Dopo vari esperimenti ho avviato un nuovo corso del mio blog e la favola ha una morale: che se hai un blog è necessaria una «moderazione» costante dello stesso. Una rottura per il gestore, ma non vedo alternative. Lasciarlo libero, anche solo mezza giornata, sarebbe come una maestra che s’assentasse dall’aula per due ore: al rientro troverebbe qualche astuccio e alcune piccole ossa. Grazie al nuovo corso posso dire che non sono più in conflitto con il blog e come avevo dato conto della battaglia (ad aprile in questa rubrica: «Sono in lite con il blog e mi chiedo a che serva», in Regno-att. 4,2015, 287s), così ora faccio il punto sulla pace. Uno dirà: è così importante quello che succede in un blog? No, per nulla. Ma può essere utile capire il fenomeno, che va oltre i blog ed è grande quasi quanto la realtà. Mi considero un esploratore ai bordi della blogosfera.
Eccomi alla seconda riflessione sulle veglie di preghiera degli omosessuali. La prima aveva al centro la domanda di uno di loro: «Secondo te, io che figlio sono?» (cf. rubrica di Regno-att. 6,2015,431s). Questa gira intorno a un’altra sua interrogazione: «Tu che sai di me?». Ho chiesto in privato e attraverso il blog a persone omosessuali di raccontarsi e qui riporto abbreviate cinque narrazioni.
Ho avuto i testi di una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia, ho parlato con alcuni partecipanti e con il padre gesuita che la guidava. Ho posto un paio di domande ai visitatori del mio blog e sulla base di questa istruttoria affronto senza rete la questione. L’affronto narrativamente, che è la via del giornalista. Osservare come pregano gli omosessuali credenti può aiutare a intendere la loro condizione nella Chiesa.