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Attualità
Attualità, 8/2021, 15/04/2021, pag. 271

I volontari del COVID

Una mia inchiesta tra gli incuranti del rischio

Luigi Accattoli

Ho sostenuto qui che per intendere la pandemia occorra prima ascoltare i morti (cf. Regno-att. 4,2021, 135) e poi interrogare i guariti che hanno visto in faccia la morte (Regno-att. 6,2021,203). Ora propongo – per terzo – l’ascolto di chi si è messo a disposizione rischiando d’infettarsi e di morire.

Il criterio che propongo è sempre lo stesso: per intendere vicende di vita e di morte – questa è nell’ultima sostanza la pandemia: paradossalmente, una vicenda pasquale – occorre portarsi all’altezza della propria morte. Mettersi cioè totalmente in gioco, quantomeno ascoltando chi in gioco si è venuto a trovare, o ha scelto di mettersi.

Parlo dunque di un mettersi a disposizione molto serio, sapendo il rischio. E mi pare che i primi a saperlo, e a scegliere di correrlo, siano i medici e gli infermieri che avevano lasciato queste professioni e sono tornati a svolgerle per «dare una mano».

Prete e infermiere
non sono in contrasto

Nella ricerca di storie di pandemia – che vado raccogliendo nel blog – ne ho incontrate una decina con questo segno. Ora busso a esse e provo a scuoterle, per vedere che frutto lasceranno cadere. Excutere si dice dei testimoni, nel linguaggio giudiziario.

Elisa Da Re è un giovane medico che all’arrivo della pandemia si offre volontaria come Covid-doctor: «Una parola allora mi è risuonata: vocazione. Quante volte ho sognato di lavorare in Africa e ora che l’Africa arrivava qui non potevo esitare».

Guarda all’Africa anche Marta Ribul, infermiera volontaria a Bergamo che compie i 27 anni in corsia: «In questo momento avrei dovuto essere da poco a Nairobi, per un nuovo anno di Servizio civile in una baraccopoli».

Il blocco dei voli che dirotta il volontariato di Marta dirotta anche don Giuseppe Morstabilini, prete ambrosiano in partenza per lo Zambia, che torna a fare l’infermiere in terra lombarda: «In realtà prete e infermiere non sono in contrasto. Se dovessi tornare indietro nel tempo, alla ricerca delle radici della mia vocazione, direi che il Signore mi ha chiamato più dai letti dell’ospedale che dal campo da calcio dell’oratorio. Perché nel rapporto coi malati capivo che queste persone si ponevano delle domande che andavano oltre».

Un altro prete tornato infermiere è Alessio Strapazzon, parroco ai piedi della diga del Vajont: «In questo momento, per me, amare il prossimo significa rientrare in corsia».

Michela Fanti, 22 anni, di Santa Maria sul Sile, Treviso, anche lei infermiera volontaria in un reparto COVID: «Il dono di umanità che ho ricevuto dai ricoverati mi ha aperto il cuore, mi sono sentita onorata. Con tutti i dispositivi addosso per i malati è praticamente impossibile distinguere un operatore da un altro. Eppure loro guardandoci solo negli occhi imparano a riconoscerci. Questa reciproca familiarità è minima eppure fondamentale per sentirsi meno soli».

Cuore del racconto di Michela è dove si dice onorata del dono di umanità ricevuto dai pazienti che ha assistito: anziani assistiti e giovani assistenti hanno realizzato in questa difficile stagione una familiarità che aiuta a sperare per un miglioramento nell’intesa tra le generazioni, che forse non era mai apparsa tanto difficile come nel nostro tempo.

Quella familiarità si è manifestata anche fuori dagli ospedali. Giacomo Pigni, 24 anni, di Legnano, ha reclutato volontari tra i ragazzi disponibili a dare una mano per l’assistenza degli anziani soli: «I volontari andavano nelle abitazioni a prendere i soldi e la lista della spesa. All’inizio alcuni erano diffidenti. Ma superato l’imbarazzo e la paura, li trattavano come nipoti e si aspettavano di sentirli ogni giorno».

Le persone bisognose
venivano prima di tutto

Le mense per senzatetto sono state anch’esse luoghi di generosità giovanile non prive di rischi. «All’inizio la paura, poi la preoccupazione per i miei familiari, infine una decisione: partire. Le persone bisognose venivano prima di tutto»: così Gabriele Barli, un ragazzo già impegnato come volontario nella «Missione» di Sarzana, racconta la sua esperienza in una mensa della Caritas a La Spezia. Nel periodo della chiusura chiudevano anche le mense e i senzatetto restavano senza aiuto e senza elemosine, non essendoci persone per le vie.

Che impara un ragazzo che svolge un tale volontariato? Gabriele il generoso ci dice che in esso ha imparato la generosità degli altri: «In questa esperienza mi ha colpito il grande cuore della gente».

Spesso il volontario non è di origini italiane. Abukar Aweis Mohamed, infermiere somalo: «Noi infermieri e medici non abbiamo confini. È una scelta che ho fatto anche se ho una famiglia, due figlie e una moglie».

Samin Sedghi Zadeh è un medico nato a Torino da genitori iraniani: compie 29 anni da volontario in un reparto COVID a Cremona: «Una scelta difficile? Semplicemente la scelta giusta».

