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Documenti, 11/2025, 01/06/2025, pag. 361

Le armi del dialogo

Massimo Naro

«La teologia del dialogo interreligioso non è una passeggiata. Ed è incardinata proprio sul tentativo di risemantizzare parole conflittuali, la più terribile delle quali – assieme a guerra – è “arma”: la verità è amore, e l’amore è l’arma vincente nel dialogo interreligioso, che per suo statuto è del tutto disarmato e disarmante». Nel corso di questo contributo intitolato «Le armi del dialogo: risemantizzare i linguaggi conflittuali», tenuto come introduzione al seminario «Armiamo la pace: per una nuova ermeneutica dei linguaggi religiosi» il 30 aprile scorso a Palermo presso la Facoltà teologica di Sicilia, il teologo Massimo Naro ha definito in vari modi il concetto-chiave dell’intero seminario, e cioè la «risemantizzazione». Significa, dice l’autore in riferimento ad alcuni detti di Gesù, «contestualizzare le parole, anche le più puntute e pungenti, per farne risaltare un altro senso, il senso altro»; far leva sulla loro «ambiguità (…), coglierne la virtù, trasfigurarla in un sovrappiù di senso, traducendo la tenacia in tenerezza»; e «innanzitutto, non esclusivamente dotarle di inediti significati, ma recuperarne e precisarne il senso originario». Oltre ad «arma», «armare», il testo porta altri esempi di parole che ricorrono tra le religioni: «dialogo» e «diverbio», «tra», «confronto» e «confine», «ospitalità», «digiuno» e infine «silenzio». Che, «allorché assorbe le grida, i pianti, le suppliche di chi patì nel Lager», è «come quello di Dio, anzi che... è condiviso con Dio e che, più radicalmente, coincide con Dio».

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Massimo Naro

«Più si delucida... il senso della paradossale comunione trinitaria, più si può consolidare la coesione ecclesiale». Nell’intervento su «Gli anatematismi niceni e la valenza paradossale della comunione ecclesiale», tenuto nel corso del convegno «Nicea: espressione ecclesiale dell’evento Cristo» il 22 novembre 2025 presso il duomo di Monreale, il teologo Massimo Naro ha interpretato il concilio di Nicea mettendo in luce la «sovreccedenza» della fede rispetto alla sua formulazione dogmatica. Le scomuniche del 325, pensate per difendere l’unità contro l’arianesimo, produssero invece divisioni, mostrando il paradosso di una comunione ecclesiale tutelata con strumenti giuridici. Tuttavia proprio quel conflitto favorì un approfondimento teologico che portò a maturare una comprensione relazionale della Trinità. Da qui può derivare una visione ecclesiale fondata sull’agape e sulla correlazione, piuttosto che sulla contrapposizione, anche se l’«Ecclesia de Trinitate» prefigurato dal concilio Vaticano II, secondo cui la Chiesa trae la propria unità dalla comunione trinitaria, non è stato ancora adeguatamente sviluppato dalla teologia. «È necessario elaborare una “deontologia del fondamento”, come l’ha chiamata Pierangelo Sequeri, che ricavi dall’ontologia relazionale e dal suo fondamento (l’agape divina) non solo un codice etico, ma anche un assetto ecclesiale maggiormente coerente al suo statuto agapico-trinitario e, quindi, vissuto all’insegna della correlazione. Un compito arduo, questo, che rimane congelato dal tempo di Nicea».

Originale in nostro possesso. Titolazione redazionale.

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Desidero dare un timbro testimoniale alla mia riflessione, almeno per introdurla. Difatti – come presbitero – sono rettore, in Sicilia, nella diocesi da cui provengo, di una chiesa intitolata alla Madonna della Catena. La quale, secondo una leggenda tardomedievale, a Palermo, nel 1392, liberò miracolosamente dai ceppi alcuni condannati a morte che – pur probabilmente colpevoli di qualche misfatto – le si erano rivolti speranzosi con la preghiera la notte prima della loro esecuzione capitale: proprio la speranza ad oltranza (quella che san Paolo in Rm 4,18 chiama spes contra spem) dischiuse loro la possibilità graziosa di salvarsi.

 

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Massimo Naro

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