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Attualità
Attualità, 6/2022, 15/03/2022, pag. 137

La guerra di Putin contro l’Ucraina: un’altra «inutile strage»

Che cos’è in gioco

Gianfranco Brunelli

L’aggressione di Putin all’Ucraina è già costata migliaia di morti. «Fiumi di sangue e di lacrime», come ha detto papa Francesco. Un’altra «inutile strage», in nome della volontà di potenza che è diventata, oltre ogni previsione, l’esercizio brutale della potenza. Il potere di un autocrate torna a mostrare la propria forza demoniaca.

 

L’aggressione di Putin all’Ucraina è già costata migliaia di morti. «Fiumi di sangue e di lacrime», come ha detto papa Francesco. Un’altra «inutile strage», in nome della volontà di potenza che è diventata, oltre ogni previsione, l’esercizio brutale della potenza. Il potere di un autocrate torna a mostrare la propria forza demoniaca.

Putin ha riportato la guerra in Europa in palese violazione del diritto internazionale e dei principi della Carta delle Nazioni Unite, compromettendo, come ha dichiarato il Consiglio europeo, «la sicurezza e la stabilità europea e mondiale», causando «sofferenze indicibili alla popolazione ucraina».

In pochi avevano creduto all’effettività di un attacco diretto, massiccio, della Russia all’Ucraina. Preoccupazioni per i rischi di un’escalation erano state espresse da mesi. E da ultimo la diplomazia soprattutto europea si era impegnata in colloqui continui. Ma all’attacco si credeva che non ci si sarebbe arrivati. Troppo rispetto alla strategia pur prepotente che Putin aveva applicato sin qui nella sua politica espansionistica.

In Georgia nel 2008 si era fermato. Un salto di livello era avvenuto con l’annessione della Crimea e l’occupazione di fatto delle regioni russofone del Donbass, nel 2014, ma poi si era fermato. C’erano state azioni di cyberwar, incursioni condotte da mercenari sul campo, appoggio a insurrezioni interne sostenute e legittimate in chiave etnico-nazionale, secondo lo schema delle nuove cosiddette «guerre grigie» o «guerre non convenzionali». Ma una guerra di queste proporzioni no.

Le responsabilità dell’Occidente sono inscritte nella crisi della concezione del ruolo internazionale degli Stati Uniti e in un’idea mercantilistica di Europa. Il ritiro scellerato dall’Afghanistan nel 2021, aver consentito a Putin, rilegittimandolo, d’intervenire nella guerra siriana e in Libia al posto nostro, chiudendo gli occhi in nome della partnership economica, immaginare la Russia come mercato, senza una visione politica, gli ha comunicato la nostra debolezza politica. Il nuovo ordine mondiale, dopo il crollo del sistema sovietico, non poteva essere lasciato in mano al capitalismo finanziario, senza vincoli per i paesi dichiaratamente autoritari o dittatoriali. Altro che il problema della NATO.

Ma queste responsabilità oggi sono state scavalcate e superate dalle decisioni scellerate dell’autocrate di Mosca.

L’aggressione russa – oggi appare chiaro – è il risultato da un lato della creazione di un sistema autoritario che Putin, in 22 anni, ha costruito attorno a sé, e di una visione politica basata sull’idea della ricostruzione dell’impero russo come realtà nazionalistico-religiosa. Quando nel discorso del 21 febbraio Putin ha affermato di «voler rimediare agli errori di Lenin», soprattutto quello di riconoscere una forma d’autonomia e d’autodeterminazione delle Repubbliche sovietiche su base nazionale, sancendo la fine della grande Russia pre-rivoluzionaria, ha drammaticamente riconfermato al mondo il suo disegno.

Putin vuole ricostruire un equilibrio geostrategico basato su sfere d’influenza come durante la Guerra fredda: per questo vuole annettersi l’Ucraina. Più che la NATO, teme l’Europa. Non la tensione militare ai confini, ma la democrazia. Il suo contagio. Solo in un sistema di scontro tra blocchi di potere il suo sovranismo regge.

Lo scontro è sul diritto e sulla democrazia

A posteriori, occorre dire che il primo annuncio lo aveva fatto alla Security Conference di Monaco nel febbraio del 2007, dove aveva pronunciato un lungo discorso-manifesto nel quale annunciava che Mosca non sarebbe stata più disposta a giocare ruoli secondari, pretendendo d’essere parte di un mondo multipolare, alla pari della Cina e di altre nuove potenze emergenti, e non subordinata a Washington. Anche se in quella fase egli lasciava aperta la porta a rapporti di partenariato con l’Occidente in tutti campi.

Dopo Monaco, Putin ha avviato la ricostruzione delle forze armate, compreso il rimodernamento dell’arsenale nucleare e l’espansione delle attività di intelligence. Contemporaneamente ha iniziato a modificare e limitare le istituzioni democratiche, acquisendo il controllo dei media, consolidando le industrie statali, eliminando gli oppositori al suo regime, sostituendo i vecchi oligarchi eltsiniani con suoi uomini di fiducia.

Oggi a Kiev si confrontano due modelli di sovranità: la legge democratica, fondata sul diritto che istituisce quel delicato equilibrio tra legalità e legittimazione sul quale si reggono le democrazie e le libertà, e l’idea della forza monocratica, il kratos, che evoca l’arbitrio e il riferimento a una forza brutale, alla durezza, alla crudeltà, al prevalere violento sugli altri.

