Diario di un dolore
Questa «Rilettura» nasce come ammenda per un consiglio di lettura natalizio del tutto improprio e fondamentalmente sbagliato che chiede un ravvedimento serio e motivato. Diario di un dolore di C.S. Lewis (Adelphi 2025, traduzione di Anna Ravano) non è un libro che si può consigliare «a chi ha perso da poco una persona cara».
È un testo letterario bellissimo e per questa sua qualità è anche immediatamente universale, cioè chiunque può riconoscere qualcosa di sé nell’investigazione di Lewis intorno al suo personale dolore, e nello stesso tempo chiunque deve ammettere insieme all’autore che ogni dolore non può attraversare il confine del proprio sé, della propria vita. In una parola, che ogni dolore è unico e insieme fratello.
Lewis scrive questo testo nel 1960, appena dopo aver perso la moglie amatissima, la poetessa americana Helen Joy Davidman. Sono stati sposi per pochi anni, un amore tardivo e assoluto, fatto di attrazione fisica, intellettuale e spirituale. Entrambi avevano vissuto l’esperienza fondamentale della conversione al cristianesimo ed entrambi erano approdati alla fede senza rinnegare la libertà di un pensiero interrogante, in nessun modo passivo e deferente.
La relazione fra i due era nata su un piano del tutto intellettuale e la passione ha colto di sorpresa Lewis che dall’esperienza trae una folgorante considerazione teologica: il matrimonio sana la frattura radicale fra i sessi (la chiama «spada che separa»). «Uniti i due diventano pienamente umani: “A immagine di Dio egli li creò”. In questo modo, con un paradosso, questo carnevale di sessualità ci porta lontano dal nostro sesso» (58).
Lei, dall’America, ancora sposata con un altro uomo, l’aveva contattato per lettera, sorpresa e colpita dai suoi scritti. I due si erano scambiati delle lettere e poi incontrati in Inghilterra, lei certamente innamorata, subito, lui diffidente verso le emozioni: lo scrive questo. Si erano infine sposati, dopo il divorzio di lei, prima civilmente e poi, con difficoltà per via del divorzio, anche con rito religioso. Lei già malata di un cancro inguaribile. E avevano avuto tre anni meravigliosi.
Una storia da conoscere sia attraverso gli scritti di Lewis sia grazie a un bel film, Viaggio in Inghilterra di Richard Attenborough, con Anthony Hopkins e Debra Winger, uscito in Italia nel 1994 (lo si vede su YouTube liberamente: bit.ly/4jv3E2n).
Poi Helen muore e lui scrive dall’abisso. La morte è per lui la seconda esperienza del dolore. Dalla prima, la morte della madre quando aveva dieci anni, era uscito grazie alla corazza di una mente brillante, iperanalitica, ben difesa. Una forte razionale rocca dentro cui abitare. Il secondo dolore lo scompone. Prima, tutto, anche la fede, era un gioco intellettuale, magari profondo, serissimo e imprescindibile. Si può vivere così tutta la vita. Predicare, affermare, disquisire eppure non sapere, davvero, niente.
È quando la vita amata si sottrae e quindi viene meno, letteralmente, una parte di sé che si comincia a capire qualcosa. L’amputazione di una gamba non permette ritorno, scrive Lewis. Si può imparare a camminare con le stampelle o con una protesi ma non ci sarà la ricomposizione della vita di prima: «Bipede non lo sarò mai più» (62). Cambia il corpo ed è proprio il corpo il luogo in cui Lewis avverte l’assenza di H. «in modo localizzato» e non «come un cielo che si estende sopra ogni cosa». Il corpo «quando era il corpo dell’amante di H. aveva ben altra importanza. Adesso è come una casa vuota» (18).
Cambia quella che prima chiamava fede: «A quanto pare, la fede (ciò che io credevo fosse fede) che mi permette di pregare per gli altri morti mi è sembrata forte solo perché non mi è mai importato granché, non mi è mai importato disperatamente, che quei morti esistessero o no. Eppure ero convinto del contrario» (29). E sulla consolazione: «Parlatemi della verità della religione e ascolterò con gioia. Parlatemi del dovere della religione e ascolterò con umiltà. Ma non venite a parlarmi delle consolazioni della religione, o sospetterò che non capite» (31).
Qui Lewis passa in rassegna i luoghi comuni consolatori che i credenti si raccontano l’un l’altro: ricongiungimenti «sull’altra riva», la fine dei tormenti e la pace, una qualche riproduzione più perfetta della vita terrena. Non ce n’è traccia nella Bibbia, dice. Sono esche per gli occultisti (32).
E di fronte a questa asciutta assertività di un uomo di fede, apologeta quasi di mestiere, che in tutto il libro non rinnega nulla di ciò in cui crede, tocca ricordarci che oggi, ormai da più di un decennio, i libri di esegesi, di morale, di dogmatica sono in caduta libera nelle vendite e gli unici che resistono e crescono sono quelli di devozione, la devozione consolatoria, appunto.
Per Lewis la perdita dell’altro è una «fase del matrimonio», così la definisce, e si deve «accettare la sofferenza come una sua parte necessaria»; «Noi eravamo una carne sola. Ora che è stata tagliata, non vogliamo far finta che sia una e integra. Saremo sempre sposati, sempre innamorati. E perciò continueremo a star male» (63).
Le ultime pagine sono vertiginose. Teologia dell’amore coniugale senza nessuna concessione ad abbandoni devozionali. Con un rovesciamento sorprendente che si può capire solo assecondando questi pensieri di Lewis che proprio dall’amore per H. può balbettare qualcosa dell’amore di Dio (perché fare l’operazione inversa sarebbe solo una estrapolazione da piccole esperienze terrene): «Questo è uno dei miracoli dell’amore: che esso dà – a entrambi, ma forse soprattutto alla donna – la capacità di vedere al di là dei suoi incantamenti, ma senza che l’incanto scompaia. Vedere, in qualche misura, come Dio» (81).
C’è da esser grati per questa letteratura, universale.