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Attualità
Attualità, 10/2026, 15/05/2026, pag. 296

L'uomo della Hammelstrasse

Mariapia Veladiano

Questa «Rilettura» s’impone con l’autorevolezza di una scoperta che permette di allungare lo sguardo su un genere considerato minore ma pieno di sorprese. Era il 1945, sei anni di guerra feroce stavano per finire, Milano era al centro degli eventi e il 6 marzo di quell’anno, XXIII del calendario fascista, come sta diligentemente riportato in ultima pagina, viene pubblicato il romanzo L’uomo della Hammelstrasse (Edizioni Vitagliano, Milano), di Lydia Capece.

In un bel documentario della giornalista Pia Moretti (è del 1953 e lo si può ascoltare su Rai Teche: www.teche.rai.it) viene intervistata insieme a una acuta schiera di «autrici in rosa», come vengono definite. Tra le altre, Wanda Bontà, Giana Anguissola, Liala, Elisa Trapani e Lydia Capece, appunto. Lei era laureata in ingegneria e ha prodotto una quantità di scritture impressionante: più di 600 racconti, una dozzina di libri per ragazzi, tre commedie, testi per canzoni, e poi romanzi, il primo a 13 anni.

Fra le tante cose Pia Moretti le chiede se pensa che i suoi romanzi resisteranno al tempo e lei risponde che sì, alcuni dei libri per ragazzi probabilmente, e poi fra i romanzi d’amore solo L’uomo della Hammelstrasse. In realtà, salvo errori non risultano nuove edizioni dopo questa del 1945, e non si capisce bene il perché, dal momento che è un romanzo bello e colto, sicuramente non classificabile fra i romanzi «rosa» in senso stretto, ed è forse per questo che Lydia Capece lo aveva particolarmente caro, consapevole come era di scrivere una letteratura di genere molto targata.

Il romanzo è scritto in prima persona da una donna di cui non conosciamo molto perché le vicende narrate non la vedono protagonista. È sicuramente acuta, colta, curiosa, una donna che lavora, interessata ad aiutare il prossimo. Che le si presenta attraverso dei fogli bagnati di pioggia e gettati da una finestra di «Villa Quies», una casa di cura per malattie nervose nei pressi del Lago di Neusield (così nel testo, ora lo si trova scritto Neusiedl nelle carte) al confine fra l’Austria e l’Ungheria.

Lei li trova, li legge faticosamente, comprende la bizzarra richiesta d’aiuto che viene da una donna lì rinchiusa che si chiama Marcella Foldwar e accoglie l’avventura. Marcella ha abitato a lungo a Vienna, in Hammelstrasse 15, in casa di una donna di nome Solweig Hedewiken e di suo figlio. Poi ha lasciato la casa e ha sposato Carlo Foldwar, un gioielliere ricco e innamorato, dal quale ha avuto un figlio «candido che sembrava impastato di latte» (13).

Solo che loro, i genitori, erano scuri, di pelle e capelli e occhi scuri. Un capriccio della natura oppure un tradimento? Dal momento che il bambino è la copia conforme di un giovane uomo ritratto nell’arazzo che Marcella aveva in camera in Hammelstrasse e che questo giovane uomo era tale e quale il figlio della signora Hedewiken, il dubbio lavora nella mente di lei e, dopo una notte di delirio, anche nella mente di lui che conclude per l’adulterio e la rinchiude a «Villa Quies».

Il resto è una galleria di personaggi tutti ben costruiti, molto precisi e legati alle questioni del tempo. Non questioni storiche e nemmeno religiose (di Dio neanche l’ombra), piuttosto sociali, scientifiche, parascientifiche, un poco esoteriche. Perché si scopre che in effetti il figlio della signora Hedewiken, Gustav, era innamorato di Marcella e aveva tentato di ottenerne l’affetto attraverso moderne tecniche di suggestione, prese da Freud, Coué, Stevenson. Ma nulla era accaduto fra loro.

Anche se, alla fine del romanzo, l’effettiva strabiliante somiglianza fra Gustav e il figlio di Marcella insinua qualche dubbio anche nella narratrice. E forse in Marcella stessa. È proprio un bel libro, in cui confluiscono conoscenze scientifiche (c’è l’esplosione di un laboratorio di chimica assai ben circostanziata) e finezze psicologiche: «Non si è mai contenti di vedere una persona che conosce le nostre miserie» (181); il manipolatore va staccato dalle radici a colpi d’ascia (cf. 180); si è felici quando non si sa, anzi, quando si ha la forza di non voler sapere.

Le interviste di Pia Moretti sono tutte molto interessanti. Le scrittrici sono consapevoli della loro marginalità culturale. Hanno successo di pubblico ma la critica le ignora. E sanno anche di scrivere con un occhio a quello che le donne lettrici vogliono. Al tipo di donna che cercano nei romanzi, e soprattutto di uomo. Dicono di essere molto più libere quando scrivono libri per bambini e ritengono che quelle siano le loro opere migliori. Hanno una visione disincantata della società e credono, in generale, che la donna sia molto lontana dall’avere spazio e riconoscimento.

Alla domanda: «Che cosa pensa del mondo femminile oggi?», Lydia Capece risponde che le donne sono romantiche anche se appaiono spregiudicate. E questo in effetti emerge da altri suoi romanzi.

Ma questo romanzo, L’uomo della Hammelstrasse, l’unico che lei pensa possa sopravvivere al tempo, non è un romanzo d’amore. È un romanzo di tanti amori, tutti diversamente infelici, dove davvero viene via via negata ogni passione romantica, dove gli uomini sono in generale dei poveracci o degli imbroglioni o perseguitati dai loro stessi deliri di possesso, e le donne qua e là rimettono in sesto le cose, nella più assoluta consapevolezza di vivere in una dimensione di falsità.

La vera eroina è la protagonista, voce narrante, donna francamente libera di poter viaggiare, muoversi per risolvere l’enigma che le è caduto ai piedi, che non sembra, per tutto il romanzo, dover rendere conto a nessuno. Donna che scrive i fatti. La donna libera è la scrittrice. Che fosse questa la ragione per cui a Lydia Capece questo romanzo sembrava immortale?

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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