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Attualità
Attualità, 4/2022, 15/02/2022, pag. 110

Il confessore di Cavour

Mariapia Veladiano

È un piccolo romanzo storico pieno di grazia e di competenza. Lorenzo Greco è docente di Letteratura contemporanea, ha insegnato in America (Berkeley, Davis, San Francisco, Madison) e in Italia (Pisa) e ha scritto questo bel romanzo nel 2010, in vista dei 150 dell’Unità d’Italia e anche della morte di Camillo Benso conte di Cavour, che all’unificazione aveva dedicato gran parte dell’attività politica e che venne a mancare appena dopo l’apertura del primo Parlamento unitario.

Il 26 marzo del 1860 Cavour era rientrato nella scomunica che papa Pio IX aveva emesso contro «gli usurpatori dello Stato pontificio, i loro mandanti, fautori, aiutatori, consiglieri, aderenti» e in quanto scomunicato non avrebbe potuto ricevere i sacramenti, se non dopo aver ritrattato formalmente le sue posizioni.

Il romanzo nasce da un documento, arrivato all’attenzione degli storici in tempi relativamente recenti, in cui padre Giacomo da Poirino, dei Minori riformati, racconta come, essendogli stata affidata la parrocchia di Santa Maria degli Angeli in Torino, venne a essere in una qualche confidenza con Cavour, che lì risiedeva, e come in punto di morte Cavour lo chiamò per essere confessato e comunicato in vista dell’estremo passaggio.

E lui questo fece, perché questo era solito fare, confessare tutti quelli che gli chiedevano di confessarsi. E anche perché lo aveva promesso a Cavour che un giorno lo aveva chiamato per farselo promettere e un altro giorno, dopo la scomunica, lo aveva in modo alquanto indiretto mandato a Roma a chiedere proprio come avrebbe dovuto comportarsi in punto di morte con una persona come lui, cristiano cattolico scomunicato. La risposta, sempre indiretta, non arrivata direttamente dal papa e in nessun modo messa per iscritto, lo aveva confortato e così padre Giacomo al momento opportuno aveva confessato e comunicato il Conte, semplicemente.

E invece non è così semplice. Perché se Cavour ha ritrattato le sue posizioni, le conseguenze politiche sono enormi.

Nel romanzo padre Giacomo racconta in prima persona il nuovo più tormentato viaggio alla volta di Roma, dove papa Pio IX lo convocò alla morte di Cavour, e la sua permanenza in città fino alla fine dell’inquisizione che lo riguardò, prima a opera del papa e poi degli inquisitori del Sant’Uffizio.

Non è ingenuo padre Giacomo, che è diventato prete giovanissimo proprio per le doti d’intelligenza oltre che per le qualità morali, e lo si capisce fin dal primo colloquio con Pio IX. Sa che cosa si chiede a lui, ultimo dei frati, sa che si chiede qualcosa che permetta di dar ragione alla Chiesa in ogni caso, o Cavour ha ritrattato oppure lui, confessore, è stato negligente.

E infatti prova a uscirne, con linearità: dal momento che Cavour ha dichiarato pubblicamente in punto di morte, d’aver chiesto lui spontaneamente il conforto della fede, allora, forse, si può pensare che fosse implicita una ritrattazione delle sue posizioni. Ma non è così per Pio IX il quale sa che questo non basta a dargli ragione. E gli chiede la dichiarazione di essere stato negligente nel suo dovere di prete. E però padre Giacomo a questo non ci sta proprio.

È straordinario seguire i bizantinismi, i non detto, gli ammiccamenti, le piaggerie della Roma ecclesiastica che tenta disperatamente di non scivolare giù dal trono del cesaropapismo. Si può pensare che ci sia condanna tranchant, sarcasmo o acrimonia nel racconto, e invece no, né da parte dell’autore, che chiaramente simpatizza per padre Giacomo, né da parte della voce narrante, sempre misurata e dolente. Eppure il buon frate sa che può finir male.

Comunque resiste. E osserva. C’è un mondo religioso buono, solidale, che lo aiuta e conforta, perseguitato ma non ribelle. È quello del Convento a Ripa, al di là del Tevere, dove vengono inviati frati in odore di eresia, insieme a malati nel corpo e nella mente. Tanto dolore ma lì c’è Dio e lì padre Giacomo trova sponda gentile al suo resistere.

Una ricostruzione bella, minuta nella precisione dei palazzi romani, dei monumenti, delle strade, delle persone, e insieme struggente perché la Roma nella quale ci pare di camminare insieme a padre Giacomo da Poirino è segnata da una povertà estrema, anche più estrema della Torino da cui proveniva: «L’isola Tiberina... era affollata di torme di miseri vagabondi, di infelici, di vecchi ammalati. Pareva un vascello traboccante di derelitti che lì avesse fatto naufragio. Il teatro pietoso della miseria e dell’abbandono umani non poteva conoscere fondale più stridente dello splendore della bellezza monumentale di Roma. Almeno la sobrietà della mia Torino rendeva più dignitosa la miseria sconfinata di tanta popolazione» (16s).

Con lui condividiamo lo stupore per un ambiente religioso, anche quello dei suoi frati superiori, in cui «tutti conoscevano difetti e miserie, e di ogni fatto avevano in serbo le spiegazioni più meschine» (78). Nei quindici giorni dell’inquisizione romana padre Giacomo s’interroga onestamente, fruga nella sua memoria e cerca di capire se nell’amicizia che Cavour gli ha concesso non ci fosse del calcolo e se lui per caso non abbia capito il gioco. Ma l’esame personale si conclude con la certezza della propria onestà di prete, mentre l’esame degli inquisitori si chiude con la sospensione a divinis.

Vivrà solo e povero fino alla morte. In appendice al romanzo è riprodotto il documento originale da cui nasce la narrazione. Una meraviglia anche questo, nella sua limpida onestà.

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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