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Attualità
Attualità, 16/2022, 15/09/2022, pag. 543

La corsa del digitale

Tra meraviglie e spaventi

Luigi Accattoli

Racconto ai figli che mezzo secolo addietro – e anche dopo – spedivo per posta gli articoli alle riviste e quelli non ci credono. E siccome lo facevo anche con Il Regno, a partire giusto da cinquant’anni fa, ho deciso di raccontare qui la faccenda con le referenze del caso. Dalla posta cartacea al fax, all’e-mail: dove ci volevano tre giorni, oggi non ci vuole niente.

In pochi decenni la trasmissione dei testi ha vissuto un’accelerazione da sogno. E intanto, intorno, tutto accelerava e solo la terra continuava a impiegare un giorno a girare su sé stessa. Ma di tutti i cambiamenti che ho visto in vita, quello che conosco meglio è questo, forse minimo, della trasmissione dei testi e dunque conviene che io guardi a esso per intendere qualcosa dell’universo accelerante.

L’articolo spedito per espresso impiegava tre giorni per arrivare da Roma a Bologna. Sono un sessantottino e già nel 1968 spedivo articoli qua e là che non arrivavano mai e diventavo matto a leggere che nel primo decennio del Novecento Felice Bauer, fidanzata di Kafka, riceveva a Berlino entro sera le lettere che Franz le spediva al mattino da Vienna.

Torno a Il Regno. Nei casi d’emergenza – cioè quando la rivista in chiusura non poteva aspettare tre giorni – veniva un dehoniano della comunità romana di Cristo Re, piccolo e bianco di capelli, Serafino Suardi, a prendere i fogli dalla macchina da scrivere e correva al treno per portarli a Bologna. Serafino amava viaggiare e i confratelli l’impiegavano come messo redazionale. Lo ricordo seduto accanto a me, nella redazione open space di Repubblica, che aspetta che io finisca di battere il pezzo.

Dal fuorisacco
al
clic della e-mail

Facevano così, in casi straordinari, anche i redattori della Rocca di Assisi, alla quale pure ho collaborato negli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. C’era in piazza dei Cinquecento, davanti alla Stazione Termini, un bar che si chiamava Maracanà: lasciavo l’articolo alla cassiera che l’inseriva in un bustone che chiamava «sacco» e che alla sera consegnava a un collega della Pro Civitate che lo portava ad Assisi, appena in tempo per inviarlo in tipografia.

Il deposito di testi presso la cassa di un bar mi rammenta che questo era un arrangiamento praticato persino dalla Sala Stampa vaticana nei giorni di chiusura: a Natale, Pasqua e Ferragosto – tre giorni di attività papali di tabella – i quotidiani non lavoravano, mentre lavoravano nei giorni seguenti nei quali invece la Sala Stampa era chiusa. Che fare? Un commesso della Sala Stampa depositava con un bustone i bollettini dei giorni festivi presso la cassa del vicinissimo bar San Pietro, che è su via della Conciliazione, dove noi vaticanisti andavamo a ritirarli. 

Questa faccenda del sacco postale o del bustone mi ricorda il «fuorisacco», che è parola registrata dai vocabolari: «Corrispondenza (specialmente giornali, plichi urgenti, comunicazioni di corrispondenti di giornali ecc.) che viene tenuta fuori dal sacco postale per essere recapitata più rapidamente, per lo più consegnata a mano, all’arrivo, alla persona incaricata del ritiro». Così il dizionario Treccani on-line.

Del fuorisacco si faceva grand’uso tra la redazione romana del Corsera e la redazione centrale di Milano: un fattorino portava in stazione a notte il nostro sacco che consegnava al vagone postale e un altro fattorino di via Solferino (la storica sede del Corrierone) lo ritirava al mattino alla Centrale di Milano. Per fuorisacco si mandavano foto e dossier, tessere di accrediti per gli inviati speciali, la corrispondenza con la direzione, persino i contratti interni all’azienda. Il mio contratto d’assunzione, firmato nell’agosto 1981 da Bruno Tassan Din, direttore amministrativo, fu spedito così. Ora per i contratti c’è la PEC. 

L’epopea della telescrivente
e quella dei dimafoni

Racconto queste avventure da posta degli incas per aiutare i lettori giovani a farsi un’idea di come fino a ieri si correva di qua e di là con grande impegno per imprese che oggi si fanno cliccando.

Il progresso soccorse i corridori. Nei primi anni Ottanta gli articoli li mandavo per telescrivente dalle Poste centrali di piazza San Silvestro, poi per fax da quello stesso ufficio: «È arrivato ma non si legge niente». Infine con il fax da casa, che comprai nel 1989. E ormai, da quasi tre decenni, per e-mail.

Accanto alla mia stanza, nella sede romana del Corriere della sera, allora in piazza del Parlamento, c’era la sala delle telescriventi: per telescrivente arrivavano le agenzie e per telescrivente mandavamo gli articoli a Milano. Ma se uno era inviato per il mondo, il suo articolo lo dettava ai dimafonisti: dattilografi che registravano gli articoli dettati per telefono da inviati e corrispondenti per poi trascriverli. I dimafoni sono stati in uso tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso.

