La Trinità e il paradosso della comunione
«Più si delucida... il senso della paradossale comunione trinitaria, più si può consolidare la coesione ecclesiale». Nell’intervento su «Gli anatematismi niceni e la valenza paradossale della comunione ecclesiale», tenuto nel corso del convegno «Nicea: espressione ecclesiale dell’evento Cristo» il 22 novembre 2025 presso il duomo di Monreale, il teologo Massimo Naro ha interpretato il concilio di Nicea mettendo in luce la «sovreccedenza» della fede rispetto alla sua formulazione dogmatica. Le scomuniche del 325, pensate per difendere l’unità contro l’arianesimo, produssero invece divisioni, mostrando il paradosso di una comunione ecclesiale tutelata con strumenti giuridici. Tuttavia proprio quel conflitto favorì un approfondimento teologico che portò a maturare una comprensione relazionale della Trinità. Da qui può derivare una visione ecclesiale fondata sull’agape e sulla correlazione, piuttosto che sulla contrapposizione, anche se l’«Ecclesia de Trinitate» prefigurato dal concilio Vaticano II, secondo cui la Chiesa trae la propria unità dalla comunione trinitaria, non è stato ancora adeguatamente sviluppato dalla teologia. «È necessario elaborare una “deontologia del fondamento”, come l’ha chiamata Pierangelo Sequeri, che ricavi dall’ontologia relazionale e dal suo fondamento (l’agape divina) non solo un codice etico, ma anche un assetto ecclesiale maggiormente coerente al suo statuto agapico-trinitario e, quindi, vissuto all’insegna della correlazione. Un compito arduo, questo, che rimane congelato dal tempo di Nicea».
Originale in nostro possesso. Titolazione redazionale.
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