Italia - Camillo Ruini (1931-2026): il cardinale
Un protagonista della Chiesa
Il card. Camillo Ruini è morto. Scomparso il 16 giugno scorso all’età di 95 anni, Ruini è stato certamente un protagonista, per oltre vent’anni, della vicenda della Chiesa in Italia.
Il card. Camillo Ruini è morto. Scomparso il 16 giugno scorso all’età di 95 anni, Ruini è stato certamente un protagonista, per oltre vent’anni, della vicenda della Chiesa in Italia. Segretario della CEI dal 1986 fino al 1991 e poi per tre mandati consecutivi, fino al 2007, presidente e, contestualmente, vicario del papa per la diocesi di Roma (1991-2008), Ruini ha attraversato per intero il pontificato di Giovanni Paolo II e inizialmente quello di Ratzinger.
Figura di notevole preparazione teologica: si era laureato alla Gregoriana con una tesi sulla «Trascendenza della grazia nella teologia di Tommaso d’Aquino», che bene coglieva alcuni temi rilevanti del rinnovamento teologico; e di spiccata vocazione politica: lo zio Meuccio Ruini fu tra i protagonisti alla Costituente.
Il contesto reggiano tuttavia, soprattutto nell’immediato dopoguerra, contrassegnato dallo scontro ideologico col Partito comunista e dalla irrisolta questione dell’uccisione di partigiani cattolici e di sacerdoti da parte di esponenti del mondo comunista, lo aveva reso convinto che toccasse alla Chiesa marcare politicamente la differenza inconciliabile con l’ideologia comunista, a fianco di un partito cattolico che appariva minoritario e spesso subalterno.
Il suo rimaneva un marcato anticomunismo ideologico, diverso dall’anticomunismo democratico di De Gasperi o da quello politicamente inclusivo di Moro.
La Chiesa, una forma istituzionale
La Chiesa per Ruini era soprattutto una forma istituzionale. Le istituzioni sono gli organismi che determinano le regole, la politica è il luogo dell’esercizio del potere e della costruzione dei soggetti sociali. Il suo approccio alla realtà ecclesiale, privilegiando questa dimensione, ha accentuato la dimensione del rapporto tra Chiesa e Stato, tra presenza cattolica e società civile. Fu un conservatore non privo di aperture culturali. Non fu un tradizionalista o un intransigente. Basti ricordare, da presidente della Commissione vaticana, la frenata sulle rivelazioni mariane ai veggenti di Medjugorie.
A TV2000, per i suoi novant’anni, aveva dichiarato di considerare quale suo maggior risultato, negli anni di responsabilità, «quello di aver fatto capire che la Chiesa è importante per l’Italia. Si può essere d’accordo o non d’accordo, ma nessuno poteva dire che era qualcosa di irrilevante, che non contava nulla. E questo penso che sia sempre un obiettivo da perseguire».
Il suo rapporto con Giovanni Paolo II datava dall’autunno del 1984, quando egli era vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla e vicepresidente per il Nord Italia del Comitato preparatorio del II Convegno ecclesiale italiano di Loreto. L’intesa fu subito evidente circa la gestione del convegno. L’ala maggioritaria dell’episcopato italiano, legata alla linea più pastorale e meno politicistica, del presidente della CEI, il card. Ballestrero, e del card. Martini, in continuità con quella che era stata la «scelta religiosa» dell’Azione cattolica italiana, aveva una posizione non del tutto consonante col nuovo papa polacco. Ruini assunse la leadership della minoranza, espressione dei nuovi movimenti ecclesiali e dell’episcopato conservatore, immediatamente più vicina a Wojtyła.
Da Loreto la nuova linea
In realtà, Ruini non ha mai amato i movimenti ecclesiali (così come ha sempre stigmatizzato il dissenso cattolico), ma per lui era fondamentale la loro legittimazione istituzionale per farne una sorta di «nuovo appello al laicato», come era stato quello di Pio XII all’Azione cattolica negli anni Cinquanta, per consentire alla Chiesa italiana una maggiore presenza nella società e provare a salvare la Democrazia cristiana da un declino in corso da tempo.
