradosso nell’ateo che prega: quello di un’invocazione d’aiuto svolta da chi contemporaneamente afferma che non la ritiene possibile. Abbiamo insomma un non credente che per un momento crede. Provo a dire meglio questo paradosso rievocando quanto succede a Levin nel capitolo 8 della parte VIII di Anna Karenina, dove Tolstoj fa ragionare a lungo questo personaggio autobiografico sulla sua incapacità di credere e lo guida a ricordare l’avvenimento straordinario che gli era capitato durante il parto della moglie, quando «lui, miscredente, si era messo a pregare e nel momento in cui aveva pregato aveva anche creduto».
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