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Attualità
Attualità, 4/2025, 15/02/2025, pag. 128

Sull’indulgenza

Fisichella: «Ma usiamola solo al singolare»

Luigi Accattoli

Amo gli anni santi che hanno segnato ogni decennio della mia vita (cf. Regno-att. 2,2025,64) ma faccio il vago sulle indulgenze, guaioso scoglio di storia e anche di lingua. Che tu debba confessarti e comunicarti per poterla conseguire, già mi confonde: vi sarebbe dunque qualcosa che conta più dei sacramenti?

Vengono poi a raddoppiare la confusione i complementi di luogo e di tempo di questa grazia aggiuntiva. La fai tua se ti muovi per tempo, entro i termini – poniamo – del giubileo, o se la tua pietà l’eserciti in quella chiesa, o a quell’altare e non a quell’altro. Ma non era giunta l’ora nella quale avremmo dovuto adorare in spirito e verità e non su questo o quel monte?

Quell’idea di cambiarle il nome e di chiamarla «misericordia»

Sono infine allergico alle indulgenze per fatto personale, direi professionale. Per tutte le volte che alla Repubblica e poi al Corsera un caporedattore mi ha detto: «Facciamo anche un boxino sulle indulgenze mettendoci un ritratto di Lutero».

Come già i predecessori Montini, Wojtyła e Ratzinger, papa Bergoglio su questo sassoso terreno è attaccato sia da destra, poniamo da Sandro Magister: «Evita accuratamente di pronunciare la parola indulgenza»; sia da sinistra, poniamo da Andrea Grillo, severissimo con la «normativa indulgenziale» che viene riproposta a ogni apertura di porta santa.

Ma tra chi evita anche di pronunciare la parola indulgenza e la Penitenzieria apostolica che imperturbabile continua a pubblicare «concessioni» d’indulgenze, c’è quantomeno una piazzola con meno sassi nella quale mi pare abbia inteso piantare la sua tenda l’arcivescovo Rino Fisichella, primo responsabile vaticano di questo anno santo, che dedica a «L’indulgenza giubilare» un capitolo del volume Il giubileo della speranza (San Paolo, 2024).

In esso l’arcivescovo invita a scansare due pericoli: quello d’«assolutizzare» la dottrina dell’indulgenza e quello di «rifiutarla». Si tratta piuttosto di collocarla – argomenta – nel giusto posto «all’interno di una gerarchia di verità» che l’accoglie ma non l’enfatizza. Per dirla con il linguaggio da parroco con cui si espresse il card. Luciani, presentando ai cattolici veneziani il giubileo del 1975: l’indulgenza «non è necessaria a nessuno ma può essere utile a molti».

Mi sono fermato in particolare sulle pagine 103 e 104 del testo di Fisichella, dove l’autore si chiede se sia bene «cambiare nome» all’indulgenza giubilare e «inventarne un altro».

«Il problema non ci trova entusiasti», dice subito l’arcivescovo e opina che la modifica potrebbe persino portare a una maggiore confusione: «Ciò che si dovrebbe accentuare, piuttosto, è l’uso al singolare della parola indulgenza. In questo modo, il contenuto espresso sarebbe più facilmente conciliabile con quello di misericordia che alla fine riteniamo sia il termine più coerente e adeguato per esprimere la realtà dell’indulgenza».

Ed è proprio questa la scelta linguistica attuata da Francesco nella bolla giubilare: «L’indulgenza, infatti, permette di scoprire quanto sia illimitata la misericordia di Dio. Non è un caso che nell’antichità il termine “misericordia” fosse interscambiabile con quello di “indulgenza”, proprio perché esso intende esprimere la pienezza del perdono di Dio che non conosce confini (…) come scrisse san Paolo VI, è [Cristo] “la nostra ‘indulgenza’”» (Spes non confundit 23; Regno-doc. 11,2024,329).

Quanto alle possibili denominazioni alternative dell’indulgenza, mi era capitato di leggere otto anni addietro, in occasione del giubileo straordinario della misericordia, sulla rivista Settimana, un’intervista di Francesco Strazzari al teologo gesuita francese Bernard Sesboüé che segnalava come il termine «indulgenza» fosse «troppo gravato dal peso dei conflitti storici» e suggeriva l’adozione di altri nomi «biblici e tradizionali» come quelli di benedizione, misericordia, benevolenza divina gratuita.

Ma forse basterà dire:
«la grazia del giubileo»

In proposito mi permetto di segnalare un’altra possibilità, più semplice e immediatamente disponibile: «Grazia del giubileo». Mi fu proposta in un colloquio personale dal card. Virgilio Noè in occasione del grande giubileo del 2000, quand’egli era arciprete della basilica di San Pietro e fu incaricato di parlare a noi giornalisti della porta santa e dell’indulgenza che si riceve attraversandola. Gli feci osservare che quella parola non era innocente: «E lei non la usi – mi disse sereno – e metta semplicemente, al suo posto, l’espressione la grazia del giubileo».

Sono lieto di vedere che questa soluzione è spesso adottata da Francesco, per esempio nella bolla giubilare – al paragrafo 5: «la grazia giubilare della misericordia» (Regno-doc. 11,2024,323) – e nella preghiera in preparazione di questo anno santo: «La grazia del giubileo ravvivi in noi l’anelito verso i beni celesti».

 

www.luigiaccattoli.it

Tipo "Io non mi vergogno del Vangelo"
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