Leone XIV - Politica internazionale: Leone, un americano
Prevost sta agli USA come Wojtyla stava alla Polonia
Si rimane senza parole di fronte a Donald Trump, alla sua personalità e ai suoi comportamenti. Il problema è che Trump è il presidente degli Stati Uniti.
Si rimane senza parole di fronte a Donald Trump, alla sua personalità e ai suoi comportamenti. O, meglio, di parole ce ne sarebbero tante, ma nessuna sembra bastare. Il problema è che Trump è il presidente degli Stati Uniti. E da quando occupa quella carica, la più rilevante sul piano mondiale, la sua azione politica ha determinato una situazione internazionale di caos generalizzato che non ha precedenti recenti.
Bisogna scorrere il tempo a ritroso e tornare all’età dei totalitarismi, bisogna tornare agli anni Trenta del Novecento per riscontrare qualche analogia. Se un punto è chiaro nella sua azione politica, questo mette capo al principio di fare affari con chiunque e in qualunque modo; il resto è politicamente del tutto occasionale, contradittorio, confuso e corrisponde all’idea del primato incontrollato dell’esercizio della forza.
Un caso serio
L’alleanza con Putin sul destino dell’Ucraina; la guerra dei dazi come messaggio identitario; le pretese sulla Groenlandia; le minacce al Canada; la violazione della sovranità venezuelana per acquisire il controllo sul petrolio, mantenendo al potere lo stesso regime dittatoriale; il disprezzo per l’Unione Europea e la Gran Bretagna, storici alleati; il disinvestimento sulla NATO; il fastidio per le Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali; l’appoggio incondizionato al Governo israeliano di Netanyahu sullo scempio di Gaza, gli insediamenti illegali dei coloni in Cisgiordania, la guerra in Libano; e, da ultimo, la guerra ingiustificata con l’Iran: sono solo alcune delle scelte di una Presidenza che ha demolito ogni equilibrio geopolitico precedente, innescando un processo di distruzione dell’Occidente.
Non meno problematica è la sua amministrazione per quello che riguarda le sorti interne della democrazia americana: la riduzione del ruolo del Congresso; la messa in questione degli equilibri tra i poteri costituzionali; la repressione dell’ICE nei confronti dell’immigrazione fuori dal controllo federale.
Il gruppo di persone di cui Trump si è circondato corrisponde a un comitato d’affari: dal vicepresidente, J.D. Vance (convertito all’intransigentismo cattolico), al segretario di stato, Marco Rubio, al re del mattone Steve Witkoff, al genero Jared Kushner. Ma fanno parte dell’inner circle anche Stephen Feinberg (finanza/industria della difesa), Warren Stephens (finanza), Paul Atkins (presidente dell’U.S. Securities and Exchange Commission), oltre a Elon Musk.
Witkoff e Kushner sono il simbolo di una concezione della politica affidata a figure di fiducia personale del presidente, con un profilo che racconta un’idea di Governo con diplomazia da «dealmaker» (negoziatore). Del resto, quando un Governo si trasforma in un consiglio d’amministrazione, ogni scelta, ogni decisione – dalla più tecnica alla più strategica – diventa un test di fiducia tra i componenti del consiglio nei confronti del presidente.
Trump non è religioso, anche se si è creato un’aura sacrale. E, come lui stesso ha detto, non risponde ad alcun principio, né riconosce alcuna autorità morale al di fuori di sé. È giunto alla Casa bianca accompagnato dal sostegno di gruppi religiosi fondamentalisti e votato anche dalla maggioranza degli appartenenti alle diverse Chiese cristiane, compresa la Chiesa cattolica, grazie allo slogan programmatico Make America Great Again (MAGA). Un mix di religione e politica, un connubio tra immaginario religioso cristiano e ideologia ultraconservatrice, che vagheggia il ritorno dell’America a una mitica età dell’oro, che coniuga l’ideologia del denaro a una religione della nazione.