Lo scontro tra le due linee pastorali fu palese nell’Assemblea ecclesiale di Loreto (9-13.4.1985; cf. Regno-att. 10,1985,279) e si manifestò proprio nell’intervento del papa l’11 aprile. Il testo, a cui aveva messo mano lo stesso Ruini, indicava chiaramente per l’Italia la necessità di un’opera d’inculturazione del Vangelo che trasformasse le linee di pensiero e i modelli di vita, avendo cura anche «che non si appiattisca la verità cristiana e non si nascondano le differenze, finendo in ambigui compromessi».
Il rischio da cui Giovanni Paolo II voleva mettere in guardia la Chiesa italiana era quello di finire «espropriati» di ciò che è sostanzialmente cristiano, «con la conseguenza della assimilazione al mondo invece che della sua cristianizzazione». Il papa chiedeva l’unità della Chiesa su un recupero di cristianità a livello sociale, a fronte della crisi già avanzata del cattolicesimo politico, e di operare affinché la fede cristiana «in una società pluralistica e parzialmente scristianizzata (…) recuperi un ruolo guida e un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro».
La condizione perché ciò accada è che venga superata «quella frattura tra Vangelo e cultura che è, anche per l’Italia, il dramma della nostra epoca». Su questa linea Ruini ripristinò le Settimane sociali e conferì peso alla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro; contrastò alcune scelte della Caritas italiana, la sua autonomia, il suo esercizio pratico di distinzione tra la dimensione veritativa e quella caritativa della fede; si schierò contro la Lettera dei 63 teologi italiani (maggio 1989; Regno-att. 12,1989,311) sui segnali di involuzione del magistero di fronte alle nuove questioni morali e pastorali; rilanciò il ruolo del quotidiano Avvenire e di altri media cattolici (l’Agenzia SIR e SATduemila) dando nuovo impulso alla presenza comunicativa della Chiesa; cercò di strutturare la CEI dandole maggiore peso organizzativo.
Bipolarismo in politica, accentramento nella Chiesa
Sul piano politico, dopo anni in cui il processo di distinzione tra il mondo cattolico e il partito della Democrazia cristiana (DC) si era progressivamente accentuato, la presidenza Ruini tornava a un sostegno costante e palese. Dal partito dei cattolici al partito cattolico, stabilendo un’analogia storica tra tenuta dei cattolici nella DC e tenuta della DC quale garante delle istituzioni. Fino a mobilitare il papa con una Lettera ai vescovi italiani (6.1.1994). Il testo papale riservava all’Italia una responsabilità generale e specifica per l’intera Chiesa cattolica: «All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Di questo preciso compito dovrà avere chiara consapevolezza la società italiana nell’attuale momento storico, quando viene compiuto il bilancio politico del passato, dal dopoguerra a oggi» (Regno-doc. 3,1994,78).
Conclusa la parabola storica della DC, e affermatasi la tendenza alla bipolarizzazione del sistema politico a seguito della riforma elettorale (Mattarellum), la CEI di Ruini mise a punto nell’autunno del 1994 una duplice strategia: l’una su un piano politico e l’altra su un piano ecclesiale. Sul primo, diveniva esplicita la presa di distanza formale dai nuovi soggetti politici emersi nel corso della transizione e, conseguentemente, si avviava il riconoscimento del bipolarismo come espressione della democrazia; mentre, su un piano ecclesiale, s’avviava un marcato processo di accentramento delle decisioni all’interno della Chiesa italiana, nel tentativo di proporsi direttamente come soggetto nel confronto con la società italiana e le istituzioni.
Dopo aver cercato il salvataggio della DC da parte della Chiesa, immaginando anche uno spostamento a destra della DC in chiave tedesca (in questo senso andava anche la partecipazione di Helmut Kohl, cancelliere della Repubblica di Germania, al Meeting di Rimini dell’agosto 1993 assieme al segretario della DC Martinazzoli, moderati da Roberto Formigoni). Il tentativo Martinazzoli-Segni di mantenere il partito (divenuto nel frattempo Partito popolare) al centro fallì nelle elezioni del 1994.
Ruini (non così la maggioranza dei vescovi, inclini alle nostalgie del passato democristiano) riconosceva, pur nel nuovo schema clericale, il bipolarismo come espressione più moderna della democrazia. La porzione di episcopato manifestamente conciliare appariva maggiormente avanzata in senso ecclesiale e maggiormente arretrata in quello politico rispetto alle posizioni ruiniane.