Samin conosce bene il rischio che corre. Racconta che all’avvio della pandemia si era sentito «assalito dalla paura». Elisa Da Re, già nominata, ci assicurava d’aver vissuto «una Quaresima piena di paure». Stefania Pini – altro giovane medico volontario – racconta che «le prime due notti nel reparto COVID sono state da paura» e dettaglia il rischio: «Si stima che il 10% di noi operatori possa essere contagiato».

Mariachiara Ferrari, suora alcantarina, era medico prima di entrare in convento e così valuta i due mesi che ha passato da volontaria in un ospedale di Cremona: «Sono stati un’esperienza molto forte: credo non di sentirmi da allora in una novità di vita ma mi sento in una maggiore profondità».

Ero malato
e mi avete visitato

Un’altra suora alcantarina, Cecilia Maracci, anche lei tornata medico in pandemia, usa queste parole, per dire dell’accompagnamento dei malati più gravi: «Conta stare e stare da madre, senza calcolo né di tempo né di attenzione».

Fabio Stevenazzi, prete ambrosiano tornato a fare il medico a Busto Arsizio, dice sobriamente: «Mi sono fatto avanti per dare una mano».

«Ora il mio altare è il letto del malato», confida alla sua comunità don Alberto Debbi, altro prete già medico tornato a prestare servizio nell’ospedale di Sassuolo: «Quanti miracoli accadono accanto a chi è nella malattia».

Fra’ Andrea Dovio, francescano, che era medico prima di entrare in convento, riprende il camice all’Ospedale di Tortona: «Mi basta aver vissuto quella parola di Gesù: ero malato e mi avete visitato».

Leggendo questa carrellata di storie della pandemia, qualcuno magari potrebbe pensare che a tornare negli ospedali nel momento della massima emergenza siano stati solo medici e infermieri che poi erano diventati preti e frati e suore; invece l’hanno fatto tante persone dalle esperienze più diverse: la spinta a dare una mano alberga in tanti petti e in tante vocazioni.

Ecco un vignaiolo che era stato infermiere e tale ritorna: Stefano Banfi di Codevilla, Pavia: «Finita l’emergenza tornerò a fare il vignaiolo. Ma non c’è dubbio che sono contento della decisione di tornare in reparto».

Ed ecco uno scrittore famoso, Andrea Vitali, che così argomenta su questa scelta generosa del ritorno al camice, ma per lui non così nuova, avendo già una consolidata esperienza di medico volontario in una comunità psichiatrica della Val Seria-
na. «Un collega che doveva mettersi in quarantena mi ha chiesto di sostituirlo in ambulatorio e io ho subito accettato».

Non volevo abbandonare
i miei pazienti

Ecco – ancora – una donna, Monica Bettoni, che è tornata a fare il medico a 69 anni, dopo una lunga stagione politica: «L’emergenza negli ospedali mi ha risvegliato la passione di ogni medico che accorre e soccorre».

Accanto a chi si mette a rischio per volontariato, va segnalato chi lo fa esercitando la propria professione con rischiosa generosità. È il caso – tra i tanti – di Sergio Accardi, medico di base a Zogno, Bergamo: «La pandemia era iniziata ma io non volevo abbandonare i miei pazienti e così ho continuato a visitare in ambulatorio e a domicilio». Si infetta, trascura i sintomi ed entra in un duello con la morte che l’ha impegnato per quasi 4 mesi, restando per 49 giorni intubato. Ricoverato scopre «l’incredibile abnegazione del personale: a ripensarci mi vengono le lacrime».

Camillo Schiantarelli, 70 anni, per 15 è stato primario di Medicina dell’ospedale Asilo Vittoria di Mortara, fino al primo dicembre 2019. È tornato nel suo ospedale da volontario, gratuitamente, nell’emergenza della primavera 2020: si è contagiato, è stato ricoverato, è guarito ed è tornato al lavoro. Così Schiantarelli motiva la scelta di andare volontario al fronte: «Primo: mi è sempre piaciuto il mio lavoro. Secondo: ho sempre avuto un rapporto molto bello con i pazienti».

Il rischio corso dai medici in generale e da quelli di famiglia in specie è documentato dalle statistiche: a fine marzo i morti per COVID tra i medici erano 344. In quella stessa data erano 270 i preti diocesani partiti per la stessa via. Aggiungendo ai diocesani i religiosi – per i quali non ci sono stime attendibili – è verosimile che i sacerdoti portati via dalla pandemia raggiungano un numero paragonabile, o superiore, a quello dei medici.

Pastori preti
e pastori medici

Forse la percezione più adeguata della «missione» del medico in pandemia viene espressa da Francesco il 3 maggio 2020, domenica del Buon pastore, quando accosta tra loro i preti e i medici che danno la vita per le persone affidate alla loro cura, e invita a considerare congiuntamente «l’esempio di questi pastori preti e pastori medici».

Termino con Antonio Napolioni, vescovo di Cremona passato per la malattia: «Chi si prende cura dei fratelli è Cristo che si prende cura di Cristo. Questo è il vero nome di tutto ciò che accade».

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
Tema Cultura e società
Area EUROPA
Nazioni

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