Cime tempestose
Non «potrei mai permettermi di dire di aver fatto Cime tempestose. Posso dire di aver fatto una mia versione che mescola i ricordi di quando lessi il libro per la prima volta con le mie fantasie di ciò che avrei voluto succedesse ai protagonisti. È Cime tempestose ma al tempo stesso non lo è».
Una rilettura, insomma. A parlare è Emerald Fennel, la regista britannica dell’ultima discussa versione cinematografica del romanzo che Emily Brontë pubblicò nel 1847 (qui faccio riferimento all’edizione di Rizzoli del 2022, con la traduzione di Beatrice Masini) e che da quasi due secoli abita il canone della nostra educazione letteraria.
Emily Brontë era la quinta dei sei figli di un curato dello Yorkshire e dopo la morte precoce della madre studiò, insieme alle sorelle, alla Cowan Bridge School, una scuola in cui venivano educate le figlie dei religiosi. Era un ambiente rigido e bigotto dal quale uscì in seguito alla morte per tubercolosi di due sorelle. Poi Emily visse quasi sempre nella casa parrocchiale del padre lavorando, scrivendo poesie e storie insieme ai fratelli (il terzo figlio era un maschio, Branwell, pittore e a sua volta aspirante letterato), in compagnia di una zia e una governante.
Un ambiente sostanzialmente religioso, in piena età vittoriana, del quale è interessante cercare traccia nel romanzo dove s’incontra subito l’unico personaggio dichiaratamente religioso fra quelli che abitano la tormentosa storia, ovvero Joseph il «vecchio, molto vecchio, forse, seppur sano e vigoroso» servo di Mr. Heathcliff (6), che lo ha ereditato insieme a Cime tempestose, la proprietà in cui abita da padrone dopo esserne uscito da reietto.
Joseph è un mostro d’ipocrisia: «Il più insopportabile fariseo moralista che abbia mai saccheggiato la Bibbia per impossessarsi di tutte le promesse e scagliare maledizioni sui suoi vicini» (48). Così lo descrive la buona Mrs. Dean, la governante voce narrante. Joseph è un personaggio rappresentato senza alcuna ironia, orribile senza redenzione. La parola di Dio, che manipola e predica, non lascia traccia alcuna nella sua anima e nemmeno nella sua disposizione verso il prossimo.
L’ironia invece è affilata quando si racconta come Miss Catherine, il mobilissimo appassionato motore di tutta la storia, abbia aggirato il divieto di leggere e scrivere impostole dallo stesso Joseph e abbia utilizzato creativamente i libri sacri, per la precisione l’Antico Testamento, unico testo necessariamente sottratto al divieto, per comporre il suo diario e anche fare «un’eccellente caricatura di Joseph, disegnato in modo rozzo ma potente» (24). La fede qui è strumento di potere nelle mani di un subalterno che ne abusa.
Ecco, vien da pensare, il risultato di tanti sforzi puritani e devoti della Cowan Bridge School. Ma anche no, perché l’intero romanzo è intessuto di umanissime evangeliche massime squisitamente cristiane, solo che si mescolano felicemente, si potrebbe dire, con il quieto buonsenso e la limpida umanità di Mrs. Dean. È lei il filo rosso di una fede tranquilla, interiorizzata come valore universale, che in modo spontaneo si fonde con la nostra comune umanità.
E dove sta l’amore in questo che è uno dei più popolari romanzi d’amore della storia della letteratura? Tutto ruota intorno al legame assoluto fra Mr. Heathcliff e Catherine: «Di qualunque materia siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono la stessa cosa» (92). Che amore è? Di sicuro è un romanzo sul dolore che si trasforma in rabbia e poi in furia per l’impossibilità di cambiare la realtà. Per non poter essere Dio.
Mr. Heathcliff è nato da chissà chi, per cui nobile non potrà mai esserlo, ma nemmeno può chiamarsi figlio. Eppure la vita potrebbe essere buona anche per lui e lo sperimenta con la spontaneità e la spensieratezza dell’infanzia e della prima giovinezza, sotto la protezione di Mr. Earnshaw che ne ha accolto il mistero e il dolore, e grazie al legame con Catherine, che lo riconosce e ama con potenza primigenia. Finché gli eventi non lo costringono a scappare. E tutto piomba nell’ineluttabilità delle cose e quello che rimane è la vendetta.
Lo scrive Emily Brontë nelle parole di Miss Cathy: «Sbalordita davanti al nero profondo di uno spirito che poteva continuare a rimuginare e a meditare vendetta per anni; e perseguire con ostinazione i suoi piani senza un sospetto di rimorso» (250). D’altro canto Mr. Heathcliff lo aveva detto annunciando la sua vendetta: «Non importa quanto dovrò aspettare... Dio non avrà la soddisfazione che proverò io» (69).
Un romanzo sull’amore sperimentato assoluto e insieme sull’impotenza. Non si può dar di nuovo principio alle cose. Ma se non si accetta di non essere Dio, allora la strada dell’ostinato serrarsi nella vendetta è tutta in discesa.
Emily Brontë aveva meno di trent’anni quando scrisse questo romanzo. Una brevissima esistenza piena di lutti, relazioni importanti perse (le sorelle morte di malattia, il fratello di alcolismo e droghe). Un concentrato di vita. Quando a sua volta si ammalerà, non curerà la sua malattia e si lascerà morire come misteriosamente (non parla, non spiega, sembra stritolato fra le mani di un destino altro su cui non ha potere) fa Mr. Heathcliff, il protagonista di Cime tempestose.
Il romanzo è un vortice di passione, violenza, tenerezza, superbia, ottusità, romanticismo, vendetta.
È sempre nuovo, a ogni rilettura, perché ogni volta ci si trova un pezzo della nostra tormentata umanità. Di sicuro c’è ancora spazio per altre riletture.