Il riposizionamento della Chiesa nel nuovo contesto politico fu espresso da papa Giovanni Paolo II a Palermo nel 1995, durante il III Convegno ecclesiale italiano, dedicato al tema del decennio e intitolato: «Il Vangelo della carità per una nuova società in Italia», e consegnato alla seguente affermazione: «La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico e di partito, come del resto non esprime preferenze per l’una o per l’altra soluzione istituzionale, o costituzionale, che sia rispettosa dell’autentica democrazia» (Regno-doc. 21,1995,668).
L’unità dei cattolici veniva ora spostata sul piano dei principi morali e su quello culturale. Le riforme istituzionali non avevano alcun veto ecclesiale e la stessa Costituzione fuoriusciva da una dimensione «sacrale», come era stata riproposta nel 1993 dai «Comitati per la Costituzione».
La strategia del «progetto culturale»
Ma accanto alla formulazione dell’equidistanza dai soggetti politici (equidistanza a geometria variabile), Ruini definiva, attraverso il cosiddetto «progetto culturale», un’articolata strategia che mirava a cercare di colmare la distanza della Chiesa dalla società e dalla politica stessa.
L’aggettivo «culturale» faceva riferimento a un terreno comune sul quale doveva collocarsi la proposta pastorale; il sostantivo «progetto» esprimeva invece l’esigenza che la Chiesa occupasse nuovamente e incisivamente quel terreno comune con una propria proposta che fosse prospettica, critica e creativa: «Per la Chiesa e per ciascun credente la sollecitudine e l’impegno riguardo agli indirizzi e agli sviluppi della cultura non è una forma di evasione da più concrete responsabilità pastorali e sociali, vuol dire farsi carico di quegli ambiti nei quali maturano le condizioni dei modi di pensare, delle scelte e dei comportamenti religiosi e morali oltre che civici e sociali» (C. Ruini, prolusione al Consiglio permanente della CEI, 19.9.1994, ripresa da lui stesso al III incontro nazionale del progetto culturale; Regno-doc. 7,2004,199).
La nozione di cultura è evidentemente una nozione antropologica. Vi era qui una consapevolezza di tipo epocale diversa dal tradizionale intransigentismo antimoderno del cattolicesimo. Il presidente della CEI non indietreggiava rispetto alla conquista conciliare di un apprezzamento per il mondo contemporaneo; vi era un’accettazione dell’antropocentrismo, ma anche una consapevolezza critica: la razionalità tecnico-scientifica che ha unificato il mondo, lungi, per sé sola, dall’essere in grado di significarlo secondo una proposta compiuta di civiltà, rischia di creare una condizione nella quale l’uomo stesso si trova radicalmente messo in questione.
Il card. Ruini sviluppava, nel tempo, una lettura del «progetto culturale» che riprendeva alcuni elementi anche della «religione civile» americana, in un rapporto assai stretto con la nazione italiana: va ricordata qui la sua omelia esequiale per i morti di Nassiriya (Iraq), pronunciata il 18 novembre 2003.
La critica che allora fu avanzata da esponenti della Chiesa italiana (noi tra essi: cf. Regno-att. 20,2003, 649) riguardò non tanto l’idea in sé di perseguire un «progetto culturale», dotando la Chiesa di un nuovo linguaggio e di una maggiore formazione (il che rimane anche oggi imprescindibile), quanto il rischio di ripresentare l’antica strategia di un’egemonia civile del cattolicesimo, peraltro illusoria, per surrogare la fine dell’unità politica dei cattolici; l’ambiguità nel rapporto tra consenso morale e consenso politico; il problema del rapporto tra legge e valori (riformulato nel 2002 dalla Congregazione per la dottrina della fede con la formula restrittiva dei «valori non negoziabili»); infine il rischio di una perdita di centralità del tema dell’evangelizzazione e della Parola nella Chiesa e nell’annuncio, a fronte di un processo d’ideologizzazione della fede.
