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Attualità
Attualità, 2/2022, 15/01/2022, pag. 42

L’uomo dai molti nomi

Mariapia Veladiano

Graham Greene lo aveva pubblicato in inglese con il titolo The Captain and the Enemy che in Italia è diventato L’uomo dai molti nomi (Mondadori, 1998). Il titolo cambia spesso in traduzione: per farlo suonare bene in un’altra lingua, per inseguire i successi del momento (quanti fiori e laghi e segreti nei romanzi di questo inizio secolo), per renderlo coerente ai titoli dei romanzi che l’autore ha pubblicato già.

 

Graham Greene lo aveva pubblicato in inglese con il titolo The Captain and the Enemy che in Italia è diventato L’uomo dai molti nomi (Mondadori, 1998). Il titolo cambia spesso in traduzione: per farlo suonare bene in un’altra lingua, per inseguire i successi del momento (quanti fiori e laghi e segreti nei romanzi di questo inizio secolo), per renderlo coerente ai titoli dei romanzi che l’autore ha pubblicato già.

In questo caso chissà. Forse in carsico accordo con una tradizione mediterranea (ebraica, greca e latina) che attribuisce al nome un valore quasi ontologico? Per cui l’uomo dai molti nomi è l’eco dell’essere che si dice in molti modi, è l’irriducibilità dell’esistenza al ruolo, è la necessità esistenziale e teologica di essere riconosciuto e quindi di avere il nome mutato (e adeguato) a questo riconoscimento?

In ogni caso in questo romanzo bello, sorprendentemente pieno di domande, moderne domande, e anche sorprendentemente meno famoso rispetto ad altri di Graham Greene, i due protagonisti hanno un problema con il nome.

Jim è un bambino che frequenta una scuola come convittore e quindi ci abita, esattamente come capitò a Greene da ragazzo alla Berkhamsted School, nella contea dell’Hertfordshire, vicino a Londra. Lì Jim è oggetto di bullismo, diremmo oggi, di emarginazione, isolamento, si diceva allora anche se in generale l’intera faccenda era molto meno visibile di oggi, perché oggi abbiamo occhi allenati. E anche Greene fu vittima di bullismo al suo collegio, probabilmente perché non gli giovava essere figlio dell’headmaster, del direttore del collegio stesso.

Come si fa? Come puoi essere amico dei tuoi amici coetanei, se tuo padre è il capo e quindi (dovrebbe) essere il nemico? I richiami direttamente autobiografici finiscono qui, forse. Jim, che in realtà si chiama Victor Baxter, nome che odia, un giorno se ne va dal collegio portato via da un signore che si presenta come il Capitano, che sembra perbene e che esibisce a un altro headmaster, letterario, una lettera del padre che lo autorizza a prelevarlo. Siccome proprio niente della sua vita gli piace fin lì e benché l’uomo sia un estraneo, dal momento che lui per gli estranei non prova proprio nessun timore perché «gli estranei non erano pericolosi (...) Un estraneo non è qualcosa di permanente. È facile difendersi dagli estranei» (16) e niente può essere peggio del collegio in cui vive dopo la morte della madre e il sostanziale abbandono del padre, Jim lo segue.

L’avventura non è truce come di sicuro ci viene di pensare. Scritto nel 1988 e ambientato un po’ prima dal momento che incontriamo Somoza, i sandinisti e una Panama che ci riporta a quegli anni, la dimensione avventuroso-esistenziale poteva ancora prevalere su quella splatter dei contemporanei nostri romanzi con bambini protagonisti.

Se la cava benino, Jim. Il nome gli viene cambiato proprio in occasione di questo passaggio di consegne, che si completa con un’ulteriore consegna a Liza, una donna, amica, forse amante, di sicuro amatissima dal Capitano, seppure a suo modo. Al modo di chi? Un ladro? Un commerciante? Un trafficante? Un mistero. E con lei, all’inizio, c’è uno straordinario scambio di pensieri sul nome, quando il bambino, al mattino, dopo la prima notte in cui ha dormito da Liza, non si ricorda più di chiamarsi Jim, perché in effetti dal proprio nome non ci si separa facilmente: «“Chi è Jim?”. “Non ti ricordi? – mi chiese lei. Il Capitano ha detto di chiamarti Jim. Non ti va come nome?” “Oh, certo”, dissi. “Molto meglio essere chiamato Jim che...”. “Che cosa?” “Preferisco essere Jim”, ripetei guardingo. “Perché esiste una strana importanza nei nomi. Non puoi fidarti di loro finché non li hai provati”» (43).

Provare il nome, provare la relazione con chi ci ha dato il nome. La relazione fra Jim, il Capitano e Liza funziona. Senza smancerie, ma funziona. È una vita possibile, anche se sospesa (quale non lo è?), misteriosa (se si elimina il mistero la vita è burocratica contabilità dei giorni), a volte pericolosa, soprattutto quando non si sa chi suona alla porta.

Greene ha un occhio speciale per i temi religiosi e lo sappiamo. Victor nel collegio in cui vive è un amalechita, lo chiamano così, come i nemici discendenti di Amalek, figlio di Esaù, traditori degli ebrei, benché parenti, in qualche modo parenti. Per i ragazzi del collegio il termine vuol semplicemente dire reietto, rifiutato, emarginato. E da insegnante un po’ il cuore si stringe: chi lo capirebbe oggi a scuola un termine così? Fra i ragazzi? E poi c’è una conversazione con Liza. Lei è in ospedale malata. Parlano del Capitano, che non c’è, come quasi sempre. Eppure li tiene in vita e in un discreto benessere. Jim le chiede: «“Ti ama?”. “Oh l’amore. Dicono sempre che Dio ci ama. Se l’amore è quello, preferisco un po’ di gentilezza”» (94).

Il finale è una sorpresa perfetta per un romanzo classico, tutto sommato classico, per cui niente se ne deve raccontare. Ma alla fine li amava, il Capitano, questi due arrivati sulla sua strada per caso. Amare chi ci attraversa la strada, o giace a lato della strada e attraversarla noi per prendercene cura. Amare anche se non ne abbiamo una particolare vocazione, perché da piccoli, all’età giusta, non ci hanno amati o ci hanno proprio rifiutati. O chissà.

Insomma, grazie Graham Green, cattolico convertito, eccessivo, confuso forse, lontano e vicino, un poco sgangherato. Ma si vive anche così, senza patenti di coerenza.

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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