Richiamando Hans Kelsen, potremmo ricordare sinteticamente che la conquista dei moderni, sancita dal paradigma politico liberale, è stata l’uso del diritto per regolamentare la forza. E se il diritto non può fare a meno della forza, è proprio il diritto che pone limiti all’uso della forza, cambiandone la natura, trasformandola in forza regolata, argomentata, grazie alla norma stessa. Cosicché, mentre il diritto si pone come un limite della forza, contemporaneamente esso ne costituisce la giustificazione. Controllandola la legittima. Legittimandola la controlla.

Distinguendosi da essa, separando il principio ordinatore dallo strumento applicativo si dota della possibilità di sanzionarne la violazione, in una dialettica tra il fondamento normativo dell’ordine e la potenza chiamata a garantire l’ordine nella prassi. Questo principio ha consentito l’affermarsi del costituzionalismo, dello stato di diritto, del diffondersi delle istituzioni democratiche, della rappresentanza politica, del garantismo giuridico.

Dopo le tragedie del Novecento, dopo la sconfitta, a caro prezzo, dei totalitarismi, dopo la fine della Guerra fredda e il crollo del sistema sovietico, il mondo si trova nuovamente minacciato. Oltrepassando ogni limite, Putin sta facendo fare all’umanità un tragico, gigantesco passo indietro. Non potendo fermare l’orologio della storia ha pensato di romperlo.

Per questo, Putin va isolato e va fermata la paranoia di questa guerra. L’equilibrio precedente, per quanto insufficiente, non può essere ristabilito. Per rivendicare il proprio protagonismo internazionale, Putin lo ha violentemente distrutto. Non conosciamo né il modo né il costo di un nuovo possibile equilibrio. Sappiamo che un nuovo ordine mondiale passa da un disegno che veda assieme gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa. La Cina deve fare una scelta strategica, rimuovendo il proprio legame con Putin. Gli Stati Uniti riacquisendo una leadership necessaria devono far esistere, in una partnership nuova, l’Europa.

La pace non daltonica di papa Francesco

Occorre anche menzionare la posizione della Santa Sede di fronte a questa situazione e di fronte alle ripetute benedizioni che il patriarca ortodosso di Mosca Cirillo ha dato all’operazione della guerra in Ucraina. La subalternità di Cirillo a Putin è totale. Putin ha favorito in ogni modo la Chiesa ortodossa russa e oggi la Chiesa lo ripaga con un’obbedienza che ne mette a rischio la sua stessa credibilità. La situazione delle Chiese in Ucraina è complessa, con la presenza diffusa di almeno 4 confessioni cristiane. Due, tra loro contrapposte, di tradizione ortodossa: l’una legata Mosca e l’altra al Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Le altre due, legate a Roma, esprimono sia la tradizione latina, sia quella greco-cattolica. Ma il metropolita ortodosso di Kiev, Onofrio, espressione del Santo Sinodo russo, ha definito la guerra di Putin «il peccato di Caino», schierandosi con l’Ucraina, separandosi di fatto da Mosca.

Il papa non è solo preoccupato per lo scontro tra Chiese e tra cristiani, quanto complessivamente per la guerra e il destino dell’intera popolazione. La posizione della Santa Sede, che rimane disponibile a ogni azione diplomatica per ricostruire una qualche premessa di pace, parte tuttavia dal riconoscimento esplicito della differenza tra l’aggressore e l’aggredito. L’appello al cessate il fuoco guarda alla situazione reale, dove «le vittime sono sempre più numerose, così come le persone in fuga, specialmente mamme e bambini».

Il riconoscimento e la condanna dell’invasione dell’Ucraina sono netti, così come la violazione del diritto internazionale da parte di Putin. «Non si tratta solo di un’operazione militare – ha detto il papa – ma di guerra, che semina morte, distruzione e miseria». Dunque non c’è alcuna equidistanza tra Putin e l’Ucraina, tra l’aggressore e l’aggredito da parte della Santa Sede. Né ci può essere equidistanza perché verrebbe meno l’idea di bene se la vittima e il carnefice fossero messi sullo stesso piano. E con l’idea del bene verrebbe meno l’idea di Dio.

Poi c’è il tema del rispetto del diritto internazionale: «Cessino gli attacchi armati e prevalga il negoziato – e prevalga pure il buon senso –. E si torni a rispettare il diritto internazionale!». Dunque Putin non ha agito nel quadro di alcun diritto. E anche all’interno del proprio paese la crescente repressione e le leggi sulla stampa stanno facendo virare il regime putiniano in senso sempre più autoritario e autocratico.

Il papa ha riconosciuto anche il ruolo fondamentale dell’informazione: «Vorrei ringraziare – ha detto all’Angelus, domenica 6 marzo – anche le giornaliste e i giornalisti che per garantire l’informazione mettono a rischio la propria vita. Grazie, fratelli e sorelle, per questo vostro servizio! Un servizio che ci permette di essere vicini al dramma di quella popolazione e ci permette di valutare la crudeltà di una guerra». L’informazione, che conta già le proprie vittime in Ucraina e anche in Russia, è in questa guerra lo strumento strategico per mostrare e ascoltare il lamento di chi soffre, e per poter giudicare le responsabilità storiche di quello che sta accadendo.

 

Gianfranco Brunelli

 

Tipo Articolo
Tema Pace - Guerra Vita internazionale Politica
Area EUROPA
Nazioni

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