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Documenti, 5/2025, 01/03/2025, pag. 188

Eucaristia ed evangelizzazione

Massimo Naro

«Il cambio d’epoca sancisce… anche un fenomeno con cui dobbiamo avere il coraggio e soprattutto la chiaroveggenza di fare i conti: intendere e celebrare il culto eucaristico come facevamo fino a qualche tempo fa non è più possibile o, almeno, è sempre più improbabile». In un’elaborazione originariamente nata per un’assemblea diocesana a Caltanissetta nel 2023 e qui proposta in forma rielaborata («“Gioirono al vedere il Signore”: eucaristia ed evangelizzazione»), il teologo Massimo Naro riflette sul senso dei congressi eucaristici oggi, avvertendo che «se gli atteggiamenti o i discorsi non corrispondono alla realtà, essi sono semplicemente retorici o, nel peggiore dei casi, ideologici». E nell’attuale contesto culturale «la Chiesa stessa, che annuncia il Vangelo e celebra il memoriale eucaristico, è il sacramento che deve segnalare al mondo e nella storia la presenza di Cristo Gesù, pronta però a sciogliersi dentro il mondo stesso e nella storia a mo’ del pizzico di sale che dà sapore alla pasta o del frammento di lievito che le conferisce spessore. Un congresso eucaristico, ai nostri giorni, dovrebbe svolgersi per illustrare questa logica e per additare questa prospettiva: occorre capovolgere le nostre dimissioni dalla speranza in nuovo slancio missionario, superando la crisi, anzi entrandovi dentro, attraversandola, per colmare il vuoto che essa produce in chi la subisce come qualcosa di indebito, come un cataclisma imprevisto, come una fine del mondo».

 

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Documenti, 2026-5

La Trinità e il paradosso della comunione

Massimo Naro

«Più si delucida... il senso della paradossale comunione trinitaria, più si può consolidare la coesione ecclesiale». Nell’intervento su «Gli anatematismi niceni e la valenza paradossale della comunione ecclesiale», tenuto nel corso del convegno «Nicea: espressione ecclesiale dell’evento Cristo» il 22 novembre 2025 presso il duomo di Monreale, il teologo Massimo Naro ha interpretato il concilio di Nicea mettendo in luce la «sovreccedenza» della fede rispetto alla sua formulazione dogmatica. Le scomuniche del 325, pensate per difendere l’unità contro l’arianesimo, produssero invece divisioni, mostrando il paradosso di una comunione ecclesiale tutelata con strumenti giuridici. Tuttavia proprio quel conflitto favorì un approfondimento teologico che portò a maturare una comprensione relazionale della Trinità. Da qui può derivare una visione ecclesiale fondata sull’agape e sulla correlazione, piuttosto che sulla contrapposizione, anche se l’«Ecclesia de Trinitate» prefigurato dal concilio Vaticano II, secondo cui la Chiesa trae la propria unità dalla comunione trinitaria, non è stato ancora adeguatamente sviluppato dalla teologia. «È necessario elaborare una “deontologia del fondamento”, come l’ha chiamata Pierangelo Sequeri, che ricavi dall’ontologia relazionale e dal suo fondamento (l’agape divina) non solo un codice etico, ma anche un assetto ecclesiale maggiormente coerente al suo statuto agapico-trinitario e, quindi, vissuto all’insegna della correlazione. Un compito arduo, questo, che rimane congelato dal tempo di Nicea».

Originale in nostro possesso. Titolazione redazionale.

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Massimo Naro

Desidero dare un timbro testimoniale alla mia riflessione, almeno per introdurla. Difatti – come presbitero – sono rettore, in Sicilia, nella diocesi da cui provengo, di una chiesa intitolata alla Madonna della Catena. La quale, secondo una leggenda tardomedievale, a Palermo, nel 1392, liberò miracolosamente dai ceppi alcuni condannati a morte che – pur probabilmente colpevoli di qualche misfatto – le si erano rivolti speranzosi con la preghiera la notte prima della loro esecuzione capitale: proprio la speranza ad oltranza (quella che san Paolo in Rm 4,18 chiama spes contra spem) dischiuse loro la possibilità graziosa di salvarsi.

 

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Agguato di Dio o suprema epifania?

Massimo Naro

Il tema indicato dal titolo di queste mie riflessioni fa tornare in mente il verso con cui Dante, nel XXXIV canto dell’Inferno, descrive il proprio sgomento di fronte a Lucifero: «Io non mori’, e non rimasi vivo».