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Attualità
Attualità, 18/2022, 15/10/2022, pag. 586

Fiori italiani

Mariapia Veladiano

Luigi Meneghello è nato nel 1922. In quell’anno è capitato proprio tanto. Ad esempio che la conferenza di Cannes sospenda alla Germania l’obbligo di pagare le riparazioni di guerra. Gli storici si dividono fra chi pensa fosse sbagliato darle e chi invece sbagliato sospenderle. Nello stesso giorno Hitler va in carcere per un reato minore, si direbbe ora, e niente fa pensare che avrà il ruolo che sappiamo. Più avanti muore Benedetto XV e viene eletto Pio XI.

Intanto Marie Curie entra all’Accademia nazionale di medicina, prima donna, potrebbe essere l’inizio di una bella storia e invece. Di lì a un poco ancora, Stalin è segretario generale del Partito comunista e da noi, il 28 ottobre, la Marcia su Roma porta Mussolini incredibilmente (aveva di gran lunga perso le ultime elezioni) al potere, su incarico di Vittorio Emanuele III. La grande storia.

Poi c’è la storia personale di chi, gli italiani nati come Meneghello nel 1922 e dintorni, è cresciuto e ha studiato e poi combattuto nel ventennio fascista. Come si incontrano le due storie? E come può la storia personale cambiare la grande storia che sembra prevalere, e che per vent’anni ha prevalso?

Questo racconta l’immenso autore vicentino in un libro non molto frequentato, perché non è un libro facile: è colto, un vortice di riferimenti classici e locali, ironico, sapiente, ellittico, volante. È anche un esercizio d’intelligenza competente e colta applicata a un modello educativo terrificante ma ancora presente. Che ha permesso il sacro distacco della sacra cultura dalla realtà del mondo e lo ha lasciato rotolare verso l’inferno, il mondo.

Si tratta di Fiori italiani (Rizzoli, Milano 1976). Dove Meneghello racconta, a opportuna distanza dai fatti, la sua formazione culturale a opera di una città, Vicenza, di un regime, quello fascista, di una cultura, quella italiana, che colonizzava saldamente i libri di testo e la testa dei docenti. Meneghello scrive d’aver pensato per la prima volta al libro nell’estate del 1944, sdraiato per terra davanti all’imboccatura di una grotta in Valsugana, un momento raccontato anche nel libro I piccoli maestri (cf. Regno-att. 10,2020,294).

Pensa che gli amici compagni partigiani siano morti nel rastrellamento e si convince che quella sia la conclusione dell’educazione ricevuta, «in generale, ma in senso stretto a scuola» (7). 

Perché? E soprattutto, che cos’è un’educazione? I sussidiari degli anni Trenta sono pieni di angosce e disgrazie, di padri che perdono i figli per aver voluto lasciare la salubre campagna e andare nella convulsa città. Di sposi che non si crucciano per i figli che non hanno, si godono la vita, sia pure semplice, ma in vecchiaia sono soli e tristi e muoiono soli e tristi in un giorno di gelo. E così via. L’accontentarsi è vita, il movimento è morte. Salvo che sia il movimento guerresco del Duce per il quale i Balilla si muovono e si preparano a espatriare in truppe ordinate e a morire. Intanto, la storia di Roma sui libri di scuola è piegata al futuro glorioso del presente per cui la regina madre muore «consolata dalla marcia su Roma», perché nei racconti del fascismo «il fascismo non è al centro, è dappertutto» (24). Questo alle elementari. Al ginnasio arriva il canone del sapere alto e selezionato. È il liceo cittadino che scodella l’élite e che non offre gli autori e i testi e i versi, né le cose, ma un «sistema di parole», non la realtà ma le parole sulla realtà, una «patria dell’aulico onesto», da assimilare e ripetere (34s). Un sapere che scivola come l’acqua, i ragazzi «uscendo di scuola se la sgocciolavano di dosso». E comunque, per i nostalgici del tempo che fu, dei trenta ragazzetti della classe, «cinque o sei imparavano qualcosa (non importa ora quanto bene o male, e che cosa), gli altri no» (29). 

Capita che arrivi qualcuno, un insegnante, che le cose le sa bene, le ama, le trasmette e nasce un vero fascino per la realtà della materia, è il caso di un insegnante di chimica, alleluja. Ma poi è chiamato a commemorare una ricorrenza scientifica e lì, l’orrore, il ridicolo. Cambia anima e pelle e si trasforma in un retore che esalta il Duce, e questo è ovvio, ma fuori misura, «invasato e cieco... una sorta di talpa sudata che squittiva» (94). Si può essere bravi docenti e ridicoli retorici servi.

Ogni pagina è un capolavoro di lucidità. La cultura che serve l’astrattezza di un sapere che non sa più dove sta la realtà e il mondo.

Finché Meneghello non incontra Antonio Giuriolo, il maestro dei Piccoli maestri. È l’ultimo capitolo del libro dove si racconta, «la cosa più importante che ci sia capitata nella vita... la svolta decisiva nella nostra storia personale, e inoltre (con un drammatico effetto di rovesciamento), la conclusione della nostra educazione» (163).

Antonio Giuriolo era insegnante e non avendo aderito al fascismo non poteva lavorare nelle scuole e viveva in modo alquanto modesto dando ripetizioni. Ma non insegnava la cultura come materia di studio, ne era l’esempio, compiuto in sé stesso, «autorevolezza intrinseca, in cui non c’erano le doti appariscenti o alcuna forma di prestigio interiore» (165).

Ma, scrive Meneghello, «ciò che toccava tornava vivo» (170), senza mai voler creare «conventicole», senza apparire, senza declamare o ammiccare. Anzi, aveva una sua personale riservatezza che impediva il culto del capo carismatico. Un «rapporto di tipo evangelico», sobrio e pudico (172).

Ci sono spunti bellissimi in questo ultimo capitolo. Antonio Giuriolo partiva sempre dai libri che leggeva, una frase che ricercava precisa precisa per poterla discutere. Goethe, Flaubert. Maupassant. Era in ricerca ma non inquieto. Quando fu il momento, lui e i suoi discepoli scelsero la parte giusta e partirono per le montagne.

Per la prima volta la cultura è viva, ha dentro «una tagliente lama politica». Per la prima volta gli «pare di pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare antifascista, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita e nello stesso tempo morire» (182).

 

 

Tipo Riletture
Tema Cultura e società
Area
Nazioni

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