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Documenti, 11/2022, 01/06/2022, pag. 372

«Fratelli tutti» e il dialogo interreligioso

Massimo Naro

Per papa Francesco «il dialogo interreligioso non è un espediente proselitistico, sostenuto magari dalla pur buona intenzione di proporre agli interlocutori l’opzione della conversione. Il dialogo interreligioso non è questione di conversione, ma di convergenza». È la conclusione a cui giunge Massimo Naro, docente di Teologia sistematica nella Facoltà teologica di Sicilia, in questo suo testo intitolato «L’enciclica Fratelli tutti pietra miliare del dialogo interreligioso», pronunciato in un convegno su Fratelli tutti tenutosi presso la stessa Facoltà il 13 maggio, per iniziativa dell’Ufficio regionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale siciliana. L’autore percorre il magistero di Francesco risalendo dall’enciclica Fratelli tutti ai suoi antecedenti più prossimi, come il Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi nel 2019, e più remoti. Sebbene non siano mai citate, è inevitabile andare col pensiero alle parole che Francesco ha pronunciato negli ultimi tre mesi sulla guerra in Ucraina laddove il prof. Naro rammenta l’insistenza del papa su quello che potremmo chiamare «il disarmo di Caino», o sull’esigenza di «smilitarizzare il cuore dell’uomo».

 

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La Trinità e il paradosso della comunione

Massimo Naro

«Più si delucida... il senso della paradossale comunione trinitaria, più si può consolidare la coesione ecclesiale». Nell’intervento su «Gli anatematismi niceni e la valenza paradossale della comunione ecclesiale», tenuto nel corso del convegno «Nicea: espressione ecclesiale dell’evento Cristo» il 22 novembre 2025 presso il duomo di Monreale, il teologo Massimo Naro ha interpretato il concilio di Nicea mettendo in luce la «sovreccedenza» della fede rispetto alla sua formulazione dogmatica. Le scomuniche del 325, pensate per difendere l’unità contro l’arianesimo, produssero invece divisioni, mostrando il paradosso di una comunione ecclesiale tutelata con strumenti giuridici. Tuttavia proprio quel conflitto favorì un approfondimento teologico che portò a maturare una comprensione relazionale della Trinità. Da qui può derivare una visione ecclesiale fondata sull’agape e sulla correlazione, piuttosto che sulla contrapposizione, anche se l’«Ecclesia de Trinitate» prefigurato dal concilio Vaticano II, secondo cui la Chiesa trae la propria unità dalla comunione trinitaria, non è stato ancora adeguatamente sviluppato dalla teologia. «È necessario elaborare una “deontologia del fondamento”, come l’ha chiamata Pierangelo Sequeri, che ricavi dall’ontologia relazionale e dal suo fondamento (l’agape divina) non solo un codice etico, ma anche un assetto ecclesiale maggiormente coerente al suo statuto agapico-trinitario e, quindi, vissuto all’insegna della correlazione. Un compito arduo, questo, che rimane congelato dal tempo di Nicea».

Originale in nostro possesso. Titolazione redazionale.

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Pastorale - Giubileo dei detenuti: Cristo nelle ferite

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Massimo Naro

Desidero dare un timbro testimoniale alla mia riflessione, almeno per introdurla. Difatti – come presbitero – sono rettore, in Sicilia, nella diocesi da cui provengo, di una chiesa intitolata alla Madonna della Catena. La quale, secondo una leggenda tardomedievale, a Palermo, nel 1392, liberò miracolosamente dai ceppi alcuni condannati a morte che – pur probabilmente colpevoli di qualche misfatto – le si erano rivolti speranzosi con la preghiera la notte prima della loro esecuzione capitale: proprio la speranza ad oltranza (quella che san Paolo in Rm 4,18 chiama spes contra spem) dischiuse loro la possibilità graziosa di salvarsi.

 

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Massimo Naro

Il tema indicato dal titolo di queste mie riflessioni fa tornare in mente il verso con cui Dante, nel XXXIV canto dell’Inferno, descrive il proprio sgomento di fronte a Lucifero: «Io non mori’, e non rimasi vivo».