Questo immaginario religioso mette assieme i temi e le motivazioni del fondamentalismo evangelicale e del tradizionalismo cattolico con un nazionalismo antiliberale e antidemocratico. Un ecumenismo reazionario, che, oltre a perseguire politiche favorevoli ai valori tradizionali, reagendo al radicalismo liberal e al wokismo, è espressione di una cultura omofoba e islamofoba, favorevole alla remigrazione razziale.
Per dare forza a questa religiosità della nazione, Trump ha istituito alla Casa bianca il «Faith office», composto da figure in gran parte riconducibili al fondamentalismo evangelicale, presieduto dalla pastora pentecostale Paula White-Cain. L’altra struttura operativa è la Commissione per la libertà religiosa, composta anche da ortodossi, cattolici ed ebrei, da lui nominati.
Il dato della strumentalizzazione a fini ideologici e politici della fede cristiana non è nuovo, soprattutto in Europa, basti rammentare l’Action Française di Charles Maurras, il movimento d’estrema destra francese che aveva fatto del cattolicesimo il riferimento per una visione nazionalista e autoritaria della società, condannato nel 1926 da Pio XI.
Assai diversa la vicenda statunitense. Qui vi è una commistione tra politica e istituzioni con religioni e confessioni che contraddice uno dei pilastri del liberalismo americano, espresso dal Primo emendamento della Costituzione, che sancisce la separazione tra l’azione dello Stato e quella delle comunità di fede.
Così, in nome del proprio ritrovato primato spirituale, l’America rivendica la costruzione di un nuovo Occidente e il diritto al dominio universale.
Trump l’antipapa
L’attacco diretto di Trump a papa Leone XIV (cf. qui sopra) è in sé molto grave e non ha precedenti storici recenti. Lascia interdetti per i modi minacciosi e per i toni prepotenti, per l’oggettiva violazione del diritto della Chiesa a esercitare la propria libertà, a professare la propria fede e a seguire la propria missione, ma non stupisce che sia accaduto. Uno scontro che avevamo visto arrivare anche in vista delle elezioni di midterm che rappresentano oggi uno spartiacque della storia, non solo di quella statunitense.
Alle critiche di chi riteneva troppo prudente papa Leone, persino pavido, avevamo risposto che la sua era una azione responsabile, l’unica in grado di difendere a livello internazionale quello che restava della libertà del diritto (cf. Regno-att. 6,2026,129).
Tutto si è accelerato nell’ottobre scorso, quando il papa ricevendo i vertici della Conferenza dei vescovi USA aveva affrontato il tema delle discriminazioni razziali e le violenze dell’ICE. Il 9 gennaio, il discorso del papa al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede non lascia dubbi sul tema della pace e delle guerre (quelle predatorie e quelle di difesa), sul tema del diritto internazionale, della diplomazia basata sulla forza. Il messaggio era principalmente diretto al dramma consumatosi a Gaza, all’invasione russa dell’Ucraina, alle scelte di Trump.
Dieci giorni dopo, i cardinali Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago (il vero regista dell’elezione di Leone), Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph William Tobin, arcivescovo di Newark, in un raro comunicato congiunto, si sono rivolti direttamente agli statunitensi e all’amministrazione Trump, dichiarandone moralmente problematica la politica internazionale (cf. Regno-doc. 3,2026, 112; Regno-att. 4,2026,86).
Sullo sfondo c’erano l’intervento USA in Venezuela, per la rimozione del presidente Nicolàs Maduro, e le dichiarazioni sempre più minacciose di Trump sul futuro della Groenlandia. I tre prelati hanno stigmatizzato una «diplomazia fondata sulla forza» che ha sostituito «una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti». Sono le stesse parole del discorso di papa Leone. E poi l’appello contro lo «zelo bellicista».
Diplomaticamente inusuale e politicamente provocatoria la reazione di Trump, che fa convocare il nunzio, card. Christophe Pierre, al Pentagono dove vengono pronunciate minacce che usciranno sulla stampa in aprile (poi ridimensionate) sotto il paradigma della «cattività avignonese». Il 7 marzo il nunzio card. Pierre, ottantenne, verrà sostituito da mons. Gabriele Caccia (figura legata al segretario di Stato card. P. Parolin).
