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Attualità
Attualità, 14/2026, 15/07/2026, pag. 424

Maria Luisa Marsigli, La marchesa e i demoni

Mariapia Veladiano

La legge Basaglia sui manicomi viene emanata il 13 maggio 1978, questo libro è stato pubblicato cinque anni prima. I fatti raccontati sono compresi fra il 1968 e il 1970, con incursioni negli anni immediatamente precedenti. Il luogo è l’Ospedale di Santa Maria della Pietà a Roma, un manicomio criminale. L’autrice è Maria Luisa Marsigli e il libro s’intitola La marchesa e i demoni. Diario da un manicomio (Feltrinelli, 1973). Introvabile prima e unica edizione, mai più ripubblicato forse perché la vergogna è troppa ed è meglio lasciare che la polvere del tempo faccia il suo lavoro.

Chi scrive lo fa in prima persona. È una donna colta, laureata, parla molte lingue, è marchesa, è accusata (il caso riempì giornali dell’epoca) d’avere ucciso il marito fedifrago, ma lei ha sempre negato, ha sempre sostenuto che il colpo di pistola in realtà era un tentato suicidio.

Così viene trasferita dal carcere al manicomio criminale. Qui arriva lucida e sicura di poter dimostrare la sua sanità mentale. Comportandosi normalmente, assecondando le richieste, rispondendo sempre a tono, nessuna ribellione, solo misura ed equilibrio. E però intanto vede quel che succede in un sistema chiuso, serrato, autoreferenziale, infinitamente più blindato del carcere ordinario dove almeno vale il codice penale.

In manicomio no. La legge non esiste, esiste il potere assoluto ed esclusivo degli psichiatri che possono, paradosso di un luogo che dovrebbe essere cura, prolungare all’infinito la pena, basta scrivere un rapporto negativo e la fine pena non arriverà mai.

Sono cose che si sanno ma mai abbastanza. L’autrice è privilegiata in molti modi. La sua cultura le dà le parole per raccontare. Il suo sguardo sull’umanità addolorata che la circonda è pieno d’affettuosa curiosità. Il sistema è l’espressione di un potere senza controllo esterno. Unico contrappeso sarebbe un’etica professionale e umana capace di conservare il rispetto per gli esseri umani. Ma non tutti ce l’hanno e chi inizialmente ce l’ha spesso la perde per una specie di scivolamento nel sistema abusante.

Al manicomio criminale c’erano donne internate per aver risposto male a un agente di polizia, ragazze anoressiche, cleptomani. Non curate tanto quanto non lo erano quelle che avevano ucciso un figlio. Quante di queste ne elenca la marchesa Marsigli. Spesso si trattava di figli illegittimi, frutto di violenze, o figli indesiderati nati dopo molti altri in condizioni di miseria. Queste donne entravano al manicomio criminale e alla prima protesta, la prima malinconia oppure proprio senza alcun motivo se non l’ostile giudizio di una suora insoddisfatta o di un’infermiera stanca, venivano legate, contenute con la camicia di forza, sedate con iniezioni di largactil, un antipsicotico del quale anche la marchesa fa esperienza prima d’assorbire la regola dell’obbedienza silenziosa.

«In carcere ci sono le amnistie e i condoni, in manicomio invece le pene aumentano» (36). L’aumento della pena in manicomio si chiama «stecca». Intanto i medici le chiedono di fare delle traduzioni dall’inglese e dal tedesco per loro conto e, quando lo domanderà, le consentiranno d’iscriversi a Giurisprudenza e potrà godere del diritto di avere libri e permessi di uscita. Ma non la revoca dell’infermità mentale.

Sono tre gli anni che il diario della marchesa registra. In infermeria incontra ragazze che le sembrano del tutto normali. Una è dentro per schiamazzi notturni e abuso di alcol, ha sei figli, le hanno negato l’uscita e ha tentato il suicidio per disperazione. Chissà se uscirà (cf. 9). Tutti e tutte mangiano «come i maiali» (29) direttamente dal piatto perché non ci sono posate. Ci sono reparti in cui le persone vengono tenute a letto immerse nei loro escrementi, un odore e una vista insopportabili.

E poi c’è il potere. Le persone detenute non hanno diritti, nessuna legge le tutela, chi decide è il medico, e i medici, qui c’è l’accusa più tremenda, sono dentro un meccanismo che li rende sciolti, ab-soluti da ogni regola e controllo. E capita di tutto. Dove tutto vuol dire tutto, in particolare intorno al sesso che «domina sovrano» (159): c’è il sadico Felice, il feticista Pino, il necrofilo Ferdinando, l’esibizionista Nerino e così via. L’ambiente chiuso, senza stimoli, promiscuo scatena ogni perversione. Fra i malati innanzi tutto: «Michelino in un angolo del camerone piangeva e più tardi ho saputo che quella belva di Tognazzi lo aveva violentato in maniera crudele e che ora altri cercavano di fare lo stesso» (103).

Infermieri e medici vedono, a volte partecipano, ma tutto viene tollerato perché in fondo questi fatti sostengono la disumanizzazione necessaria a rendere accettabili sistemi di sopraffazione che hanno sostanzialmente l’obiettivo di difendere un potere.

La Prefazione del diario è di Franco Basaglia. Il manicomio, scrive, ha come «finalità reale la custodia e la repressione dell’internato» (XIII) e lo psichiatra non può che vivere dell’aggressività, della distanza, del sadismo come unici mezzi che gli consentano di assolvere – sotto l’apparenza di un servizio medico – quello che è il suo compito reale di tutore dell’ordine». Un rapporto di potere in cui il malato è la parte debole, non legittimato a essere creduto nel suo rivendicare dignità, perché matto e quindi facile oggetto di sopruso.

La marchesa Marsigli in effetti non fu dimessa. Quando capì che non sarebbe mai uscita perché era «la loro bandiera» in quanto studiava e traduceva libri, «simbolo del successo di una terapia mai ricevuta» (179) semplicemente scappò in America, durante uno dei suoi permessi. Sono passati quasi sessant’anni e chi pensa davvero che la riforma della legge 180 non sia stata una cosa necessaria dovrebbe rileggere questo libro e riconoscere quanto dolore inutile le strutture manicomiali hanno dispensato a chi meritava solo cure.

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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