Ricordo che a La Repubblica – dove feci il vaticanista dal 1976 al 1981 – la prestigiosa collaborazione di don Gianni Baget Bozzo iniziò con l’invio di un articolo per posta e continuò poi con testi dettati ai dimafoni. Oltre che vaticanista, io ero anche responsabile della rubrica delle lettere, lessi dunque quell’articolo e lo portai a Scalfari, spillato insieme alla busta affrancata, dicendogli: «Dovresti pubblicarlo» e lui mi chiese: «Chi è Baget Bozzo?». Fidandosi della mia expertise lo pubblicò e la sua collaborazione durò vent’anni. Ma don Gianni si mangiava le parole quando dettava ai dimafonisti e questi disperati venivano da me per ricostruire la sua prosa.

Il cellulare internazionale
l’avemmo nel 1997

Il computer, la posta elettronica e i cellulari hanno mandato in soffitta tutto quell’armamentario. Ma non dall’oggi al domani. Ne vennero, nelle redazioni, ripetuti corsi d’aggiornamento digitale.

Il primo telefonino internazionale, come inviato speciale del Corriere della sera, mi fu fornito per la visita di Giovanni Paolo II in Libano, nel maggio del 1997: si faceva domanda scritta all’amministrazione e lo ritiravi in segreteria, arrivato per fuorisacco da Milano, firmando l’avvenuta consegna. In quella trasferta ero l’unico ad averlo tra i vaticanisti italiani e tutti i colleghi mi chiedevano di poter fare una chiamata alla redazione, mentre eravamo chiusi nell’aeroporto di Beirut. Io ero orgoglioso di prestarlo ma anche timoroso perché giravano leggende sul costo di quelle chiamate.

Sull’uso del telefono in trasferta, chi ha fatto l’inviato per decenni prima dell’arrivo dei cellulari potrebbe narrare aneddoti d’ogni sorta. Le peripezie delle chiamate internazionali «rovesciate», pagate cioè dal ricevente. L’incetta di gettoni per coprire la dettatura del pezzo. La ricerca di un telefono presso privati, da compensare con mancia. Zone dell’Africa o dell’America Latina che non avevano copertura di sorta e dalle quali dunque non si poteva trasmettere. In tempi più recenti, l’uso complicatissimo del telefono satellitare per trasmettere dalle zone senza copertura GSM. Addirittura il suo uso pirata dagli aerei dei voli papali. 

Ma forse la palma
va alla lavatrice

Ora chiami con il cellulare da ogni luogo a ogni luogo. Il digitale, che tutto unisce e alleggerisce, ha fatto nuovo il mondo. Sono grato delle novità che facilitano il mio lavoro e un poco invidio i figli che ne vedranno di più. Ma cerco di contenere il mio entusiasmo per il digitale applicato alla comunicazione, esercitandomi ad apprezzare invenzioni del nostro tempo che hanno un più diretto impatto con la vita quotidiana dell’uomo e della donna: dalle conquiste della medicina alle invenzioni che hanno liberato tanta gente dalla fatica fisica. 

Ne ho viste arrivare di queste conquiste. Quella della luce elettrica, per dire: forse la più abbagliante – per me – delle invenzioni, che agli inizi degli anni Cinquanta fece della notte giorno anche nella cucina e nella stalla della fattoria dove razzolavo tra le oche e gli agnelli. Il passaggio dalle candele e dal lume a petrolio, o dalla lanterna ad acetilene, alla lampadina a incandescenza fu grande cosa per chi lo visse. Avendolo vissuto io, ancora oggi trovo che la luce è sempre troppa nelle stanze che abito, mentre ai figli non basta mai.

Con la luce elettrica voglio nominare la lavatrice, che da essa dipende. Non ricordo più in quale dibattito sulle invenzioni del nostro tempo ascoltai qualcuno che dava la palma alla lavatrice, che liberò l’umanità femminile dalla fatica del bucato al fiume o alla fontana. Nella mia campagna si andava al fiume, che era il Musone. 

Vorrei dire ancora qualcosa della meccanizzazione dell’agricoltura e dei mezzi di trasporto. Sono tra quelli che da piccoli hanno aiutato nell’aratura epica con quattro paia di buoi e da grandicelli hanno guidato lucenti trattori che rivoltavano la terra con la facilità di chi taglia la polenta nel piatto. Sono tra quelli che un giorno sono saliti in grande eccitazione sul calesse tirato dalla cavalla e poi, con altrettanta eccitazione, hanno imparato a maneggiare auto aziendali con il cambio automatico.

L’Inter mirifica
e quello che ne seguì

Inter mirifica diceva un documento conciliare pubblicato quand’io compivo vent’anni (dicembre 1963): «Tra le meravigliose invenzioni dell’ingegno umano» la Chiesa «accoglie e segue» con particolare cura quelle che offrono «nuove possibilità di comunicare». Avevo l’età dei tuffi e mi sono tuffato in quelle possibilità. Nulla immaginavo delle meraviglie che sarebbero arrivate decennio dopo decennio. Vedo gli ampliamenti dell’uma-
no che comportano e vedo anche i rischi di cui sono portatrici, primo fra tutti quello dello scatenamento di ogni violenza. Provo a dare una mano a chi s’adopera ad addomesticarle. 

 

www.luigiaccattoli.it

 

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Attualità ecclesiale
Area EUROPA
Nazioni

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