Nel dicembre 2025 (cf. Regno-att. 2,2026,9) Leone ha poi pensionato il card. Timothy Dolan allo scadere dei 75 anni esatti, e lo ha sostituito con un vescovo di sua totale fiducia: mons. Ronald Hicks (che come Prevost viene da Chicago e ha una lunga esperienza missionaria in America Latina). Hicks è entrato in diocesi il 6 febbraio.
A febbraio è la volta del «no» inevitabile della Santa Sede al Board of peace di Trump per Gaza.
Le liturgie pasquali corrono parallele all’escalation in Iran e in Libano e segnano un ulteriore forte richiamo del papa soprattutto sugli scenari mediorientali e dell’Ucraina.
Leone XIV condanna la riduzione «in cenere» del diritto internazionale, si scaglia contro chi prega Dio che «non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue», denuncia «la bestemmia del voler vincere uccidendo», stigmatizza «la blasfemia della guerra».
Di fronte alle affermazioni di Trump sulla distruzione definitiva della civiltà in Iran, Leone dichiara che si è andati oltre la violazione del diritto internazionale, e che si tratta oramai di un problema morale e invita gli americani a scrivere ai membri del Congresso.
L’11 aprile, in contemporanea con i colloqui di Islamabad tra Iran e USA, Leone promuove a San Pietro una veglia di preghiera che riscuote vasta eco mondiale: «Nel regno di Dio non c’è spada né drone, basta con l’idolatria di sé, basta con la guerra!».
A quel punto un Trump senza freni interviene su «Truth» : il papa è «DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera»; «Se non ci fossi io alla Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». La replica di Leone è avvenuta su tre punti: «Non ho paura dell’amministrazione di Trump»; «Non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui»; «Crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace».
E tuttavia è la dichiarazione di Trump e poi di altri (Vance) della sua amministrazione ad avere spostato il confronto proprio su un piano politico e per questo motivo le parole del papa da oggi corrono il rischio d’essere interpretate prevalentemente in quella forma e d’essere loro malgrado strumentalizzate, il che consiglierà prudenza per riportare l’insegnamento del papa su un piano il più possibile pastorale.
Ma qui il problema è Trump.
La scelta di un papa americano (del Nord e del Sud) come Prevost è stata la risposta più articolata, fra quelle possibili, che il conclave di maggio ha dato, dopo il pontificato di papa Francesco, alle questioni irrisolte, quelle relative all’ordinamento e al governo interno alla Chiesa, e quelle relative alle situazioni internazionali.
Si trattava d’individuare una figura conciliare che rispondesse – secondo una continuità possibile e selettiva rispetto al pontificato di Francesco e ai pontificati precedenti – a entrambi i livelli. Essi comprendono le questioni relative all’unità della Chiesa; le situazioni limite della giustizia, della pace e della guerra nelle diverse aree del mondo; l’urgenza della riaffermazione della libertà religiosa e della dignità umana; la crisi culturale e antropologica indotta dal potere delle tecniche e dal nuovo livello di secolarizzazione che esse comportano.
Il dramma del nuovo disordine mondiale in atto, accelerato dall’amministrazione Trump fin dal suo insediamento nel gennaio del 2025, ha contribuito alla scelta del conclave in favore dell’americano Prevost rispetto a un candidato altrimenti italiano.
Sul piano internazionale, Prevost sta agli USA e alla crisi trumpiana come Wojtyła stava alla Polonia e al sistema sovietico. Nei momenti bui e drammatici della storia, la Chiesa cattolica sa ancora essere protagonista.
Il vantaggio di avere un papa americano come Leone di fronte al caso Trump è anche quello di evitare al mondo una sconsiderata ripresa dell’antiamericanismo.
Gianfranco Brunelli