Ecclesiasticizzazione e moderatismo
Su un piano pastorale era il tema della comunicazione e della missione a tenere il passo. Ruini notava una «sproporzione tra il radicamento sociale e la vitalità di iniziative che il cattolicesimo ha (...) nel paese e le sue capacità di influsso culturale, prima che politico» (C. Ruini, Prolusione ai lavori della XLIII Settimana sociale dei cattolici italiani, 16.11.1999). Come a dire che il tema della trasmissione della fede non può essere risolto solo al livello interno alla comunità, senza porsi il problema del divenire della società e della cultura, in particolare della cosiddetta cultura pubblica.
Su un piano politico, la posizione descritta dai vertici della CEI proponeva in linea di principio una Chiesa in forma equidistante sul piano politico; fatta salvo per sé un atteggiamento costantemente critico, rafforzato anche sul versante comunicativo dal venir meno del vincolo del rapporto con la DC; riteneva, infine, che il Concordato rappresentasse sufficientemente il quadro garante di ogni relazione con lo Stato e le sue istituzioni.
Il secondo esito (tutto interno alla Chiesa italiana) è stato quello di un processo progressivo di ecclesiasticizzazione della Chiesa e d’accentramento nelle sue relazioni interne, sia per quel che riguarda l’autonomia delle Chiese locali, sia per quel che riguarda il laicato, ricondotto a ruoli organizzativi. L’effetto era quello di una maggiore unità verso l’esterno della Chiesa, una presenza pubblica espressamente riconoscibile nei media, e maggiormente vincolante all’interno.
Sul piano concreto, la relazione della Chiesa con i due schieramenti del bipolarismo italiano è andata sbilanciandosi verso il centro-destra, certamente meno ideologicamente attraversato da componenti neo-radicali, ma non per questo meno secolarizzante, semplicemente sulla base di una progressiva identificazione tra cattolicesimo e moderatismo, tra cattolicesimo e conservazione dell’identità nazionale.
La fuoriuscita e le alternative mancanti
Né il «progetto culturale», che con un intento ancora troppo politicistico affidava alla gerarchia il compito di trattare direttamente con la politica, con le istituzioni e con la società italiana, per traghettare il «mondo cattolico» dopo la DC, oltre la DC, tenendolo unito attraverso un processo di centralizzazione ecclesiastica; né il decennio successivo, contrassegnato dal cambiamento di due presidenti della CEI e di due pontificati (fino a Francesco), che ha corrisposto sostanzialmente a una fuoriuscita afasica della Chiesa italiana dal modello precedente, senza saperlo sostituire, sono stati in grado, sul lato ecclesiale, di predisporre «altri strumenti» o alternative pastorali.
Esaurite le ragioni storiche del cattolicesimo politico che si era riconosciuto nella DC i residui di quella stagione si divisero tra gli esponenti della sinistra democristiana (variamente radunati e sparsi dapprima nel Partito popolare, poi nella Margherita), che al riparo dell’Ulivo trattarono con i post-comunisti la quota minoritaria di loro spettanza, e gli epigoni del CAF (i Governi pentapartiti che facevano capo all’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani), che a loro volta si misero al servizio della leadership berlusconiana.
È di questa parte, quella maggioritaria, che il card. Ruini fu il riferimento costante, guidato dall’ambizione di ispirarne non solo la componente post-democristiana ma l’intero campo politico (la coalizione amica), come leader culturale e allo stesso tempo politico, più che religioso.
L’Ulivo fallì il suo obiettivo principale, che non era quello di portare semplicemente i post-comunisti al Governo, normalizzando la democrazia italiana, ma di salvaguardare attraverso la costruzione di una coalizione governante (il centrosinistra senza trattino) il ruolo di quella parte del cattolicesimo che si era riconosciuta in un progetto riformatore. Nell’altro campo anche la posizione del card. Ruini si rivelò velleitaria: il partito di Berlusconi e il berlusconismo non erano trasformabili nella CDU italiana.
Le questioni irrisolte allora a centrodestra e a centrosinistra sono ancora quelle che nell’arretramento politico attuale, impedendo una fuoriuscita dal post-comunismo e dal post-fascismo, bloccano (e potremmo dire impantanano) la democrazia italiana e rendono assai meno significativa la stessa presenza della Chiesa e dei cattolici.
Gianfranco Brunelli *
* L’articolo è stato anticipato su Re-blog.it il 23.6.2026, bit.ly/3QzlWFJ. Qui viene pubblicato con alcune integrazioni.